Intervista ad Arianna Giunti

Arianna Giunti è giornalista professionista specializzata in cronaca, inchieste e diritti umani. Ha iniziato come cronista locale e ha collaborato con Panorama, Radio Capital, Huffington Post. Attualmente lavora per il gruppo Mediaset e scrive per l’Espresso. Nel 2010 ha vinto il Premio Guido Vergani come migliore cronista under 30 per un’inchiesta su un caso di malagiustizia minorile. Ha scritto l’ebook “La cella liscia – storie di ordinaria ingiustizia nelle carceri italiane” (Ed. Informant) sulla condizione del sistema carcerario italiano.

Immagine fornita dall’ospite

Arianna, questo numero di Condivisione Democratica è dedicato alla Democrazia. Che senso ha parlarne oggi? È un concetto che potremmo definire solido o le sue radici sono in pericolo?

La democrazia è ancora viva ma si trova in uno stato di salute non incoraggiante. Basti sapere che il luogo dove, per antonomasia, la democrazia ha gettato le sue radici più profonde, ovvero gli Stati Uniti, sono governati da un Presidente-sceriffo che agisce contro il suo stesso popolo e infiamma con la benzina i conflitti fra le classi sociali. Questo succede – seppure per ora in linea minore – anche in Italia.  Abbiamo assistito negli ultimi anni a episodi inquietanti da parte dei nostri governanti, che hanno avuto comportamenti vessatori e allarmanti nei confronti della stampa. Due esempi su tutti: l’ex premier Matteo Renzi che cercò con la sua scorta tentò di intimidire un giornalista del Corriere della Sera, Marco Galluzzo, che da cronista politico si trovava a Firenze per svolgere il suo lavoro. E i numerosi episodi che hanno riguardato l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini con i giornalisti di Repubblica, messi alla gogna da chi rivestiva un ruolo istituzionale altissimo. Mentre il leader del Movimento 5 Stelle Luigi di Maio ha più volte auspicato la chiusura di giornali a lui ostili, come il Fatto e l’Espresso. In questo modo, le fondamenta della democrazia rischiano di scricchiolare.

L’articolo 10 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo riconosce la libertà di espressione come un diritto fondamentale della democrazia. Ma quanto effettivamente è garantita la libertà di stampa per un giornalista? Nel corso della tua attività hai mai dovuto rivendicare questo diritto?

La libertà di stampa è formalmente garantita per noi giornalisti, però poi si scontra con il lato pratico: direttori di testata ed editori sempre più deboli, sottoposti alle pressioni dei ricavi pubblicitari o dei finanziatori che spesso hanno interesse a zittire determinate notizie o inchieste. Per quanto mi riguarda, sono stata abbastanza fortunata e ho sempre potuto lavorare con libertà e autonomia alle mie inchieste e alle notizie di cui mi sono occupata. Consapevole che ogni organo di stampa ha una propria linea editoriale. Della quale ovviamente il giornalista deve tenere conto se accetta di lavorare per una testata con una linea editoriale “politica”, pur fermo nella propria serietà e integrità professionale.

Il disegno di legge sulle liti temerarie, che prevede sanzioni pecuniarie per gli autori di querele infondate e per lo più a scopo intimidatorio contro i giornalisti, è indubbiamente un passo fondamentale verso una maggiore tutela della libertà di informazione. Credi sia sufficiente per la totale garanzia del professionista?

È un notevole passo in avanti, se si considera la mole di querele temerarie che ogni anno vengono intentate verso i cronisti con il solo scopo di chiudere loro la bocca. È successo anche a me, anni fa. Un uomo collegato alla ‘Ndrangheta mi querelò per un articolo che aveva come argomento il racket delle case popolari gestito dalle cosche calabresi. Il processo durò quasi 8 anni. Fu molto pesante. Alla fine tutto si risolse con la mia assoluzione ma con strascichi pesanti, anche da un punto di vista psicologico. Perché ti senti per tanti anni con le mani legate e sai che quella è stata comunque una vittoria per la controparte. Anche quando la vittoria poi, in Tribunale, non c’è.

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Condivisione Democratica ama considerare il giornalismo come cane da guardia della democrazia. Nel 2017 hai subito minacce ed aggressioni verbali via social da parte di esponenti nazifascisti, a seguito di un tuo servizio pubblicato su L’Espresso. Hai avvertito la presenza dello Stato in quella occasione? Ha condizionato in qualche modo il cammino della tua attività?

Ho avvertito forte e sana la presenza dello Stato. Ho sporto denuncia al comando dei Carabinieri, che sono stati bravissimi e mi hanno fatta sentire a mio agio anche quando – visto il contenuto delle minacce a sfondo sessuale – mi trovavo in evidente imbarazzo a parlare con loro, che erano tutti uomini. Quegli episodi – scatenati da un’inchiesta che aveva come argomento la propaganda sul web dei gruppi neofascisti e neonazisti – sono andati avanti per settimane. Ma mai per un attimo mi hanno fatto desistere dal continuare a scrivere di questo argomento, anche grazie alla vicinanza del direttore e del vice direttore dell’Espresso, Marco Damilano e Lirio Abbate. Che mi hanno spronato ad andare avanti. Il fenomeno, in effetti, è sempre più allarmante: avevo parlato anche dei gruppi segreti che “arruolano” militanti disposti a tutto, anche ad atti estremi. E i fatti mi hanno dato ragione: poche settimane fa la polizia ha sgominato proprio alcune di queste “milizie online” che progettavano persino attentati.

Uno dei principi deontologici del giornalismo è la ricerca della verità. Credi che questo dovere sia sempre rispettato? Quanta assenza di verità avverti nel nostro mondo?

Un bravo giornalista rispetta sempre la ricerca della verità. E deve però essere in grado di fermarsi quando la notizia non c’è. La notizia – diceva sempre il mio caporedattore – non va violentata. Oggi la differenza la fanno i veri professionisti. E in Italia, per fortuna, ne abbiamo tantissimi. Anche fra i giovani. Purtroppo dobbiamo fare i conti con una incertezza del mercato del lavoro talmente esasperante che, spesso, costringe molti bravi giornalisti ad abbandonare questo mestiere o a farlo in maniera più degradante. La verità c’è, è di fronte a noi, e non è mai relativa. Anche se spesso viene distorta. E noi giornalisti spesso siamo complici di questo.

Che visione hai del nostro Paese? A che punto siamo della nostra storia? La politica italiana che stagione sta vivendo?

Continuo ad avere fiducia nel nostro Paese. Ma noto che stanno dilagando fenomeni inquietanti che hanno come unica finalità quella di avvelenare i pozzi. E a rimetterci è sempre la democrazia. È allarmante per esempio il populismo imperante, completamente trasversale al concetto di destra e sinistra, che sta prendendo piede seducendo una fetta della popolazione sempre più ampia. Solleticano i sentimenti peggiori e convincono chi li ascolta di avere che la soluzione di tutto sia lo “Stato sovrano”, dimostrando per altro di non conoscere neppure le basi della nostra storia. Ma non ce l’ho solo con i cosiddetti “sovranisti populisti”. Ritengo che un grado di responsabilità fortissima sia della sinistra – sempre più autoreferenziale e incomprensibile – che ora per reazione alle destre sta generando una sorta di populismo di sinistra, che rivedo molto nel movimento delle Sardine. Le Sardine mi fanno venire in mente lo zucchero filato: una nuvola colorata ma inconsistente. La politica italiana è in un momento di grande incertezza e crisi esistenziale. Voglio pensare che da tutta questa confusione – evidentemente necessaria – scaturiscano di nuovo partiti sani, saldi e definiti anche nel concetto di dicotomia: la sinistra torni ad avere il principio di uguaglianza come stella polare; la destra si riscopra rispettabile.

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