Domenico Modugno, il ricordo di un incontro

“Sto andando incontro alla Storia”. Questo il primo pensiero che mi balenò alla mente il giorno 11 maggio del 1993, quando l’auto che mi trasportava stava varcando il cancello della residenza sull’Appia Antica di un personaggio tra i più grandi che la musica italiana ricordi, per certi versi, sicuramente il più Grande. Beh un pomeriggio indimenticabile; Modugno aveva tonnellate di ricordi e di aneddoti da raccontare… saremmo andati avanti per tutta la vita! Una villa meravigliosa. La Signora Gandolfi che mostrava una classe superiore, ed entrambi di una cordialità più unica che rara. Una cosa, tra le tante che mi disse Modugno, mi rimase impressa e ricordo benissimo tutt’oggi: “…Se nella mia vita avessi scritto soltanto “Nel blu dipinto di blu”, solo con i proventi come autore di questa canzone, potrei vivere di rendita io stesso e due mie generazioni!…”. Quando venne pubblicata la mia intervista su “Anni ‘60”, mi premurai di recapitargliela. Dopo due settimane, mi giunse una lettera scritta dal Mimmo Nazionale. Diceva testualmente: “…Caro Claudio, ho letto la tua intervista. Complimenti, perché è la prima volta che leggo un articolo che coglie esattamente lo spirito e tutto il significato di ciò che ho detto. Grazie. Domenico Modugno…” Inutile dire che questa bellissima dedica con la foto che ci ritrae insieme, è incorniciata e appesa al muro del mio studio…

Domenico Modugno e Claudio Scarpa

– Ogni compositore agli inizi di carriera, si è ispira­to a qualche personaggio che lo ha influenzato musicalmente. Un ‘Modugno’ che si presenta con uno stile così unico, nuovo e particolare, da chi mai poteva essere sta­to influenzato? Prima di te nessuno aveva affrontato sia il pentagramma, sia i testi in quel modo…

– La mia ispirazione viene dalla terra, proprio dai contadini, dai carrettieri e dai pescatori. Andavo alla ricerca del folk siciliano, poiché avevo sentito la canzo­ne Vitti ‘na crozza, che era inserita nel film “Il cam­mino della speranza”. L’amore per il folk siciliano in me nasce da lì. Fui invitato a Venezia, con mia moglie e con altri amici del Centro Sperimentale, poiché di questo eravamo i migliori; vincemmo una borsa di studio e come premio ci portarono là. Ritornando al discorso, come dicevo, mi ero talmente innamorato di quella can­zone che mi dissi, “Devo cantare canzoni di questo tipo”. Purtroppo quando cominciai a fare ricerche sul folk siciliano, mi resi ben presto conto che oltre questo brano non c’era niente; sem­mai esistevano canzoni che musicalmente erano fortemente ispirate al folk napoletano, anche se il testo era in dialetto siciliano. Mi dissi che si doveva iniziare lutto da capo. Un giorno scoprii la leggenda del ‘pesce spada’, mi colpi così tanto quella storia d’amore, praticamente la “Giulietta e Romeo” del mare, e scrissi Il pesce spada. Adesso stranamente con mio figlio, stiamo incidendo una canzone che si intitola I due delfi­ni; iniziai con il mare e mi avvio verso la fine ancora con una storia di mare.

Nel blu dipinto di bluè una pietra miliare nella storia della musica. Ricordo quella sera di San­remo, avevo nove anni. Volare è il sogno di tutti i bambini e prima di allora non avevo mai sentito nessu­no che, con poche parole, riuscisse a raccontare quei sogni. Quell’intro­duzione in sospeso all’inizio, poi il ‘volo’. Era questo che volevi tra­smettere? Perché da grande, nel sen­so di quelle parole fortemente libe­ratorie, ci captai quasi una tua personalissima trasposizione dell’amplesso amoroso…

– Stavo infatti per aggiungere questo. Io da ragazzo, infatti, sogna­vo sempre di volare, evidentemente sognavo anche di fare un’altra cosa… oltre che di volare. Si vede che dentro di me erano rimaste delle sensazioni; fatto sta che poi la can­zone uscì spontaneamente. Certo, quando l’ho scritta, non pen­savo assolutamente a questo. C’è un detto però che dice “…Gli artisti fanno le cose e poi i critici scoprono quello che gli artisti pensavano…”. Non sei il primo a parlarmi della canzone in questi termini.

– Ti ricordi come nacque la can­zone?

– Era un periodo molto parti­colare della mia vita. Volevo fare il cantante, l’artista ed il musicista; però il successo non arrivava. Volare fu un grido di ‘rabbia’, soprattutto di libertà. Libertà dai debiti che avevo allora. La mia angoscia era di trovare 150.000 lire ogni sei mesi per pagare il mutuo della casa; con mia moglie tremava­mo al pensiero, avevamo la paura di non farcela; però, come in un miracolo quei soldi, alla fine, uscivano sempre.

– Nel tempo di Nel blu dipinto di blu ne sono state fatte infinite interpretazioni. Quale cantante, secondo te che sei l’autore, l’ha cantata al meglio e, se esiste, ce n’è qualcuno che secon­do il tuo parere sarebbe stato meglio che non l’avesse mai cantata?

– Secondo il mio parere, il can­tante che l’ha cantata meglio di tutti al mondo, è stato David Bowie. Il cantante che avrei voluto non l’avesse mai fatta è Dean Martin. Lui parlava italiano perfettamente, invece ne tirò fuori una cialtroneria, con un accento volutamente dello straniero che cerca di cantare in italiano. Per vera pigrizia fece questo; essendo figlio di italiani, ed io conobbi la madre, doveva cantarla veramente in italiano. Invece la canzone fu interpretata come oggi i nostri ragazzi cantano in un finto inglese. Lui la cantò in un finto italiano, cioè nel modo peggiore. Secondo me Dean Martin è stato quello che l’ha cantata peggio di tutti. Tra le più belle devo invece porre l’accento sull’interpretazione di Louis Armstrong; suonava la tromba in manie­ra tale che sembrava che la facesse parlare o che questa parlasse per lui. Nella tromba di Armstrong sentivo quasi ‘le parole’, come una donna affascinante che mi stesse parlando in quel pre­ciso momento.

– So che Vecchio Fracè ispi­rata ad una storia vera. A proposito di quest’altro tuo capolavoro, vole­vo chiederti se c’è un nesso logico fra questa canzone e Meraviglio­so

– Un po’ sì, con la differenza che in Vecchio Frac il protagoni­sta si abbandona a quel gesto dispe­rato, mentre in Meraviglio­so non lo fa, si salva.

– Che effetto ti fece l’interpretazione di Io da parte di Elvis Presley con il titolo di Ask me?

– Elvis Presley è stato da sem­pre un monumento americano per cui, quando un ‘monumento’ incide una tua canzone, non può essere che un grande piacere.

Nuda fu censurata; avevi dato forse fastidio a qualcuno?

– No, assolutamente. Mi censurarono anche Resta cu’ mme che è ancora più grave. Nella canzone cantavo “…nun m’emporta d’o pas­sato, n’un m’emporta ‘e chi t’avu­to…”, la dovetti cambiare in “…Nun m’emporta si ‘o passao sulo lacri­me m’ha dato…”, altrimenti non me la passavano. Mi cambiarono Resta cu’ mme, figuriamoci Nuda. La sequestrarono proprio e per me fu un danno enorme. C’era una prenotazione di 400.000 copie, che non furono vendute perché appunto sequestrate.

– Con Claudio Villa spesso non la pensavate allo stesso modo…

– Ma veramente Claudio Villa con nessuno la pensava allo stesso modo. Lui era polemico di natura, e con me ce l’aveva in particolar modo. Sono stato l’unico che lui non riuscì a ‘mazzolare’. C’era riuscito con tutti tranne che con me. C’è stata sempre questa lotta infinita. Io non lo attaccai mai anzi, in un periodo che lui stava in un momento critico, lo ripescai, facendogli cantare al Festival con me Addio addio, era il 1962: stra­vincemmo quell’edizione sanremese. All’epoca gli ascoltatori votavano con le cartoline della Sisal, pensa che ricevemmo 10 milioni di voti!

– Nel 1966, in piena ‘Era beat’, vincesti a Sanremo con Dio come ti amo. Immagino sia stata per te una grossa soddisfazio­ne…  

– Lo feci apposta. Dissi: “…Voi mandate tutte canzoni beat, di estra­zione straniera, ed io vi faccio pro­prio il contrario…”. Faccio, mi dissi, una can­zone anticonformista, proprio per­ché va di moda questo altro genere.

– Tra l’altro lo vincesti in un periodo che colleghi famosi come Mina, Morandi o la Pavone avevano un certo timore a presentarsi a Sanremo…

– Certo, fu una grande soddi­sfazione. In sostanza, stravinse.

– Carmen Villani mi ha raccon­tato la storia relativa a Come stai. Tu all’inizio non eri contento del suo provino, mi ha detto. Lei si ricorda che, si confidò con te che la stavi ascoltando, così lo rifece e tu finalmente rimanesti soddisfatto…

– Certo, ma lei era talmente onorata, amava così tanto questa canzone che ogni volta la faceva piangendo. Io le dicevo, “…Car­men, guarda che tu devi stare tranquilla. L’arte è finzione, non è realtà. Se tutti gli attori che fanno Shakespeare si ammazzassero veramente non avrebbero successo. Tu devi commuovere fingendo di soffrire, perché se soffri realmente la gente, non s’identifica con te…”. Vedi, se tu canti di un incidente stradale, la gente difficilmente si commuove, mentre se canti di una margherita in mezzo ai fili spinati, il pubblico si commuove. L’incidente stradale è realtà, e la realtà non è poetica. Questo è il compito dell’artista: tra­sfigurare la realtà trasformandola in poesia.

– Carmen si ricorda della tua figura, con la chitarra che gli facevi sentire la canzone. Ad un tratto ai suoi occhi, l’immenso studio svanì come per incanto e vedevano solo Domenico Modugno; tutt’intorno il buio più completo. Mi ha anche raccontato di questa sua enorme commozione, e del fatto che non riuscisse ad interpretarla bene perché poco tempo prima ave­va subito la grave perdita della madre…

– Questo non lo sapevo. Non me lo aveva detto affatto che aveva subito quel dolore; ora capisco! Il senso della canzone, infatti, era molto forte e una persona in quelle condizioni poteva trovare delle difficoltà emoti­ve nell’interpretarla.

Biglietto scritto da Modugno

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