Il termine “democrazia”

La parola democrazia, dal greco (demos “popolo” e kràtos “dominio”) intesa come “governo del popolo”, identifica un sistema di governo in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dal popolo, generalmente interpretato come l’insieme dei cittadini che concorrono, tramite consultazioni (votazioni) ad eleggere i propri rappresentanti.

È un concetto politico che, dall’antichità ad oggi, è stato accolto con diversi significati sovrappostisi nel corso della nostra storia.

La democrazia, pertanto, è una forma di governo in cui il potere viene esercitato dal popolo tramite rappresentanti eletti (democraticamente).

Nelle democrazie, la struttura del governo si fonda sul principio della sovranità popolare che garantisce la libertà, il raggiungimento dei diritti civili, politici e sociali dei cittadini, con alla base una concezione egualitaria.

È democratica quella società che riduce al minimo, o meglio ancora azzerandole, le disuguaglianze e concede al maggior numero possibile di cittadini la capacità di partecipare ai processi di formazione delle scelte politiche.

Nella sua fase di attuazione la democrazia si distingue in democrazia formale e democrazia sostanziale.

La democrazia formale si ha quando le istituzioni democratiche e le aspirazioni di uguaglianza si realizzano unicamente sul piano giuridico e politico.

La democrazia sostanziale si verifica quando si realizza una concreta uguaglianza socio-economica dei cittadini e si abbattono tutti gli ostacoli che impediscano il raggiungimento di tali diritti.

Nel concetto della democrazia attuale, si incontrano tre tradizioni storiche:

  1. la teoria classica;
  2. la teoria medioevale;
  3. la teoria moderna.

La teoria classica si avvale del pensiero aristotelico. Aristotele distingue tre tipi fondamentali di forme di Governo: la monarchia o governo di uno solo; l’aristocrazia o governo dei migliori; la democrazia o governo di molti, ovvero il concetto che la moltitudine governa a vantaggio di tutti. A queste tre forme di Stato Aristotele fa corrispondere altrettante degenerazioni: la tirannide (il monarca governa per sé), l’oligarchia (ha a cuore il vantaggio degli abbienti), la democrazia (ha a cuore il vantaggio dei nullatenenti). Nell’indicare la Costituzione migliore di uno Stato, Aristotele, negli ultimi due libri della Politica, applica il criterio della medietà. L’esigenza primaria nel pensiero aristotelico è che nello Stato, vi sia la partecipazione di tutti i cittadini, che lo Stato sia a misura d’uomo, che l’azione del politico tenda al bene comune.

Aristotele, nel rappresentare il concetto di democrazia, la rappresenta come forma degenerativa del governo, e la contrappone alla monarchia e all’aristocrazia.

Anche Platone aveva un concetto negativo della democrazia: la considerava come la forma di governo dei poveri, che spartendosi questi le cariche pubbliche, davano vita ad un regime dove si caratterizzava per un eccesso di libertà.

Nella storia politica dell’antica Roma, il termine democrazia è assente pur se sono presenti alcuni principi, specialmente in età repubblicana. L’uguaglianza giuridica tra patrizi e plebei, il riconoscimento di molti diritti, furono riconosciuti dalla Legge delle XII Tavole (451 a.C.).

La teoria medioevale si avvale dei giuristi dell’epoca che hanno elaborato il principio generale della sovranità popolare, partendo da alcuni brani del Digesto: Ulpiano, affermava che il principe ha una specifica autorità perché il popolo gliel’ha conferita; Giuliano, sosteneva che la consuetudine è fonte del diritto: il popolo crea il diritto non solo col voto (dando inizio alle leggi), ma anche dando vita alla consuetudine.

Durante il medioevo, oltre a Parigi, che è stato un centro principale dell’averroismo, anche Padova è al centro della riflessione ideologica e filosofica dell’epoca. Infatti, Marsilio da Padova riprende le tesi della Politica di Aristotele. In particolare elabora idee e concetti sul potere politico, che per quei tempi, furono senza dubbio rivoluzionarie.  In contrasto con la mentalità medievale, egli sostiene l’idea che debba essere il popolo (universitas civium) a decidere che cosa sia lecito e cosa sia illecito, a prescindere che a capo dello Stato ci sia una persona o più persone. Per lui, considerando il periodo storico, non tutto il popolo gode del diritto di sovranità, ma solo la pars valentior: sono escluse le donne, gli schiavi, gli stranieri e i minori. Non c’è dubbio però che Marsilio da Padova è uno dei primi pensatori che elabora la teorizzazione del concetto di sovranità popolare. Alle leggi devono sottostare tutti i cittadini e tutte le istituzioni, compresa anche la Chiesa. Sostiene, a ragione, che è la legge ad essere sovrana, non i governi che sono incaricati di eseguirla. Il potere deve sottostare alla legge, perché senza di essa non vi è sovranità e non vi è uno Stato vero e proprio. Anche Macchiavelli, all’epoca dei comuni italiani, distinse due tipi di governo: il principato e la repubblica. Quest’ultima sarà poi oggetto di molte interpretazioni di autorevoli esponenti della politica e della cultura nei secoli seguenti, nell’ambito della teoria della democrazia moderna, in cui si assiste alla suddivisione del potere tra più organi.

 Con tale suddivisione si teorizza l’importante concetto di Stato di diritto. Per Marsilio da Padova, la legge è sempre un naturale atto di volontà del popolo: essa deve mirare a eliminare eventuali contrasti e non necessita di alcune giustificazioni.

 Locke e Rousseau vengono considerati i padri della democrazia moderna. Per Locke il potere legislativo è esercitato da rappresentanti, per Rousseau direttamente dai cittadini:

Locke elabora i seguenti concetti:

  1. esistenza di diritti naturali (giusnaturalismo) che sono: conservazione della propria esistenza, la libertà, la proprietà privata;
  2. la sovranità popolare, contro la sovranità per diritto divino;
  3. la costituzione che deve vincolare i governanti;
  4. la divisione dei poteri per evitare sbocchi assolutistici.

Rousseau elabora due importanti concetti del potere e del popolo. Il popolo, caratterizzato da una comunanza d’intenzioni e di sentimenti, è una realtà che si costituisce in seguito ad un patto, esso è anteriore allo Stato e al potere. Questa distinzione è di notevole importanza perché stabilisce che è il popolo stesso, e non lo Stato o il sovrano, ad essere depositario del potere. Pertanto, il patto non può mai prevedere una cessione di sovranità. Essa appartiene, in modo permanente ed esclusivo, al popolo. Il popolo deve esercitare sempre il potere legislativo; può delegare il potere esecutivo, pur restando sempre il depositario: per questo motivo, può in qualsiasi momento revocarlo ed assumerlo in proprio. Rousseau è considerato il teorizzatore della democrazia diretta.

L’anticipatore della democrazia moderna è stato Johannes Althusius. Egli afferma autorevolmente il principio della sovranità popolare. Nato nel 1557 in un villaggio della contea di Wittegenstein-Berleburg, professore nell’Università di Herborn, morto il 12 agosto del 1638, nella sua Politica methodice digesta afferma che la sovranità risiede nel popolo. La sovranità o jus majestatis appartiene soltanto al popolo ed è inalienabile.

In Italia, in tempi recenti, la politica ha determinato alcune varianti del concetto di democrazia, pur riconoscendo che essa è inalienabile. La partecipazione di aspiranti politici alla gestione del potere molte volte si è dimostrata fallimentare, non riuscendo ad esprimere il senso di condivisione del popolo e manifestando incapacità tecnica e scarsa empatia. Alcuni studiosi di politica non parlano più di democrazia ma di tecnocrazia: altri di meritocrazia. Il senso comune che avvolge la maggioranza dei cittadini sembra essere quello di considerare la politica non più efficiente, e si teorizza la morte delle ideologie politiche, con il conseguente declino dei partiti. Altri, credo a ragione, avvertono un distacco dei cittadini dalla partecipazione all’attività politica, rinforzando l’astensionismo nel corso delle tornate elettorali. Assistiamo a comportamenti e livelli della classe politica molto scadenti, tanto da rendere il sistema democratico da un lato permissivo e dall’altro dispotico. Occorrerebbe estendere i diritti individuali a tutti i membri della comunità; dovrebbe il popolo, come comunità organica, governarsi da sé, dovrebbe essere realmente realizzato il concetto di libertà politica come centro di tutta la vita sociale. Senza la realizzazione di questi obiettivi, non ha senso parlare di estensione dei diritti individuali e politici a tutti i membri della comunità, non ha senso parlare di democrazia. Un altro aspetto deleterio della nostra classe politica è il non avere per nulla un comportamento all’insegna della coerenza; si fanno affermazioni che poi, ripetutamente, vengono disattese. Nella società italiana è fortemente aumentato il distacco tra le classi privilegiate e benestanti, con le fasce più deboli, lavoratori, artigiani, immigrati, che sono spesso sfruttati in modo vergognoso. Altra problematica che andrebbe affrontata è il tema della rappresentatività. Autorevoli politologi (Kelsen, Schumpeter, Sartori ed altri) hanno più volte messo in risalto questo argomento, ovvero una applicazione fedele della rappresentatività con lo scopo, appunto, di evitare il distacco degli elettori con la politica; un distacco talmente forte che si sente parlare, proprio in questi ultimi tempi, del bisogno di avere un Uomo forte al comando (anticamera del totalitarismo).

Appare evidente, quindi, che una cosa è la democrazia formale, un’altra cosa è la democrazia sostanziale; una cosa è la democrazia teorizzata nella Politica di Aristotele, e la democrazia (della comunità) teorizzata nel Defensor pacis da Marsilio da Padova.

La nostra democrazia moderna (e la stessa idea di democrazia) nasce da precise esperienze storiche, dalle grandi rivoluzioni d’America e di Francia, persegue l’obbiettivo di abbattere tutti i privilegi e tendere ad una vera conquista dell’eguaglianza.

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