Incontro con Lucio d’Ubaldo

Lucio D’Ubaldo è stato Senatore e Vice Presidente della Commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe tributaria, Segretario Generale dell’ANCI (dove attualmente ricopre l’incarico di direttore del Centro Studi e Documentazione dei Comuni Italiani), Assessore al personale del Comune di Roma e presidente di Laziosanità, poi Presidente della Fondazione Italia USA. Ora è Membro della Consulta Direttiva dell’Accademia degli Incolti.

Don Sturzo, De Gasperi, Moro i suoi punti fissi, ai quali ha dedicato alcune pubblicazioni (“Elogio dei liberi e forti. La responsabilità politica dei cattolici” con Giuseppe Fioroni nel 2018, “De Gasperi l’antipopulista. La democrazia come elevazione degli umili” nel 2018 e ha curato la pubblicazione di “La vanità della forza. Gli articoli su «La Rassegna» di Bari (1943-1945)” di Aldo Moro nel 2017).

Copertina dell’ultima pubblicazione di Lucio D’Ubaldo

E’ stato appena pubblicato il suo nuovo saggio “Amare il nostro tempo, appunti sul giovane Moro” (Edizioni Il Domani d’Italia).

Lei ha scritto alcuni libri dedicati ai grandi politici che hanno segnato l’impegno politico dei cristiani in Italia. Quanto è importante il civismo per la democrazia

Senza civismo la democrazia è una scatola vuota. Tuttavia, se anche la società avesse una buona intelaiatura civica, ma fosse priva di partiti – intendo partiti veri, con una schietta e forte caratterizzazione, adeguati al loro ruolo – non sarebbe una democrazia funzionante. Mancherebbe la colonna vertebrale in grado di far “stare in piedi” il procedimento democratico. Oggi attraversiamo questa fase di “democrazia invertebrata”, come era invertebrata agli occhi di Ortega y Gasset la Spagna del suo tempo (1922). È una metafora che possiamo fare nostra, come spunto di riflessione, perché il nostro sistema democratico sembra davvero invertebrato. La crisi dei partiti produce questo contraccolpo negativo, alla lunga pericoloso. Le cause che Ortega individuava – mancanza di una vera aristocrazia in una nazione che aveva “saltato” il medioevo – non sono quelle che ci preoccupano o ci riguardano, visto che non siamo attratti, ovviamente, dal discorso sul ruolo dell’aristocrazia. Però resta la suggestione di un’immagine, in effetti assai calzante, per spiegare il tempo in cui viviamo e i problemi cui siamo chiamati a rispondere.

Copertina dal Web

100 anni fa Luigi Sturzo scriveva un “Appello ai liberi e forti”, come ha ricordato nel suo libro: quanto di quell’appello è ancora valido nell’Italia del nuovo millennio? Lo domando anche perché spesso si sente parlare di “difesa delle radici cristiane” con toni propagandistici che hanno poco a che fare con la mitezza e l’accoglienza che professa Papa Francesco.

Sturzo ha strappato i cattolici al loro rifugio minoritario. Li ha resi consapevoli della loro forza organizzativa e del loro potenziale politico-elettorale. Con Sturzo nasce il partito moderno, non solo per i cattolici; nasce il partito di programma, il partito di popolo e non di classe, ben diverso dal semplice “comitato elettorale” o dal “comitato rivoluzionario”; nasce con un impronta riformatrice, senza timori reverenziali verso altre forze – liberali o socialiste – ma con l’ansia di trovare il criterio di utilità generale al fine di mobilitare le migliori energie della nazione, per dare una prospettiva democratica all’Italia uscita vittoriosa e depressa, al tempo stesso, dalla Prima guerra mondiale. Sturzo ebbe il merito di riconoscere per tempo, insieme a pochi altri, la natura eversiva e dittatoriale del fascismo. Fu un alfiere della libertà. Oggi, del suo insegnamento, rimane indelebile il fascino di un partito nuovo, che volle costruito sul paradigma della partecipazione attiva degli aderenti. E rimane altrettanto indelebile il senso della laicità della politica – il Partito popolare si definiva “aconfessionale” – che ai nostri giorni sembra offuscata dallo strumentalismo clericale della destra xenofoba. Salvini, per intenderci, non ha nulla a che vedere con il fondatore del popolarismo.  Lo slogan più efficace, almeno per i cattolici democratici, rimane dunque questo: contro il populismo serve riscoprire il popolarismo.

Il 12 Dicembre sono trascorsi 50 anni dalla strage di Piazza Fontana, quello che è considerato l’evento che ha aperto il periodo degli anni di piombo. All’epoca Aldo Moro, altro suo faro politico, comprende immediatamente l’enorme rilevanza politica e destabilizzatrice della tensione che stava montando, ritenendo la Democrazia in pericolo, cercando di mettere a disposizione le sue capacità per rafforzarla. Vede nel momento attuale aspetti comuni?

Fortunatamente gli anni dello stragismo sono un brutto ricordo del passato. L’Italia seppe uscire, negli anni ‘80-‘90, da quella catena di attentati e di sangue con la compostezza di fondo che solo una grande nazione democratica è in grado di assicurare proprio nei momenti bui della sua storia. È nostro dovere preservare una condizione di civile confronto democratico. Certo, questo non significa che viviamo un tempo di specchiata virtuosità della politica. In molti concordiamo sul degrado del dibattito pubblico. Ciò non toglie che vi siano risorse nella società e nelle istituzioni adatte a ricomporre un quadro di serietà e – perché no? – di autorevolezza in funzione di una democrazia più solida. Dobbiamo salvare un principio di ottimismo, anche osservando il fatto, in sé altamente positivo, di come lo scontro politico riesca comunque a mantenersi molto al di qua della linea rossa dell’intolleranza fisica e quindi della violenza. Quando accadono fatti deplorevoli, anche solo per un attentato al diritto di parola, non manca la giusta reazione della pubblica opinione. Ciò rincuora molto.

Lei è stato Segretario Generale dell’ANCI. Condivisione Democratica sta incontrando i Sindaci del Nostro Paese, con la convinzione che, vivendo ogni giorno “in diretta” i problemi reali del territorio, meriterebbero posizioni di rappresentanza negli organi istituzionali nazionali, con l’attivazione di un coordinamento ad hoc. Cosa ne pensa?

I Sindaci hanno la grande responsabilità di portare sulle spalle quasi per intero il carico della rappresentanza delle loro rispettive comunità. Ora, fin dalla prima applicazione della legge sulla elezione diretta del Sindaco, ho percepito un effetto distorsivo. Se facciamo mente locale, dobbiamo riconoscere che il ruolo esorbitante dei Primi cittadini ha reso evanescente il ruolo delle Assemblee elettive. Non va bene! Il Consiglio comunale è l’organo più importante della democrazia locale, non può essere surrogato dalla figura monocratica del Sindaco. Manca, a riguardo, una discussione seria: ancora prevale l’idea che non conta la partecipazione, ma la decisione (senza considerare il rischio che poi però, in assenza di partecipazione, non vi sia vera decisione). Non vorrei essere frainteso, ma mi rafforzo sempre più nel convincimento che i Sindaci debbano…perdere un po’ di potere. Si sono trasformati in Podestà e ciò ha ridotto a marginalità l’impegno politico negli organismi collegiali a carattere rappresentativo.

I social network sono diventati gli strumenti principali per la diffusione delle fake news anche attraverso un linguaggio di odio. Quanto è possibile la pacatezza ed il ragionamento politico in questo momento storico? Come membro dell’Accademia degli Incolti, pensa che ci sia un problema culturale nel nostro Paese?

Il problema non esiste solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale. Non si pone invece nei regimi autoritari dove esiste una “censura tecnologica” in grado di risolvere a monte – come si usa dire in stile post-sessantottino – la questione dell’involgarimento della comunicazione per il tramite dei social network. In passato, la filosofia critica (Scuola di Francoforte) ci ha messo in guardia: nella società industriale di massa l’ignoranza si trasmette – come un tempo si trasmetteva il sapere. Dunque, si finisce per insegnare l’incultura. Mi pare che siamo alla radicalizzazione di questo fenomeno, perché molta informazione e molto dibattito che passano per i social costituiscono a livelli più potenti, ma anche più degradati, questa tendenza alla “riproducibilità dell’ignoranza”. Solo che l’ignoranza, nel tempo che viviamo, si maschera appunto di sapere (e di intelligenza). A noi spetta reagire.

Dopo la Prima e la Seconda Repubblica, ora si può affermati di essere entrati nella Terza Repubblica – per via della Legge Elettorale – con problemi sempre simili, come la difficoltà a creare una maggioranza, la difficoltà legislativa, il conflitto con la magistratura. Secondo lei la politica italiana che stagione sta vivendo oggi? Cosa dovrebbe fare, cosa può fare la classe dirigente?

Oggi la classe dirigente non esiste. Almeno non esiste in Italia, se un po’ vogliamo attenerci alle analisi, sempre molto acute, di De Rita. In fondo è la crisi della borghesia, che sintetizza e riproduce una crisi più ampia: la crisi del ceto medio. Se togliamo alcune grandi laboratori – una volta si citava la Banca d’Italia, oggi neanche più, almeno con la stessa sicurezza – non abbiamo strumenti o luoghi idonei a formare e stabilizzare l’esistenza della cosiddetta classe dirigente. La quale, sia detto per inciso, opera in virtù della coscienza di sé e si legittima per il suo “ruolo sistemico”, non per sue specifiche e frammentarie funzioni corporative. Un insieme di persone qualificate non certifica di per sé la costituzione di una vera classe dirigente. Essa dovrebbe manifestare la sua realtà e consistenza facendo esercizio di responsabilità anche (ma forse soprattutto) nei passaggi in cui la politica esibisce un tasso troppo alto di debolezza. La sensazione, invece, è che in Italia la debolezza della politica sia anche la debolezza della classe dirigente del Paese. È un circolo vizioso, con effetti deleteri.

Lei ha dedicato un saggio all’elezione di Ernesto Nathan a Sindaco di Roma nel 1907 e a tutte le condizioni che hanno permesso quell’elezione. Roma è in una situazione amministrativa critica. Cosa dovrebbe fare la politica per la Capitale?

Roma è lo specchio dell’Italia. C’è solo un modo per parlare di Roma con fiducia, coltivando la speranza di una sua rinascita: essere partecipi, ciascuno con gli strumenti che meglio sa usare, di un moto di “nuova accumulazione” intellettuale. Roma è in crisi perché mancano le idee. Si potrebbe dire anche in modo più drastico e, chissà, più efficace che forse manca un’idea di Roma. Non abbiamo una meta a cui guardare, un mito democratico – in fondo Nathan, a prescindere dalle sue reali capacità di Sindaco, lo è stato per più di una generazione – a cui riferirci politicamente. Ci siamo persi. Abbiamo creduto alla giusta rivendicazione, a cavallo tra gli ultimi anni Novanta e i primi anni di questo nuovo Millennio, di un nuovo modo di amministrare al di fuori e al di là delle vecchie ideologie. Questa spinta alla deideologizzazione – di per sé apprezzabile – ha prodotto il risultato di mortificare la spinta ideale, traducendo fatalmente la buona volontà del fare in gestione pura e semplice del potere. Abbiamo perso le idee, il gusto per il confronto politico sui destini della città, ma nel contempo abbiamo perso anche la capacità del fare. E ci ritroviamo, come massima espressione del dibattito pubblico, a parlare delle buche sulle strade! Penso che abbiamo la necessità di rompere questo incantesimo di frustrazione e decadenza. E lo possiamo fare rimettendo sull’altare il primato della discussione attorno a una nuova idea di Roma. Il metodo alle volte s’intreccia con il merito, dando risultati utili e positivi.

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