Il virus ci cambierà?

Siamo ancora fermi. È passato ormai più di un mese da quando sono state introdotte le prime misure restrittive, e soltanto da qualche giorno si comincia a vedere il risultato del sacrificio di tutti noi. È ancora lunga la strada, ci dicono. Continuano effettivamente ad esserci ancora tanti morti, troppi, ma la curva dei contagi (almeno dai dati ufficiali) si sta appiattendo sempre di più, facendoci sperare che il momento di tornare alle nostre vite e alle nostre abitudini si stia avvicinando. Ma recupereremo davvero tutte le abitudini, i comportamenti e i pensieri che avevamo prima? Oppure queste settimane in compagnia del virus ci cambieranno?

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Per molti di noi, questo periodo di isolamento forzato ha significato dedicare un maggiore spazio alle riflessioni e lasciar correre le idee in libertà: si ha più tempo libero per riscoprire le proprie passioni, si legge tanto, si ragiona di più e, in teoria, ci si stressa meno. È il lato positivo di una medaglia che è ancora lungi dal brillare, ma che giorno dopo giorno sembra incontrare piccoli sprazzi di luce. 

Negli innumerevoli notiziari dedicati al Coronavirus siamo stati inondati di testimonianze ed appelli di persone comuni o vip che ci chiedevano di stare a casa, ricordando l’importanza di agire tutti insieme e di pensare al bene comune. Soltanto tutti insieme avremmo potuto sconfiggere il virus e tutelare le persone più esposte al rischio. In altri termini, soltanto la coscienza civica avrebbe potuto salvarci, dal virus e da noi stessi.

E noi, come popolo italiano, abbiamo sempre avuto a che fare con una coscienza civica discutibile. Abbiamo fatto progressi nel corso degli anni, sicuramente, però la sensazione è che ci siano diverse popolazioni più sensibili di noi su questo tema, nonché più unite, più rispettose del prossimo e meno superficiali. Ma stavolta non si poteva scherzare: certo, i casi negativi di violazione delle disposizioni di stare a casa non sono mancati, però la risposta della nostra popolazione può essere considerata tutto sommato positiva. 

Se escludiamo chi ha vissuto la guerra, praticamente nessuno di noi si era mai trovato a far fronte ad una crisi così ampia, che coinvolgesse tutta la popolazione nello stesso momento, tanto da richiedere l’impegno diretto di tutti, indistintamente. E in una crisi completamente nuova, la nostra risposta è stata completamente diversa rispetto al passato. Finalmente uniti. Finalmente rispettosi e attenti al prossimo. Finalmente con una coscienza civica, quasi da sfoggiare all’estero. Perché la verità è che questa quarantena può diventare un’occasione per migliorare. E, a ben vedere, questo processo potrebbe anche essere già iniziato.

Pensiamo al rapporto cittadino-Istituzioni. Pensiamo alla nostra burocrazia: così lenta, così inefficiente, così obsoleta. Certo, da qualche tempo era già iniziato un percorso di digitalizzazione, ma questo in tempi di crisi non è bastato. In tempi di crisi la nostra burocrazia ha dovuto affrontare uno stress test che l’ha portata a dover accelerare agli estremi i tempi di reazione, con i risultati che abbiamo potuto vedere sul sito dell’Inps. La nostra burocrazia deve velocizzarsi, e allora quale migliore occasione di questa per svoltare definitivamente e mostrarsi un ente vicino al cittadino piuttosto che un buco nero fatto di moduli e risposte non date?

Il diverso rapporto cittadino-Istituzioni lo si vede anche dal successo – un po’ macchiettistico per certi versi ma poi corroborato da una fermezza a cui siamo poco abituati – delle conferenze stampa del Premier Conte, con gli spettatori sempre più entusiasti di ascoltare l’inasprimento delle misure governative, che si facevano via via più restrittive delle libertà personali. Quelle libertà che nella società globalizzata sono da sempre state considerate, a ragione, elemento inossidabile, ma di cui in tempi di crisi si è accettato ben volentieri di fare a meno. La cosa fa riflettere da un punto di vista più profondo. Nel momento di crisi ognuno di noi ha visto con entusiasmo una limitazione dei propri spazi a vantaggio degli spazi collettivi, del vantaggio di tutti. Un’autorità che, in maniera appunto autoritaria ci impone di non uscire di casa, e di ciò ne gioiamo. 

È chiaro che l’eccezionalità della situazione abbia richiesto misure eccezionali ed urgenti. È altrettanto chiaro, però, che se prendessimo la sfumatura positiva da questa vicenda, probabilmente avremmo la possibilità di migliorare davvero stavolta. Provate a pensare, in Italia e non solo, se finalmente la maggior parte dei cittadini si rendesse conto concretamente che le proprie azioni individuali hanno delle conseguenze sociali sulla collettività, sull’ambiente e sull’economia. Non sarebbe rivoluzionario?

Ed ora, mi rendo conto che questa speranza sia più un’utopia, ma non sarebbe meraviglioso un mondo in cui riuscissimo a pensare al vantaggio della collettività anche senza l’intervento coattivo dell’autorità? Un cambiamento profondo nella cultura e nello spirito di tutti, che senza bisogno che ce lo dica Conte, che ce lo dica Fiorello piuttosto che Chiara Ferragni, fossimo in grado di rispettarci di più reciprocamente e aiutarci a crescere come società. Oppure è semplicemente insito in noi l’istinto di sopravvivenza ispirato al mors tua vita mea, figlio di una visione distorta del capitalismo e del concetto di vincere ad ogni costo la competizione degli altri?

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La sensazione è che qualcosa si stia muovendo, non soltanto in occasione di questa quarantena, ma anche grazie all’emergere di alcune realtà aziendali dove si è finalmente capito che il collettivo è molto più che la semplice somma degli individui, e che è possibile non solo sopravvivere ma anche emergere in questo tipo di sistema, senza rinunciare allo spirito di appartenenza, alla condivisione di principi, di ideali, e alla collaborazione.

Stelio Verzera è un imprenditore, coach, consulente e advisor in diversi ambiti dell’innovazione e recentemente ha scritto un contributo sulla paura, sull’ego personale e su come la cultura a cui siamo stati abituati abbia intossicato la nostra concezione della condivisione e della collaborazione. Citerò testualmente le sue parole, perché sono state fonte di ispirazione per me, e chissà che non possano diventare il manifesto di un altro modo di pensare la società. Chissà, magari proprio a partire da questa quarantena:

«Condividi il controllo e ne perderai un po’. Condividi la ricchezza e ne perderai un po’. Condividi il potere e ne perderai un po’. Condividi qualsiasi privilegio posizionale e lo perderai. E per natura abbiamo paura di perdere ciò che siamo giunti a ritenere importante. È il nostro istinto di sopravvivenza.»

Stelio Verzera

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