Donne in prima linea ai tempi del Coronavirus

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Si chiama Sara Berardi, è fiorentina, negli anni 90 è stata la mia nonché una ben nota insegnante di danza moderna, hip hop, ed altro.

Oggi e da diversi anni è infermiera professionale, formatasi anche in Inghilterra, lavorando per due anni in chirurgia d’urgenza presso il Royal Hospital, l’ospedale in cui è nata Amy Winehouse.

Da alcuni anni è tornata a Firenze, in questa emergenza Corona virus lavora in prima linea prestando la propria opera in una realtà di cui si parla poco ma estremamente delicata, che richiede professionalità, competenza, buon senso, pazienza e capacità di mettersi nei panni degli altri.

Da alcuni anni infatti lavora presso la Clinica CTE a Torri, Rignano Sull’Arno. Il Centro Terapeutico Europeo ONLUS è una cooperativa sociale, nata nel 1997, che opera nel campo dell’accoglienza, sia diurna sia residenziale, e dell’organizzazione di servizi socio-sanitari ed educativi rivolti a ragazzi con problemi psichici e disabilità intellettive, che collabora con ASL e le istituzioni comunali per individuare chi ì aiutare e per definire i percorsi socio terapeutici più adatti alle precipue esigenze e si caratterizza per l’ampio ventaglio di professionalità dei suoi soci e per l’eterogeneità dei percorsi socio educativi a disposizione dei ragazzi.

Perché per tutti i ragazzi e gli adolescenti diventare adulto ed indipendente è difficile, ma per un disabile intellettivo, non è affatto scontato. E’ un processo lungo, graduale che va programmato e che coinvolge la persona e la sua famiglia. L’obiettivo precipuo della cooperativa è permettere ai ragazzi il raggiungimento di un maggior grado di indipendenza e autonomia, garantendo un contesto di vita stabile, ricco di affetti ma anche stimolante che permetta l’acquisizione di capacità e competenze lavorative.

In questo contesto mi spiega Sara, la sua attività al tempo del Coronavirus va in controtendenza rispetto alla Cliniche tradizionali. Il lavoro degli infermieri e del personale è rivolto a prevenire il coronavirus, a NON FARE ENTRARE IL VIRUS IN CLINICA per proteggere i ragazzi disabili e autistici.

Le chiedo se questi ragazzi hanno avuto la percezione del pericolo attuale e in quali termini. Mi riferisce che le hanno percepito in maniera indiretta, forse inconscia, perché percepiscono lo stress o lo stato d’animo diverso del personale che ruota loro accanto, impegnato in tutte le misure di legge; nonché dal fatto che le visite dei familiari sono state sospese in modo appunto da lasciare fuori ogni possibilità di contagio anche da parte di soggetti sintomatici che potrebbero trasmettere pur ritenendosi sani.

È un lavoro che sempre, e in questa fase in particolare, richiede grande impegno; fortunatamente le notti sono tranquille ed i ragazzi grazie alla disponibilità e alla professionalità degli operatori sono riusciti ad adattarsi alla interruzione di tutte le attività all’aperto, avendo la struttura operato una doverosa scena per attività sono interne, quali cinema, disegno, ed altre attività grafiche ed artistiche.

In considerazione della esperienza maturata Sara ha deciso di mettersi ulteriormente alla prova ed a disposizione in questo frangente d’emergenza proponendo il proprio curriculum all’ Ospedale S. Orsola di Bologna attualmente coinvolto nelle emergenze, per rendersi disponibile in un territorio in sofferenza con le proprie competenze.

Una scelta autonoma indipendente e coraggiosa e della quale come cittadina italiana la ringrazio già da ora a nome di tutti coloro che hanno ricevuto e riceveranno le sue cure, che considero un esempio di responsabilità civica.

La prevenzione, il senso del dovere, il buon senso, la disciplina e la rinuncia ad egoismi autoriferiti sono le uniche armi che abbiamo per combattere il coronavirus, restando in casa salvo le limitate e precise ipotesi di legge.

Senza dolo, senza furberie, senza superficialità, senza negligenze, senza imprudenze.

Solo con l’autocensura e solo essendo i peggiori gendarmi di noi stessi si può incidere positivamente in questa battaglia.

Uniti del modo corretto ce la possiamo fare.

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