Io, italiano all’estero in tempi di Coronavirus

Le righe che seguiranno sono il risultato di una stesura itinerante, per così dire. Sono infatti passati diversi giorni tra la prima parola che ho scritto e l’ultima; quello che è successo nel frattempo ha inciso così tanto su questa fase della mia vita e sul senso stesso dell’articolo da richiederne una radicale rivisitazione in corso d’opera. 

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Da gennaio mi trovavo in Spagna per seguire un corso di formazione professionale. Le cose andavano benissimo, Barcellona è una città moderna, stimolante e con un’alta qualità della vita. Io e due degli altri tre partecipanti al corso – dopo numerose difficoltà – avevamo anche trovato casa insieme: una casa accogliente, conveniente rispetto alla media della città e con un proprietario onesto e molto disponibile. Un vero affare! Tutto sembrava incastrarsi alla perfezione.

Come sottofondo alle nostre giornate c’erano le notizie e i video di ciò che lentamente accadeva dall’altra parte del mondo. “Pare che in Cina ci sia un nuovo virus; dicono sia nato a causa di un piatto a base di topi, anzi no di serpenti, anzi no di pipistrelli, e che si trasmetta da uomo a uomo”… “pare che questo Coronavirus – così si chiama – si diffonda anche velocemente, però si manifesta con sintomi lievi, come un’influenza, e poi uccide solo anziani e malati gravi; non c’è da preoccuparsi”… “pare che si possa contrarre anche senza manifestare sintomi, quindi è difficile trovare tutti i contagiati, però dai basta stare attenti tanto interessa solo i cinesi…” 

Poi, però, dalla Cina questo Covid-19 ha cominciato a fuoriuscire, estendendosi in tutto il sud est asiatico. Le preoccupazioni comunque erano ancora remote: in fondo finché questi eventi non ci toccano da vicino, che importa. No?

Tutto ciò ha scandito le nostre giornate fino al 21 febbraio, quando improvvisamente si è acceso un focolaio in Italia, in Lombardia. La causa scatenante è stata identificata in una cena di lavoro di un imprenditore lombardo (paziente zero) a contatto con altri cinesi, oppure un tedesco. Si è più capito? 

Ad ogni modo, lentamente abbiamo iniziato a prendere coscienza che non soltanto il virus era più aggressivo e pericoloso di quanto non si credesse all’inizio, ma che la sua facilità di contagio metteva a repentaglio soprattutto la tenuta dei sistemi sanitari nazionali, a causa dell’ampio numero di persone da sottoporre a terapia intensiva.

La nostra situazione da questo momento in poi ha cominciato ad assumere contorni paradossali. Di giorno in giorno le ore trascorse sui social in cerca di notizie aumentavano in maniera direttamente proporzionale all’incremento dei contagi: il bollettino delle 18 della Protezione Civile con il numero dei contagiati in Italia era ormai diventato un appuntamento fisso. Ma, soprattutto, essere italiani all’estero a questo punto significava attirare l’attenzione di tutti, essere soggetti a battutine, dover necessariamente parlare di Coronavirus, perché era il tema del momento. Ed era il nostro tema.

Poco male fin qui. Ok, in un’aula con altri studenti stranieri non passavamo più inosservati, ma la prendevamo come un modo per rompere il ghiaccio. Eravamo insomma in grado di fare buon viso a cattivo gioco, anche perché la nostra vita in Spagna procedeva tutto sommato alla stessa maniera di prima. 

Risultato immagini per conte
Immagine Wikipedia

La nostra condizione si è però notevolmente aggravata negli ultimi giorni. Ciò specialmente da quando i percorsi dei due paesi hanno iniziato a prendere strade opposte, andando ad incidere pesantemente sulle nostre prospettive. In Italia, il Presidente Conte ogni giorno si presentava davanti al Paese per annunciare misure di volta in volta più restrittive; in Spagna, nonostante si stesse accendendo la miccia di un nuovo focolaio, dalle autorità nessun cenno di vita. Le persone continuavano a trascorrere le loro giornate come se niente fosse, gli eventi pubblici continuavano ad essere svolti regolarmente e nessuno pareva ascoltare i nostri moniti di prestare maggiore attenzione alle precauzioni, e che il virus fosse in realtà più vicino di quanto non credessero.

Poi il focolaio è esploso e, in due giorni, abbiamo preso la decisione di tornare in Italia. Alla base di questa scelta ci sono state 48 ore di incessanti telefonate e domande: ad esempio, considerando che il nostro corso sarebbe dovuto finire a metà maggio, “la Spagna con questa curva di contagi sarà aperta per quella data? Oppure non lasciandola ora rischiamo di rimanere intrappolati qui, senza un lavoro e con un affitto da pagare?” …  E, poi, “cosa succederebbe se qualcuno di noi dovesse contrarre il virus? Che garanzie abbiamo in un paese straniero?” Abbiamo quindi preso l’unica decisione possibile: rischiare e prendere la nave della Grimaldi, unico mezzo di trasporto che ci garantisse di rientrare in Italia. Partenza venerdì 13 marzo, ore 23.

32 ore dopo, tra navigazione, ritardi, sbarco a Porto Torres, attesa (c’è stata nel mezzo anche una trattativa tra Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e le regioni che ha portato al blocco dei treni notturni), alle ore 7 di domenica 15 marzo siamo finalmente scesi al porto di Civitavecchia per rientrare a casa. E non uscirne più.

Se c’è una cosa che mi porto dietro da questa esperienza? Si, non tanto il trattamento che abbiamo ricevuto, perché al contrario sarebbe successa la stessa cosa: tra ragazzi si scherza, si fanno domande, si parla dell’argomento comune. Mi porto dietro una strana sensazione su quanto accaduto e su quanto continui ad accadere a livello europeo.

Immagine dal web

I governi nazionali degli Stati membri ancora una volta sono parsi miopi ad una visione sistemica e all’interesse sovranazionale, e concentrati soltanto sugli interessi interni. Per diversi giorni, colpevolmente i capi di Stato delle maggiori democrazie occidentali hanno sottovalutato la portata del problema, continuando a considerarlo come un problema italiano, e che non andasse presa alcuna precauzione. 

Soltanto a contagio ormai incontrollabile gli altri paesi europei hanno deciso di seguire l’esempio italiano e chiudere le attività sociali di ogni genere. Troppo poco e, soprattutto, troppo tardi. E poi, una volta intraprese le prime misure, ogni paese pare aver gestito il problema in maniera completamente indipendente, laddove un coordinamento immediato avrebbe senza dubbio alleggerito la situazione per tutti. Trovo abbastanza sciocco, ad esempio, bloccare i voli diretti Italia-Spagna, quando negli stessi giorni è possibile fare questa tratta con un semplice scalo in Germania o in Francia.

Insomma, la sensazione è che i singoli governi nazionali continuino a non percepirsi come parte di un’unione, ma che alla prima occasione utile tornino ad operare come singoli Stati. Speriamo quanto prima che le istituzioni nazionali riescano a dare sostegno a quelle europee (che finalmente stanno intervenendo in modo importante a sostegno delle economie nazionali) e che tutti possiamo collaborare per sconfiggere questo virus. Perché la diffusione di un virus non si può fermare con politiche eterogenee come una qualsiasi scelta di politica economica o fiscale, è ora di cooperare una volta per tutte.


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