Incontro con Maurizio Muglia

Medico impegnato nel sociale, Maurizio Muglia ha fatto proprio il giuramento di Ippocrate nel 1976 e da quel momento l’ha onorato prestando la sua opera in giro per il mondo con la Croce Rossa Italiana, ma anche per Madre Teresa di Calcutta, per la Cooperazione Italiana, per la Caritas Internazionale, per l’UNICEF e per molte altre organizzazioni internazionali.

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Lo intervistiamo – rigorosamente a distanza – nel momento nel quale in Italia e nel mondo sta imperversando il CoronaVirus richiedendo azioni estreme come il blocco totale di tutte le attività e delle interazioni sociali considerate non necessarie.

Riportiamo di seguito il suo contributo.

Nella mia vita ho evitato di avere etichette o bandiere perché ho sempre ritenuto, come diceva Madre Teresa, che “dove c’è bisogno, lì bisogna andare”.

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Le ultime missioni le ha svolte in Bangladesh per aiutare i Rohingya, un milione di rifugiati cacciati dalla Birmania, le ho svolte come delegato della Croce Rossa Internazionale. Attualmente collaboro con la comunità di Sant’Egidio e da ieri ho dato la mia disponibilità alla Protezione Civile aderendo alla Task Force per il Covid-19 e credo che solo unendo le forze potremo arrestare questa progressione di malattia che ci sta annientando completamente.

Ricordo che a gennaio, quando sono iniziate a circolare le notizie dell’insorgenza di un nuovo virus in Cina, ho realizzato che presto l’epidemia sarebbe arrivata in Europa e che bisognava darsi da fare immediatamente. Sono molti anni che gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno previsto l’insorgenza di una nuova infezione virale che avrebbe fatto il salto di specie passando dall’animale all’uomo; ciò è stato con la SARS, la MERS, l’Ebola e ora con la SARS-Cov-2.

Mi stupisco e non mi spiego il perché l’OMS abbia ritardato tanto nel dichiarare tale malattia virale come “pandemia” ma mi stupisco molto di più per i ritardi nella preparazione per affrontare questa nuova grande emergenza. La Cina ci aveva avvertiti e noi e l’Europa intera siamo rimasti a guardare come spettatori attoniti davanti a questo dilagare esponenziale dell’infezione che non ha riguardi per nessuno. A cosa sono servite le molteplici riunioni a livello europeo non si sa, ci siamo trovati isolati, negletti e allontanati da tutti come untori (ciò che avevamo fatto noi con i Cinesi). Anche oggi i paesi europei reagiscono differentemente in base alla loro capacità economica, ognuno in modo diverso, non si è mai arrivati a una strategia comune né tra le nostre regioni né tantomeno tra gli Stati. Nonostante l’esperienza cinese e coreana non abbiamo seguito i loro suggerimenti e ci muoviamo a tentativi. È probabile che il virus sia mutato in questo periodo e sia divenuto più “aggressivo” ed è possibile che se non isoleremo precocemente tutti i portatori e i contagiati, eseguendo i tamponi a tappeto, non riusciremo ad arrestare questo dilagare di contagi e di conseguenti decessi. Durante gli ultimi quaranta anni ho affrontato con professionalità e raziocinio epidemie di colera in Africa e di difterite in Europa e in Oriente, ho insegnato ai miei allievi infermieri come comportarsi durante un’epidemia e che presto sarebbe arrivata: oggi si sta avverando quanto previsto e solo uniti potremo reagire. L’isolamento è la strada maestra: la quarantena. L’igiene personale ma anche l’identificazione precoce dei portatori asintomatici e dei contagiati. L’isolamento domiciliare ma anche la disinfezione continua degli ambienti comuni e dei luoghi più frequentati. Restare presso il proprio domicilio è un atto dovuto, è una parte del lavoro che tutti devono fare, ognuno deve prendere coscienza che il proprio isolamento impedirà al virus di diffondersi; è l’unica arma che abbiamo come cittadini e come combattenti in una nuova guerra mondiale. 

Non lasciamoci abbrutire dall’inedia domiciliare, mangiamo in modo sano, curiamo il nostro corpo, facciamo una corretta attività fisica, tutto questo va a migliorare il nostro organismo e potenzia le nostre difese immunitarie. Non siamo in vacanza ma in guerra contro un nemico invisibile.

Lascio ai clinici la sperimentazione dei nuovi farmaci antivirali e ai rianimatori le estenuanti e amorevoli cure per strappare i pazienti alla morte. 

La strada per il vaccino è ancora troppo lunga e non sarà la risoluzione del momento ma lo sarà per le prossime generazioni. 

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