50 anni da Piazza Fontana

Era un venerdì quel 12 dicembre 1969, giorno di chiusura di trattative e per questo all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano, c’erano molti clienti anche se normalmente chiudeva alle 16.30.
Alle 16.37, proprio sotto al grande tavolo al centro del salone dal tetto a cupola, esplode un ordigno ad elevato potenziale. 7 chilogrammi di tritolo.
Una seconda bomba fu rinvenuta inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala.
Una terza bomba esplose a Roma alle 16:55 nel passaggio sotterraneo che collegava due sedi della Banca Nazionale del Lavoro.
Alle 17:20 esplose una bomba davanti all’Altare della Patria.
Alle 17.30 un’altra bomba, la quinta, davanti all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento, in piazza Venezia.

16 feriti a Roma. 17 morti e 88 feriti a Milano.

(Prima Pagina del Corriere della Sera del 13 Dicembre 1969)

La strategia della tensione, l’inizio di quelli che diventeranno famosi come gli “Anni di Piombo”.

Sono stati usati fiumi di inchiostro per raccontare quell’evento, quella strage e le azioni di polizia che ne sono seguiti, con la caccia agli anarchici, la morte di Pinelli, l’assassinio del commissario Calabresi, il processo a Valpreda, quello lungo a Franco Freda e Carlo Digilio poi dichiarati in qualche modo coinvolti o colpevoli ma non più perseguibili perché già «assolti dalla Corte d’assise d’appello di Bari» o perché la pena si è prescritta.

Piazza Fontana resta una strage che segna la storia italiana profondamente.

Lo scoppio della bomba produsse un buco sul pavimento e a guardarlo sembra un ingresso nell’inferno. L’Italia poteva essere inghiottita da quel buco, così come altri paesi in quel periodo dove colpi di stato militari e non, avevano tolto la Democrazia.

Sono passati 50 anni da quell’esplosione ma abbiamo la responsabilità di non dimenticare e di riflettere su quello che accadde. E su quello che poteva accadere.

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