“Emergenza Coronavirus” e spostamenti: le sanzioni penali previste dal DPCM

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L’art 650 del Codice penale stabilisce che: “Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o d’ordine pubblico o d’igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato [337, 338, 389, 509] , con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a duecentosei euro

Queste, dunque, sono le sanzioni di natura penale espressamente previste nei vari DPCM, pubblicati in Gazzetta ufficiale (succedutisi in questi giorni), per chi non rispetterà pedissequamente le indicazioni ivi elencate al fine di fronteggiare il diffondersi dell’epidemia di coronavirus.

Ciò significa che, salvo che il fatto costituisca un reato più grave della mera inosservanza del provvedimento in oggetto – ovvero configuri le ipotesi di resistenza a pubblico ufficiale (art 337 c.p.); violenza o minaccia a un corpo politici, amministrativo o giudiziario (art 338 c.p.); inosservanza di pene accessorie, per chi ha già riportato precedente condanna (art 389 c.p.) ed inosservanza delle norme disciplinanti i rapporti di lavoro (art 509 c.p.) – la sanzione, per chi non rispetterà le limitazioni agli spostamenti e alla circolazione, sarà quella dell’arresto, o, in alternativa di una ammenda.

La fattispecie di cui all’art. 650 cp, dunque, pur essendo qualificata come “contravvenzione” non deve essere confusa con il tipo di sanzione applicata in caso di violazioni al codice della strada o simili: si tratta di un reato a tutti gli effetti, da cui scaturisce, a carico del trasgressore, un procedimento penale (con tutte le annesse conseguenze in termini di elezione di domicilio, nomina del difensore di fiducia, svolgimento del processo etc).

Il bene che la norma si prefigge di proteggere è, infatti, un bene di ordine primario quale la polizia di sicurezza/ordine pubblico scaturente da un provvedimento “legalmente dato” dalle autorità che impone o vieta una certa condotta tanto da limitare la libertà di autodeterminazione dell’individuo.

Per cui, soggetto attivo del reato è da intendersi chiunque sia destinatario del provvedimento e del contenuto in esso stabilito: nel caso coronavirus, destinatari sono tutti i cittadini italiani soggetti a limitazioni di circolazione, di svolgimento di attività lavorative, sociali, aggregative o commerciali.

Per commettere il reato in oggetto non è inoltre necessario il dolo, ma è sufficiente la colpa, intesa come inosservanza, senza giustificazione alcuna, del provvedimento emanato, ed il momento a partire dal quale si intenderà perfezionata la condotta illecita è quello da cui l’Autorità fa discendere l’obbligo o il rispetto delle disposizioni. Nel caso specifico, il termine decorre dalla pubblicazione del DPCM in Gazzetta Ufficiale.

Le sanzioni derivanti dalle violazioni alle disposizioni limitative, oltre che nei richiamati Decreti, sono state ribadite anche nella direttiva ai Prefetti diramata dal Viminale l’ 8 marzo, ove si precisa che «la sanzione per chi viola le limitazioni agli spostamenti è quella prevista in via generale dal 650 cp (con una pena prevista di arresto fino a 3 mesi o l’ammenda fino 206 euro), salvo che non si possa configurare un’ipotesi più grave quale quella prevista dall’articolo 452 del codice penale (delitti colposi contro la salute pubblica), che persegue tutte le condotte idonee a produrre un pericolo per la salute pubblica».

Ciò significa che la violazione delle limitazioni agli spostamenti imposti può addirittura configurare la più grave ipotesi dell’art 452 c.p., che prevede – per chi provoca per colpa un’epidemia – la reclusione fino a 12 anni, qualora ad esempio il soggetto sappia di essere contagiato, seppur asintomatico, e ciò nonostante non rispetti la cd “quarantena” ovvero si allontani dal proprio domicilio.

Da ultimo, ma non per importanza, è opportuno ricordare in quali sanzioni può incorrere chi compili le “autodichiarazioni” – richieste per giustificare gli spostamenti necessari e imprescindibili, connessi a comprovate esigenze di natura lavorativa o medica – in maniera non veritiera: ciò che si dichiara deve corrispondere al vero: in caso contrario, l’autore delle dichiarazioni, qualora l’ente accertatore verifichi, anche nell’immediatezza, che queste non sono supportate da riscontri oggettivi e certi, e dunque non sono vere, sarà denunciabile anche per il reato di falso.

In sintesi, dunque, per non incorrere nella contestazione di cui all’art 650 c.p., né nelle diverse ipotesi di reato configurabili e derivanti dalla violazione delle disposizioni in tema di emergenza coronavirus, occorre:
– Rispettare le limitazioni agli spostamenti e allontanarsi dalle proprie abitazioni solo in caso di necessità e di comprovate esigenze lavorative o di salute;
– Riportare, nelle autodichiarazioni, solo informazioni vere, munendosi, ove possibile di prove a supporto e a diretto riscontro di quanto attestato (scontrini, fatture, ricette mediche etc);
– Evitare assolutamente di uscire da casa qualora si sia positivi al virus, anche se asintomatici.

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