Incontro con Cristiana Panella

Cristiana Panella nasce a Roma nel 1968. Dopo la laurea in Lettere Moderne all’Università La Sapienza si trasferisce a Parigi, dove ottiene un master in Storia dell’Arte Africana all’Università di Paris I Panthéon-Sorbonne per poi conseguire un dottorato di ricerca in Scienze Sociali all’Università di Leida, in Olanda. Dal 2003 è senior researcher in antropologia sociale e culturale presso il Musée royal de l’Afrique centrale (AfricaMuseum) di Tervuren, in Belgio. Tra il 1995 e il 2005 effettua lunghi fieldwork in Mali nell’ambito di ricerche sul patrimonio culturale, sul commercio clandestino dei reperti archeologici e sui cercatori d’oro. La sua ricerca teorica concerne da una parte la costruzione sociale della norma politica ed estetica; dall’altra il rapporto tra etica, materialità e corporalità in una prospettiva interdisciplinare. I risultati delle sue ricerche sono stati presentati in decine di pubblicazioni e convegni internazionali in Europa, in Canada e negli Stati Uniti. È membro di associazioni accademiche, peer reviewer per riviste scientifiche internazionali ed è stata membro del CdA dell’Associazione belga di antropologia. Dal 2014 al 2016 ha fatto parte del comitato esecutivo dell’Association of Critical Heritage Studies. Parallelamente alla sua attività di ricerca, tra il 2015 e il 2018 ha collaborato in qualità di editor e di lettrice con la casa editrice francofona di Bruxelles maelstrÖm ReEvolution, orientata sulla poesia performativa e sulla prosa poetica. Scrive clandestinamente, per parafrasare la definizione che di Emilio Villa diede Aldo Tagliaferri. Nel 2018 tre sue poesie sono apparse su retabloid, la rassegna-stampa di Oblique Studio. Nel 2019 ha auto-pubblicato il non-romanzo IN CIELO E IN TERRA, stampato dalla CTS Grafica di Città di Castello. Di prossima pubblicazione su Carte nel vento, il periodico on-line del Premio Lorenzo Montano, il testo di prosa poetica, “L’amore mendica e ripete. Rosario del movimento curvo”, finalista nella sezione “Prosa inedita” al Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano 2019, organizzato dalla rivista di Ricerca Letteraria Anterem.


© Cristiana Panella

Cristiana, tu hai definito IN CIELO E IN TERRA un “non-romanzo”, puoi spiegarne i motivi?

Considero questo libro un non-romanzo principalmente per due ragioni. La prima è che non volevo seguire una ‘storia’, una progressione lineare che prevedesse un inizio, uno svolgimento e una conclusione. È volutamente destrutturato perché risponde a un ritmo interiore, e l’impaginazione segue questa alternanza continua di vuoto e accelerazione. Oltre ad esserci pagine semi-vuote ci sono diverse pagine vuote che ‘fanno testo’. Il vuoto è una voce a pieno titolo nel libro. Tutto accade in un flusso sommerso di visioni, Sogni e realtà che rimandano in trama a esperienze di vite passate, e ognuna di queste dimensioni è contenuta nell’altra. Non a caso l’acqua è un elemento imprescindibile del libro : l’acqua materna che accoglie e riporta alla nudità pre-natale che incuba poi quella della morte. Ad esempio, l’immagine di copertina, “The depths of the sea” di Edward Burne-Jones, oltre a rispecchiare incredibilmente un passo nodale del libro, la scomparsa del giovane Vaio nelle acque di Ostia e l’incontro con la Madonna-Sirena, ne emana anche gli stati fondanti : l’attesa, l’accoglienza, la cura, il tempo arcaico. In questo tempo acquatico le percezioni dei personaggi aprono fessure, lampi di coscienza che squarciano il quotidiano fatto di orari, calcoli, programmi. E così intravedono l’infinito dell’istante che si cela in un gesto, in un lamento, in un desiderio che si ripete da sempre e che unisce gli esseri umani in una catena di fratellanza di cui non siamo quasi mai consapevoli. Quando ho iniziato a scrivere questo libro, nel settembre del 2013, avevo pensato di intitolarlo “con tutto l’amore del mondo”, a indicare le costellazioni di affetti di cui ognuno è composto ma anche gli sconosciuti che incrociamo sul marciapiede, che sfioriamo ignari. Per quasi un anno il titolo è stato questo. Poi un giorno di fine estate stavo guidando sul Boulevard du Souverain, a Bruxelles, dove vivo, e l’altro titolo mi è apparso come un’evidenza. Anche per la ‘fine’ è andata così. Camminavo su via Monte di Dio a Napoli, e lei mi è venuta sui piedi all’improvviso, come un foglio di giornale. Erano gli ultimi giorni di aprile del 2015… La seconda ragione di questa definizione  è legata alla prima. In un tempo remoto i personaggi principali del libro sono stati l’uno per l’altro madri, figli, amanti aguzzini, unendo innocenza e crudeltà, maschile e femminile, buio e splendore. Ognuno cerca nell’altro una parte di sé smarrita o temuta. Per questo continuano a cercarsi senza sosta. In cielo e in terra. Almudena per scoprire l’origine del legame viscerale che sente unirla all’angelo Goelan e a Vaio, un ragazzo fragile di cui Goelan ha accolto l’anima, si uccide.

I personaggi del tuo libro sono legati da emozioni violente e assolute. Cosa spiega queste relazioni estreme?

Il libro è incentrato sull’amore assoluto, quello che nello stesso momento dà la vita e la morte, e che proprio per il suo essere così bruciante tra caduta e beatitudine rivela la sacralità dell’essere umano fragile, esposto. Se dovessi indicare il personaggio principale del libro direi che è il cuore. Da una parte quello bianco rifulgente incoronato da aghi d’oro; dall’altra, quello in sangue cinto di spine. Sono lo stesso cuore uno nell’altro. Non c’è luce senza sangue. In uno dei suoi spettacoli Victor Soleil, il clown-mago incantatore, chiede al pubblico di estrarsi il cuore dal petto e di posarlo sul palco per un concorso a premi sull’organo che avrebbe lasciato l’impronta più bella. Mentre Victor parla alla platea Speranza, la donna da lui desiderata nel silenzio e rifuggita, lascia furtivamente il suo cuore in un angolo del palco, intuendo, con l’istinto del cuore, che è il suo che Victor sta cercando, “in cuor suo”. “La parola amore l’ha inventata intrappolato nel gelo/ Perso. Lontano. Solo/ L’ha scritta con ditate di rosso/in un silenzio caduto giù dalla neve/”… è Mariangela Gualtieri. Ed è sempre il cuore a unire nel gioco d’amore estremo Goelan e Almudena, che si fa pasto per il suo angelo lasciandosi farcire di fiori prima di essere dilaniata. Questo cuore dilatato permette di sentire la compassione verso gli esseri umani, ne ode i gemiti soffocati, le parole rimaste in gola. Il sentimento proferito è già tradito, evirato dalla parola ragionevole, accostumata. Invece l’amore scostumato è una muta cospirazione, cioè un respirare insieme segretamente.

La tua scrittura intercala narrativa, poesia e prosa poetica, e presenta una sintassi inusuale. Com’è nata questa cifra stilistica così inconsueta?


© Bridgeman Images

La cifra stilistica del libro è semplicemente il mio modo di scrivere, non ho pensato a come dovessi scrivere. Sicuramente l’impronta della poesia e della prosa poetica spiega la sintassi sincopata, l’uso libero di alcuni termini, il senso di sospensione. Nel cammino del libro questa mancanza di progressione ‘logica’ ha creato disagio. Alla poesia l’inciampo si perdona. E soprattutto si perdona di non capire. Alla prosa no. Alla prosa si chiede un andamento “conseguente”, come si direbbe in francese. Io volevo restituire la parola che benedice e maledice, che vive proprio perché arde e scompare. Secondo me questo è ancora il ruolo primario della scrittura, in particolare della poesia. La parola ha perso il sigillo del silenzio, che nelle culture dell’oralità regimentava la vita e la morte. La parola data era ‘promessa’ innanzitutto perché una volta pronunciata non poteva più tornare indietro; era affissa e aveva nome. Sentenziava la reintegrazione nella società o il bando. Nelle società maninka, nel Sud del Mali, la vergogna per l’uso improprio della parola spingeva all’esilio, a volte al suicidio. Si lasciava il villaggio di notte, accompagnati solo dal buio. L’inversione dei ruoli, la parola non codificata, era possibile soltanto nell’inversione ritualizzata. Anche chi partiva “all’avventura” si allontanava dal villaggio di notte, senza avvisare nessuno. Perché non era necessario dire. Si conoscevano, le leggi del silenzio. I codici del silenzio erano i testimoni dell’ultima ora. Nel Sogno Quinto l’epigrafe al passo in cui Victor Soleil trasforma alcune coppie in asini recita: “Nessuno è punito se parla a nome del rito”. In questo rito barocco e surreale i candidati confessano pulsioni, mancanze, rancori che non avrebbero ammesso neanche a se stessi. Oggi nessuno sembra più essere responsabile di quello che proferisce. La parola è diventata intrattenimento; qualcosa che distrae invece di illuminare, di spaventare. Alcune pagine del libro contengono soltanto una, due, tre parole perché quelle e non di più mi sembravano necessarie.  C’è un’impronta teatrale; la voce è centrale. È un testo che ritrova il suo senso ad alta voce, come la poesia in prosa e la prosa poetica. A questi elementi si potrebbe aggiungere il fatto che, tranne per una parentesi, vivo in Paesi francofoni da venticinque anni, e la letteratura francofona europea, canadese, caraibica e dell’Africa francofona mi è stata maestra e compagna. In particolare la prosa poetica è profondamente ancorata alla letteratura francese e belga. Per limitarsi al ‘900, senza scomodare Marcel Proust, penso, ad esempio, alla scrittura ‘grottesca’, fucina di sanguigna maraviglia, di Marcel Moreau. Anche l’Italia ha avuto grandi nomi : l’immenso Dino Campana, Emilio Villa, Amelia Rosselli, giusto per citarne alcuni.

Cristiana, da molti anni vivi all’estero. Come vedi l’Italia da fuori?

L’Italia la vedo come un paradiso condannato a bestemmiare in eterno un increscioso talento. Forse è il destino della bellezza sfacciata ricevere immensamente da una parte e scontare immensamente dall’altra… Il fulgore della bellezza nasconde sempre un patto di amputazione, da qualche parte. In questi anni l’ho custodito nel cuore, questo eccesso magnificente; una fiaccola sempre accesa e protetta che mi ha permesso di fare casa in qualunque posto, perché alla fine non l’ho mai lasciata, l’Italia. L’uso del romano nei dialoghi dei personaggi di Testaccio è un omaggio a Roma, la mia città; la Roma della mia adolescenza.

Se dovessi scegliere un breve passo del libro, quale sarebbe?

Sceglierei un gesto di Victor per la sua Speranza:

Victor si strinse al petto l’ultimo scroscio di applausi e prima di uscire di scena depose un bacio sulla mano e lo lanciò verso la piazza.

Per dirle che teneva il suo rosso cuore nel fazzoletto. Di notte lo tirava fuori e se lo poggiava sulla pancia, giusto per averla vicino”.

E se dovessi salvare un solo personaggio?…

Uno solo… salverei Vaio. Il cuore puro di Goelan e di Victor.

 

 

 

 

 

Cristiana Panella, IN CIELO E IN TERRA 400 p.

12 €

ISBN: 9788899656089

https://www.facebook.com/cristiana.panella

   @panellacristiana

Il libro è reperibile presso:

A Roma:

   Libreria-bistrot  Le Storie (La libreria propone anche un servizio di spedizione aggiungendo le spese postali al prezzo di copertina).
   Libreria Nuova Europa – I Granai
   Libreria Farhenheit 451
   Libreria Odradek
   Lettere Caffè

A Milano:

   Libreria Covo della Ladra-ladra di libri
   Ci vuole un drink
   Bici&Radici

A Verona:

   Libreria Il Minotauro

A Bari:

   Libreria Millelibri

A Foggia:

   Libreria Velasquez