La società del rischio

Calamità, disastri ambientali e nucleari, terrorismo internazionale, cambiamenti climatici, pandemie come l’attuale Covid-19 che ci sta mettendo tutti a durissima prova, sembrano suffragare con estrema attualità e concretezza, l’elaborazione teorica della “società del rischio”, concettualizzata nell’ormai lontano 1986 dal sociologo tedesco Ulrich Beck, come tratto caratteristico della “seconda modernità”.

Ulrich Beck, immagine dal web

Egli ha avuto il merito di mettere al centro il rischio e la sua pervasività come fattore caratterizzante dell’orizzonte sociale quale elemento contrapposto alle certezze della “prima modernità”, mettendo in crisi il ruolo degli Stati nazionali, l’organizzazione della conoscenza e la stessa Scienza.

In questo caso il virus ci ha trovati impreparati di fronte non solo alla Scienza, ma a problemi di organizzazione sociale, sanitaria e del lavoro, indirizzati e studiati dalle scienze sociali, che vengono sottovalutate o, peggio, ignorate in favore dell’economia e delle scienze “dure”. Casualità ed incertezza diventano le variabili indipendenti dominanti nella società, e una parola come “fiducia”, può decidere le sorti di interi Stati come fu ad esempio con la crisi economico-finanziaria del 1929. Per questo è necessario che la Politica si avvalga nella gestione di queste situazioni, anche di esperti di emergenze, del rischio, di comunicazione, di statistici, psicologi e sociologi. Senza considerare che, nella specifica emergenza, abbiamo completamente abbandonato l’Igiene Pubblica, credendo erroneamente che ormai la Scienza e la Tecnologia ci avrebbero dato società asettiche e al riparo da pestilenze di manzoniana memoria.

Questa epidemia ha dimostrato la fragilità delle società occidentali ed i limiti della globalizzazione di fronte all’ “effetto farfalla” (dove il minimo battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo) ed i gravi pericoli a cui siamo esposti nonostante gli enormi progressi della Scienza e della Tecnica. Secondo il filosofo Emanuele Severino, scomparso recentemente, è ormai la Tecnica, con il suo unico scopo che è il valore di una volontà di incrementare tutto all’infinito, a dominare tutto, anche la Scienza. Tutti gli altri sottosistemi, compresi il capitalismo e la religione, ormai competono su un terreno “perdente” che è quello di questa volontà di cui sono alla rincorsa, motivo per cui la Tecnica traina ormai tutto.

Alla luce di questo evento così catastrofico, dobbiamo ripensare allora, oltre agli aspetti di una nuova organizzazione sociale (smart-working, organizzazione sanitaria più distribuita e non ospedale-centrica, teledidattica e formazione a distanza, assistenza domiciliare, servizi distribuiti sul territorio,…), anche la concezione dell’Uomo nei suoi aspetti più filosofici e sociali, spesso dimenticati o tralasciati nelle moderne società iper-connesse, ipertecnologiche e transumane, rendendo evidente l’importanza dei fenomeni collettivi, relazionali ed esistenziali che spesso vengono sottovalutati.

Ripensare dunque anche i tempi della vita, degli affetti, del contatto con la natura, a cui l’economia consumistica ci ha disabituato, rendendoci sempre tutto e subito disponibile anche contro i ritmi naturali, delle stagioni, il rispetto dei territori e dell’ambiente in una folle corsa senza senso.

Una parola spetta anche alla Politica che non sembra preparata a governare questi eventi.
Innanzitutto per la necessità di una governance sovranazionale per questi fenomeni pandemici che non conoscono frontiere né Stati e necessiterebbero quindi di un coordinamento globale.

Immagine dal web

Abbiamo visto ancora una volta come l’Europa sia stata prima assente e poi abbia proceduto in ordine sparso. Si è visto inoltre, come questa emergenza sia stata un’occasione per verificare i limiti della Politica sulle capacità decisionali e di comunicazione pubblica verso i cittadini. Di fronte a questi fenomeni, occorre un’assunzione diretta di responsabilità ed un unità di intenti da parte di tutti, a tutti i livelli di governance, a cui la politica non è più abituata. E a questa assunzione di responsabilità, debbono partecipare anche tutti i cittadini, ormai disabituati da mancanza di senso civico, educazione e comportamenti individualizzanti a pensare al bene comune e della collettività, come i recentissimi fatti degli ultimi tempi ci stanno purtroppo evidenziando. Mai si era resa così plasticamente evidente, la necessità di coniugare le libertà individuali con le sorti comuni.

Una cosa è certa, augurandoci di lasciarcelo al più presto dietro le spalle, questo momento così buio, non solo per l’Italia ma per l’umanità, sarà un monito per ripensare a comportamenti, stili di vita, modelli sociali, economici e di azione politica. Sicuramente andrà ripensato il rapporto pubblico-privato, in particolare nel settore della Sanità, ed i rapporti Stato-Regioni che non si sono rivelati particolarmente efficienti in questa situazione. Speriamo che la Storia stia stavolta Maestra.

Abbiamo già visto in precedenti riflessioni sulla Democrazia, come la Politica, schiacciata sul contingente, abbia la necessità di una visione strategica di lungo termine che sia possibilmente condivisa tra tutte le parti, almeno sui valori fondanti e su temi vitali ed importanti per i cittadini ed il Paese. Settori come quelli della Salute, dell’Ambiente, dell’Alimentazione, della Sicurezza e dell’Istruzione, non possono essere abdicati a “ragioni” economiche, ma essere oggetto di condivisione di obiettivi di lunga durata e di valori da parte di tutte le forze in campo, e non di contesa o, peggio, di scontro politico. E questo dovrebbe valere anche nel consesso internazionale, a partire da quello Europeo.

Per fronteggiare la “società del rischio”, oltre ad una maggiore coesione interna, è indispensabile infatti una nuova governance transnazionale che sia in grado, quanto più possibile di coordinare azioni tra Stati e blocchi continentali.
Il mondo è ormai troppo piccolo per l’epoca che stiamo vivendo.

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