San Tommaso d’Aquino, il pensiero etico-politico

San Tommaso d’Aquino nacque nel primo quarto di secolo, intorno al 1225, nel castello di famiglia a Roccasecca, che si trovava nell’antica contea di Aquino.

Fino al XIII secolo la filosofia predominante in Europa era quella di Platone.

Massimo esponente del neoplatonismo di quel periodo era Sant’Agostino d’Ippona, autore della Città di Dio. La chiesa faceva fatica ad accettare ogni tipo di innovazione riguardo alla dottrina di Sant’Agostino, come il pensiero aristotelico, che creava gravi problemi all’ortodossia e ai dogmi della fede cattolica.

Le opere di Aristotele, in gran parte recuperate dagli arabi, una volta tradotte in latino ebbero un grande impatto sul pensiero medievale.

San Tommaso, durante il corso effettuato a Parigi, diventato nel frattempo assistente di Alberto Magno, si fece più silenzioso, si impegnò profondamente nello studio, dedicandosi  intensamente alla preghiera.

E’ in questo periodo che elabora l’opera, Somma teologia, che avrà un importantissimo sviluppo per la cultura europea. Essa è stata permeata dalle dottrine aristoteliche esposte da San Tommaso d’Aquino specialmente in ambito etico-politico.

In occasione di un corso sull’Etica nicomachea, effettuato nel 1270, San Tommaso ha redatto un ampio commentario che si riassume per linee generali.

“ Il fine dell’uomo è la felicità” avevano affermato gli antichi filosofi pagani.

 San Tommaso, seguace delle teorie aristoteliche non nega tale affermazione. Ogni uomo tende a realizzare nel corso della propria vita la felicità: “ la felicità è un bene assolutamente perfetto che viene sempre scelto per se stesso e che consiste principalmente nell’attività della ragione”.

Oltre la felicità mondana, conseguibile con mezzi naturali, esiste una gerarchia di fini, ovvero esiste un superiore stato di beatitudine soprannaturale che va oltre le possibilità progettuali dell’uomo. La beatitudine può essere raggiunta unicamente per mezzo della grazia divina; l’uomo per ottenerla deve espletare l’esercizio della fede che, a differenza di quello che sosteneva Aristotele, per cui la grazia la credeva possibile solo per alcuni eletti, San Tommaso ritiene che la grazia sia disponibile per tutti.

Uno stato di beatitudine, secondo San Tommaso, si raggiunge in relazione ai propri meriti e può persistere sia nella vita terrena sia dopo la morte. Coloro che maggiormente hanno meritato la beatitudine sono più vicino a Dio e partecipano della sua gloria. Da ciò si desume che esiste una gerarchia anche nei gradi di beatitudine.

Dunque, per San Tommaso, la beatitudine cristiana è un valore superiore alla felicità naturale, ma non si oppone ad essa. In realtà dice San Tommaso:” amare Dio non implica disprezzare se stessi, e tutte le forme lecite dell’amore umano sono positive se propedeutiche a una spiritualità superiore”.

San Tommaso è convinto che non è quindi vero che fuori della legge di Dio possano esistere solo arbitrio e immoralità. L’uomo, dotato di ragione, giunge con le sue sole forze a elaborare una morale naturale ( lex naturalis). Fare il bene ed evitare il male è una massima anche per chi non conosce Dio, “ non uccidere” e “non mentire” sono principi di morale naturale.

Accanto a una visione positiva della natura, San Tommaso elabora una nuova concezione dello Stato specificando quale sia il migliore regime politico.

Secondo San Tommaso  esiste una legge eterna cioè una ragione che governa tutto l’universo e che esiste nella mente divina. All’interno della legge eterna vi è una legge di natura, che è in ogni uomo. Questa legge di natura si  realizza in tre direzioni:

  1. verso il bene naturale, che l’uomo tende a realizzare;
  2. inclinazione speciale per atti determinati che la natura ci insegna ( unione del maschio e della femmina, educazione dei figli e cose simili);
  3. propensione al bene secondo il comportamento razionale proprio di ogni uomo ( conoscere la verità, vivere in società rispettando diritti e doveri).

Per San Tommaso la legge, secondo il diritto naturale, deve essere giusta secondo ragione, senza i presupposti sopra indicati, la legge non è legge. Spetta alla collettività ordinare le leggi. Al riguardo dice: ” La legge ha come suo fine primo e fondamentale il dirigere al bene comune. Ora ordinare qualcosa in vista del bene comune è proprio dell’intera collettività (multitudo) o di  chi fa le veci dell’intera collettività. Stabilire le leggi, appartiene dunque all’intera collettività o alla persona pubblica che ha cura dell’intera collettività; giacchè in tutte le cose può dirigere verso il fine solo colui al quale il fine stesso appartiene”. E’ chiaro il concetto che la legge deve essere popolare. Nel riferirsi alle forme di governo enunciate da Aristotele, San Tommaso ritiene che la forma migliore sia quella della monarchia, in quanto meglio garantisce l’ordine e l’unità dello Stato, ed è più conforme allo stesso governo divino del mondo.

E’ chiaro l’intento di San Tommaso sulla necessità dello Stato. Compito della Politica è permettere all’uomo di vivere in una superiore armonia, che non consiste nella realizzazione mondana, bensì in quella religiosa. Ciò significa che anche la politica nella scelta dei giusti mezzi in vista del bene comune, deve necessariamente ispirarsi ad una prospettiva cristiana.

Un pensiero riguardo “San Tommaso d’Aquino, il pensiero etico-politico

  1. Leggo: «Nel riferirsi alle forme di governo enunciate da Aristotele, San Tommaso ritiene che la forma migliore sia quella della monarchia, in quanto meglio garantisce l’ordine e l’unità dello Stato, ed è più conforme allo stesso governo divino del mondo.»

    Il pensiero di Tommaso mi sembra decisamente più complesso.
    Cito da Summa Th. I-II, q. 105, a. 1:

    Riguardo al buon ordinamento dei governanti, in una città o in una nazione, si devono tener presenti due cose. La prima è che tutti in qualche modo partecipino al governo: così infatti si conserva la pace nel popolo, e tutti si sentono impegnati ad amare e a difendere tale ordinamento, come nota Aristotele [Polit. 2, 6]. La seconda deriva dalla particolare specie di regime o di governo. Ora, come insegna il Filosofo [Polit. 3, 5], esistono diverse specie di governo, ma le migliori sono: la monarchia, in cui si ha il dominio di uno solo, onestamente esercitato, e l‘aristocrazia, cioè il dominio degli ottimati, in cui si ha l‘onesto governo di pochi. Perciò il miglior ordinamento di governo si trova in quella città o in quel regno in cui uno solo presiede su tutti nell‘onestà, mentre sotto di lui presiedono altri uomini eminenti nella virtù; e tuttavia il governo impegna tutti, sia perché tutti possono essere eletti, sia perché tutti possono eleggere. E questa è la migliore forma di governo politico, poiché in essa si integrano la monarchia, in quanto c‘è la presidenza di un solo, l‘aristocrazia, in quanto molti uomini eminenti in virtù vi comandano, e la democrazia, cioè il potere popolare, in quanto tra il popolo stesso si possono scegliere i principi, e al popolo spetta la loro elezione.

    E questo fu il regime istituito dalla legge divina. Infatti Mosè e i suoi successori governavano il popolo quasi presiedendo da soli su tutti, il che equivale a una specie di monarchia. Però venivano eletti, secondo il merito della virtù, settantadue anziani: «Allora presi i capi delle vostre tribù, uomini saggi e stimati, e li stabilii sopra di voi» [Dt 1, 15]. E questo era proprio di un regime aristocratico. Apparteneva invece a un regime democratico il fatto che venissero scelti di mezzo a tutto il popolo, poiché sta scritto [Es 18, 21]:

    «Sceglierai di fra tutto il popolo uomini integri», ecc.; e il fatto che li eleggesse il popolo: «Sceglietevi nelle vostre tribù uomini saggi», ecc. [Dt 1, 13].

    Perciò è evidente che l‘ordinamento riguardo ai principi istituito dalla legge era il migliore.

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