Intervista a Rossana Di Fazio

www.enciclopediadelledonne.it nasce l’8marzo 2010 (ndr la data di pubblicazione, luglio è la data della registrazione dell’associazione) come Associazione Culturale senza fini di lucro ed è una impresa curata da Rossana Di Fazio e da Margherita Marcheselli. Si tratta veramente di “impresa” perché riporta alla luce, così come farebbe uno storico, un filologo o un archeologo un tratto di storia dimenticato oppure mai conosciuto attraverso le biografie. E poi anche perché, sebbene in pochi ci avranno fatto caso, ho declinato tutti questi lavori al maschile e invece la redazione è praticamente tutta al femminile.

In questo spazio diamo la voce ad una delle due Curatrici, Rossana di Fazio.

(Foto di Rossana Di Fazio)
Parlare di Enciclopedia mi fa venire in mente polverosi libri da tanto tempo stipati in biblioteche deserte e mi ha colpito molto lo spirito che porta l’Enciclopedia delle Donne a essere basata su licenza “Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi”. Una licenza pensata proprio per dare “massima diffusione”.

Margherita e io abbiamo accarezzato per molto tempo questo progetto. Però l’enciclopedia, come genere di testo, non aveva ai nostri occhi nulla di polveroso ed era assolutamente familiare: lavoravamo da tempo (dal 1993 per la precisione) a Encyclomedia- storia della civiltà europea, una vasta opera multimediale e poi cartacea diretta da Umberto Eco ma messa a punto da tantissimi autrici e autori. Dalla gloriosa Enciclopedia Einaudi e dai nostri studi avevamo imparato che ogni enciclopedia è una scommessa fatta con il proprio Tempo, una risposta ad una domanda implicita: cosa ci serve sapere, oggi? basti pensare all’Enciclopédie di Diderot. Senza scomodare i colossi della Cultura, noi abbiamo sentito che al nostro tempo, e a noi in prima persona, serviva ricucire la grande ferita inferta alla sparizione delle donne non certo dalla vita, ma dalla cultura collettiva, dal simbolico collettivo, dal discorso collettivo, dai manuali di storia, di letteratura, sempre relegate in una categoria del “femminile” che non rendeva mai l’idea del mondo intero, abitato e percorso da donne; con una battuta abbiamo raccontato in qualche incontro che “le donne tendono a sparire”; ma non lo fanno da sole. Lo fanno attraverso percorsi di cancellazione (simbolica, ma anche materiale) intentati, perseguiti con grande determinazione e costanza.

I femminismi lavorano contro questa sparizione e coltivano un sapere e una consapevolezza che deve diventare collettiva. Il nostro progetto enciclopediadelledonne.it vuole mettere a disposizione delle nuove generazioni un patrimonio di conoscenze che esiste ma non è ancora condivisa, perché è terreno conflittuale.

Una enciclopedia nel proprio tempo non può che sfruttare le opportunità tecniche: la nostra è in progress, perché in rete questo è possibile e ciò ci consente di lavorare nel tempo attraverso una rete di autrici e autori sempre aperta a nuovi ingressi (oggi ne conta 350). E in più vogliamo dire che noi abbiamo voluto proporci come momento di divulgazione e sbocco per quei tanti centri di ricerca storica, politica – dalle librerie delle donne ai centri di documentazione – i cui frutti faticano a diventare storia condivisa.

(Foto di Rossana Di Fazio)

Leggendo il primo articolo, per caso, mi è venuto in mente un detto popolare che recita “Dietro un grande uomo, c’è sempre una grande donna”. Ho realizzato, leggendo che, questo vuol anche dire che quella donna che l’ha educato e cresciuto (la madre) o che lo ha appoggiato e incoraggiato (la compagnia) molto spesso vive o ha vissuto semplicemente nell’ombra.

La ringrazio per la domanda, illuminante sotto almeno due aspetti. Da un lato esprime quel paradosso incredibile che chiunque può “dimostrare”: Nasciamo da donna, viviamo con donne, ne conosciamo tante di enorme valore, ma questo non scalza quel gender gap che non è solo una questione di stipendi o di carriere ma è una dimensione esistenziale e simbolica importante. Che va in quale senso? Nel senso di valorizzare esclusivamente il “servizio” che ventila la sua domanda: fattrice, sorella, madre, moglie, amante… La donna varrebbe in questa prospettiva nel riferirsi a un uomo insomma, o a qualcun altro che non sia se stessa. Questa è una implicazione molto profonda, decisamente inaccettabile; ma da guardare anche con attenzione, perché ci sono dati di valore in questo: pensi se anche nei maschi si facesse strada davvero questo spirito di servizio, il materno inteso come fattore di cura come servizio all’umanità: non è un caso che forse il maggiore dei movimenti pacifisti di inizio Novecento, che si batterà senza risparmio contro il massacro della Prima Guerra Mondiale fu messo in atto da donne, Berta Von Suttner per fare solo un nome, che non fu sola ma da un movimento internazionale di incredibile portata.

Vorrei anche dire che ci sono molte buone cose nel restare in ombra, trappole certo – l’invisibilità – ma talvolta questo consente di operare in modo ancora piu profondo e anche rispettando le attitudini delle persone donne; noi contrastiamo quell’idea che piace tanto ai manuali: l’idea che la storia è fatta da “protagonisti” di un esercito di persone che restano sempre sfocati… No ci sono i movimenti, e i leader sono “solo” leader.

La cosa che impariamo facendo l’enciclopedia riguarda le tante cose che le donne hanno fatto, nonostante i condizionamenti.  E poi sosteniamo che oramai non si deve più parlare in modo generico “delle donne”, l’enciclopedia ci piace perché restituisce la pluralità delle biografie la loro irriducibile diversità.

La storia dell’uomo, ma forse dovrei scrivere i libri di storia, sono particolarmente poveri di figure femminili. Il maschilismo porta ad un controllo e ad una repressione della donna anche con la violenza. Cosa ne pensa del “Codice Rosso” recentemente approvato in Parlamento? Quale iniziativa vorrebbe proporre?

Forse più che di maschilismo parlerei di patriarcato. Questo ci aiuta a riconoscere certe strutture mentali e materiali che lo perpetuano. Sono d’accordo con lei circa il passaggio che collega la sparizione simbolica da quella materiale. In mezzo ci sono i corpi, uno spazio di potere, di controllo, di mistificazione di cui sono vittime le donne in modo atroce, ma anche gli uomini: nella guerra non c’è felicità per nessuno, e in questo senso abbiamo gravi responsabilità nel perpetuare questo conflitto attraverso le generazioni. 

Non voglio essere astratta: come possono due giovani amarsi all’ombra di un paesaggio comunicativo che racconta di una donna ammazzata ogni 2 giorni?

E materialmente, quando parliamo di controllo del corpo: non pensiamo solo a pratiche terrificanti (infibulazione etc…) ma pensi ad abitudini più “innocue” come crinolina, quella struttura metallica che le donne usavano sotto i vestiti stupendi dell’800: era un modo per tenere a distanza per “misurare un loro spazio d’azione”; la storia dell’abbigliamento risente di questa funzione ed è molto interessante in questo senso.

Naturalmente parliamo di controllo anche quando parliamo dei matrimoni combinati, delle spose bambine, di una prima mestruazione che da il via all’obbligo del matrimonio, o dell’obbligo di essere attraenti per altri oltre che per se stesse dando all’altro/all’altra il verdetto su di sé; vorremmo poter dire che queste sono cose sorpassate, ma sappiamo purtroppo che non è così.

Diciamolo: il femminicidio si presenta come una guerra, serve un grandissimo lavoro e gli strumenti devono essere chiari e determinati. Il femminicidio è soprattutto una storia che si consuma nelle case, nelle relazioni ravvicinate. Ci vuole onestà di intenti. Perché non si capisce perché da una parte si parte con il codice rosso e dall’altra si è eliminato il reato di stalking; da una parte si parla molto e dall’altro si levano risorse, quando non si chiudono, a quei centri antiviolenza che lavorano da anni in modi precisi e competenti, e che sono prevalentemente frutto prezioso di un lavoro non retribuito e volontario! Ci rendiamo conto? E che dire di tutti in quei casi in cui sappiamo che le vittime si sono rivolte alle “forze dell’ordine” senza di fatto ottenere alcuna protezione o soluzione o via di uscita?

I centri antiviolenza sono una invenzione tutta femminile e riconoscere loro questa autorevolezza efficace sarebbe la strada giusta, dar loro più strumenti, più risorse; educare alla complessità del fenomeno e non disarmare chi lo combatte. Per non parlare della comunicazione, della illustrazione della donna “vittima” anonima della furia cieca… No: si tratta di persone che vengono ammazzate da altre persone…Questo aiuterebbe anche i carnefici a riconoscere le proprie responsabilità e a non assolversi. Conoscenza, onestà e attenzione, sarebbero i primi requisiti necessari.

Quali donne, tra quelle che sono raccontate all’interno dell’Enciclopedia, le è rimasta più vicina, l’ha affascinata di più?

Questa domanda è davvero troppo difficile! Le dirò le prime che mi vengono in mente: voci di donne “comuni”, intanto, perché l’enciclopedia è speciale anche per questo; se la storia passa per le vite, bene, certe storie passano per vite non illustri.

Quindi sono affezionata alle balie, portate in enciclopedia dalla storica Adriana Dadà, che portano in sé una storia di ingiustizia umana e sociale veramente esemplare, con quel distacco obbligato dai propri affetti e quel che ne segue: nuovi legami, l’allattamento di bambini ai quali si affezionano destinati ad altri lidi…
Poi le donne a cui dobbiamo veramente tanto: sindacaliste, resistenti, femministe, avvocate che si sono battute per avere quello che oggi abbiamo come un dato acquisito.  Le monache, badesse, studiose o artiste che nei monasteri hanno dipinto ricamato trovato il modo di esercitare le arti, e le grandi illustri badesse e filosofe mistiche: Ildegarda, Santa Teresa.

Poi le avventuriere, non so, Lola Montez per fare un nome, figure discusse, che hanno cercato e tentato e inventato per sé una vita senza badare al giudizio morale che altri mettevano loro addosso: sono vite romanzesche ma se si va oltre questo si intravvede la ricerca, non solo di benessere e riuscita, ma anche di una identità fluida e “somigliante”.  Poi le cortigiane e prostitute che hanno cercato una via di espressione e libertà, come Veronica Franco, soggetto di un libro di Valeria Palumbo che abbiamo stampato.

Ma davvero ogni nome apre una storia che vale la pena conoscere.

(Foto di Rossana Di Fazio)

.Quali sono i progetti per l’Enciclopedia delle Donne?

Continuare così, ma anche rafforzare l’attività editoriale. Dal 2013 abbiamo dato vita a una casa editrice e pubblichiamo ricerche saggi e documenti. Tra gli ultimi pubblicati un fantastico libro di Vittoria Longoni, C’era in Atene una bella donna, che disegna su base storica e letteraria la portata e la presenza di tante donne “libere” nella Grecia antica, e ancor prima Piuttosto m’affogherei, storia vertiginosa delle zitelle di Valeria Palumbo. Nutrimenti per popolare di storia la nostra consapevolezza e guardare alla storia in modo davvero rinnovato.

Siamo felici di sapere che l’enciclopedia viene usata dalle giovani, dai giovani, dalle insegnanti. Noi vorremmo dar vita a una redazione stabile e retribuita, che faccia propria la missione che ci siamo data. Ci si può associare dal sito, e questo è sicuramente un primo passo per diffondere una cultura diversa.

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