Riflessioni sulla Democrazia

Siamo arrivati ad un punto cruciale nella storia delle democrazie liberali ormai in crisi un po’ in tutto il mondo. La complessità e la gravità dei problemi da affrontare trovano sempre più difficile soluzione nell’accordo tra le parti, continuamente in lotta per il consenso politico elettorale, per cui la Politica opera sempre più sul contingente e nel breve termine e non su una visione di lungo periodo che possa garantire benefici duraturi e strutturali per i cittadini ed i rispettivi Paesi. I partiti competono infatti sempre di più su problemi popolari di “pancia” piuttosto che su temi sostanziali, dettando spesso un’agenda distorta da quella che è la realtà, cavalcando paure invece di educare e far emancipare i cittadini. Secondo uno studio dell’istituto di ricerca Ipsos, tra 15 paesi dell’Ocse l’Italia è, tra l’altro, prima per distanza tra percezione e realtà.

A questo si aggiungano la difficoltà di composizione e convergenza su tematiche internazionali addirittura in seno ai Paesi dell’Europa stessa che dovrebbe essere politicamente molto più compatta ed unita da una visione strategica d’insieme. I fatti degli ultimi giorni sulla Libia e sull’Iran ne sono un esempio, l’Europa è completamente assente.

Dalla caduta delle ideologie e dei partiti di massa, la situazione è andata progressivamente deteriorandosi, perlomeno in Europa, anche a causa delle crisi economico-finanziarie; questo lo si riscontra sempre di più dalla difficoltà di costituire governi stabili (e non solo in Italia), dalla difficoltà di transizione da un UE intergovernativa ad un UE parlamentare dei “popoli”, dalla crescita dei sovranismi e delle ideologie ultranazionaliste in tutti gli Stati della UE che ha fatto leva sul senso di insicurezza causato dalla diminuzione del welfare, dei diritti e dall’immigrazione.  In molti altri casi, si stanno affermando le cosiddette “democrature” (crasi tra democrazia e dittatura) che vedono un uomo forte alle redini di tutto il sistema, in modo antitetico all’intera impalcatura democratica. Insomma, sembra che la complessità dei problemi, la rapidità di risposta, l’efficienza del sistema, richieste dalle sfide globali, possano essere meglio garantite da un uomo solo al comando piuttosto che da un sistema parlamentare con i suoi tempi, le sue modalità e soprattutto i suoi principi sulla divisione dei poteri. Ciò traspare anche dall’ultimo rapporto Censis 2019 sulla situazione sociale del nostro Paese, da cui risultano evidenti pulsioni antidemocratiche, con il 48% degli italiani che sembrerebbero favorevoli all’uomo forte al potere.

Fonte: Istituto Luce

C’è da dire che il sistema partitico italiano è degenerato, fin dai tempi della Prima Repubblica, implosa poi con Tangentopoli.

A quella che è sembrata potesse essere un’occasione di rinnovamento (si pensi alla stagione referendaria, a quella di rinnovamento dei Sindaci…) è seguito invece un periodo di riflusso, basato su una forte personalizzazione della politica, su un rigido e forzato bipolarismo maggioritario, ma anche su partiti di plastica, congressi karaoke e falsi problemi secessionistici.

Insomma l’Italia è stata congelata per un altro ventennio senza che si fossero affrontati e risolti problemi annosi e strutturali.

Ci siamo ritrovati nella cosiddetta terza Repubblica con una situazione deflagrante, dal punto di vista finanziario, economico e sociale, con in più il “combustibile” costituito dal fenomeno non governato dell’immigrazione ed in una situazione geopolitica oggettivamente mutata ed instabile.

In questa situazione populismi e sovranismi hanno avuto terreno facile, anche se si è contrapposto “populismo” a “progressismo”, due facce della stessa medaglia se consideriamo il populismo non nella sua versione demagogica ma nella sua accezione originaria e più positiva a rappresentare il “popolo” e le istanze dei cittadini. C’è da dire infatti che il tema delle disuguaglianze è un tema cruciale per il futuro delle democrazie. Su questi presupposti si è aperto inoltre un fronte che è quello del dibattito tra la Democrazia rappresentativa e Democrazia Diretta; i prossimi confronti tra le forze politiche in Italia sulla riforma del Parlamento e sulla legge elettorale ne saranno un banco di prova.

Sicuramente la democrazia rappresentativa costituisce un valido sistema per garantire la composizione degli interessi, in un quadro di valori condivisi e di trasparenza del sistema. Orbene in Italia, e non da adesso, siamo purtroppo ancora divisi sulle radici della nostra Repubblica ed il nostro è un Paese che non ha fatto mai i conti con il Fascismo e dove una senatrice della Repubblica, tra gli ultimi testimoni viventi dell’Olocausto, viene contestata per fare un “uso di parte” della memoria storica ed è costretta a girare con la scorta. 

Non c’è inoltre una visione condivisa di società basata su valori etici, morali e civili e di quello che dovrebbe esserne lo sviluppo.

A questo, si aggiunga una certa opacità del sistema, soprattutto quello partitico. I Partiti infatti, pur avendo in Italia una rilevanza Costituzionale, sono tuttora delle associazioni private, nonostante i tentativi fatti, di una disciplina che garantisca il funzionamento e l’attribuzione di compiti di questa rilevanza. Lo abbiamo visto con il tema dei finanziamenti e tuttora con le collusioni con fondazioni e lobby varie non regolate e regolamentate. C’è poi il tema della democrazia interna, della scalabilità, dell’apertura e della selezione della classe dirigente e della partecipazione.

La legge ferrea dell’oligarchia, teorizzata da Rober Michels nel 1911, ancora permane nel nostro sistema partitico.

Siamo passati dalla rappresentanza alla rappresentazione, amplificata adesso dall’uso sconsiderato dei Social da parte della politica con annunci iper-semplificati, praticamente quotidiani, a colpi di post e tweet.

A queste problematiche si riallaccia il tema dell’Educazione. Forse l’autore che ha posto in modo esemplare il rapporto tra democrazia e educazione è John Dewey (per troppo tempo bistrattato anche dalla sinistra in Italia):

La devozione della democrazia all’educazione è un fatto famigliare. Un governo che riposa sul suffragio universale non può funzionare bene se coloro che eleggono e obbediscono ai loro governanti non sono educati. Poiché rifiuta il principio dell’autorità esterna la democrazia deve trovare una soluzione alternativa con il favorire disposizioni interne e volontarie; e solo l’educazione può fare questo […] tanto più in una società mobile in cui occorrono grandi capacità di adattamento al nuovo”.  

Non vi è alcun dubbio che il passaggio da suddito a cittadino avvenga attraverso l’educazione alla democrazia.

L’educazione richiama a sua volta il tema della partecipazione che, se unita ad un sistema di partiti bloccati ed autoreferenziali, rimanda a sua volta al problema della rappresentatività, da cui il recente dibattito sulla democrazia diretta che può essere considerato il sistema più democratico, almeno dal punto di vista simbolico, richiamato dal punto di vista ideale con la nascita della democrazia ateniese.  Con tutti i distinguo che corrono tra la realtà della polis greca e le moderne società di massa, è interessante in realtà notare come fossero combinati nella società ateniese, sorteggio, democrazia diretta ed elezioni, ognuno dei quali ha vantaggi e svantaggi.

Era ragionevole che la maggior parte delle decisioni generali venissero prese nell’Assemblea popolare. Dato che far discutere migliaia di persone poteva porre qualche difficoltà pratica le proposte venivano prima elaborate dal consiglio sorteggiato, i cui membri erano meno numerosi e, ricevendo un salario, potevano permettersi di dedicare più tempo al loro compito. Anche i processi richiedevano troppe risorse perché fosse pensabile farli condurre dall’assemblea e venivano perciò condotti dalle corti, anch’esse sorteggiate. Infine erano elette le cariche che richiedevano particolari requisiti o competenze.

Premesso che la politica richiede preparazione, dedizione, competenze e capacità che non sono improvvisabili ma effettivamente del governo dei “migliori”, si potrebbero delineare però degli elementi su cui sviluppare delle proposte con dei correttivi, in alcuni istituti o realtà in seno alla democrazia rappresentativa, come ad esempio il sorteggio (ovviamente sulla base di liste qualificate per preservare le competenze), la rotazione delle cariche, la consultazione e la partecipazione diretta, queste oggi permesse anche dalle più moderne tecnologie (anche se occorre considerare che potrebbero non essere alla portata di tutti). Ci sono già esempi di bilanci partecipati a livello locale, dove i cittadini delle comunità territoriali possano dire la loro sulla migliore destinazione di alcuni fondi e priorità.  Questo ovviamente accanto agli istituti già presenti, che dovrebbero ricevere nuovi impulsi, come quelli consultivi, referendari e le leggi di iniziativa popolare.

C’è da dire che occorre ricostruire un tessuto, andato distrutto dalla società individualizzante, fatto di corpi intermedi come le associazioni, le realtà territoriali, i luoghi di incontro, discussione, confronto e soprattutto Condivisione. Ormai i partiti stessi a base leaderistica, sono incentrati su un capo carismatico ed una massa virtuale, richiamando erroneamente questa configurazione a principi di “sovranità del popolo” dove il demiurgo si fa interprete degli interessi di tutti i cittadini.

Dal Web

In fin dei conti il recente movimento delle sardine, seppur con i limiti e le critiche che gli sono state mosse a torto o a ragione, rappresenta non solo un’istanza di rinnovamento di una politica più garbata e meno violenta ma anche una domanda di Politica più vicina ai cittadini, partecipata e, soprattutto consapevole del senso del bene comune, tanto caro ai filosofi dell’antica Grecia, che però dopo ancora 2500 anni, ha difficoltà ad affermarsi come categoria politica e civile.