L’incontro con Carmen Villani

– Quindi immagino che per te, Carmen, partecipare a “20 Anni Dopo” con Red Ronnie sia stato tremendo… Hai dovuto cantare vecchie canzoni che magari non ‘sentivi’ più tue…

– Prima di tutto devo confidarti che non lo volevo fare, lo stesso RED te lo può confermare. Lui però mi ha chiesto di cantare Bada Caterina e Chitarre contro la guerra: due pezzi che mi hanno fatto presumere che mi ‘conoscesse’ e che, in qualche maniera, aveva bisogno di me. Cosi mi sono sentita in dovere di andare e di doverlo fare. Anche per far sapere che esistevano altre cose oltre che “…Mettete dei fiori nei vostri cannoni…”, che non è più sopportabile. Esisteva la possibilità anche allora di fare delle determinate cose, con degli arrangiamenti astrusi, con delle invenzioni: tutte le svisature di Bada Caterina, sono mie.

Musicalmente non sono niente, hanno poco valore, se però pensi che al loro posto poteva anche non esserci niente, devi pensare che era uno sfogo, una maniera di recitare. Io sono una persona estemporanea, però proprio attraverso le persone come te, che mi fanno arrivare il loro amore, mi fanno arrivare la loro espe­rienza, io mi lascio andare insieme con loro a ricercare determinate cose e racconto dei fatti della mia vita, perché so perfettamente che questi miei si incastrano nella loro, come per magia. Non la farei mai questa intervista con un giornalista che viene per pub­blicarla su “Oggi”. Su riviste di quel genere, interessa di più sapere che amante ho io in questo momento. A te lo racconto volentieri perché rappresenti ‘l’altra faccia’.

– Ti assicuro che anche i nostri lettori sono interessati alle questioni musicali…

– Guarda Claudio, se scorro nella mia vita, mi rendo conto di conoscere delle persone incredibili. Allora poteva essere un’amicizia, o una persona con la quale lavoravo. Adesso mi ritrovo dei nomi. In questo mazzo di birilli che sono sopravvissuti alla ‘boccia’ che è il tempo, la vita, ritrovo tante persone…

– In “20 Anni dopo” hai rivisto qualcuno di questi personaggi che non vedevi da tempo e che ti ha fatto piacere rivedere?

– Certo, tutti! Sono davvero tantissimi e sono tutti miei colleghi. Vedi, chi arriva a fare questo lavoro è una persona particolare, che ha un mondo proprio, sempre molto interessante. C’è poi un altro fatto: che sono sempre incon­tri brevissimi, cosi rimane quasi un’immagine idealizzata della persona; però mi sono accorta di una cosa: delle canzoni che loro cantavano, io ne conosco pochissime. In sostanza, pur essendo stata la MIA epoca, non se­guivo, non ne avevo tempo. Anche perché c’era un genere di canzone che non m’interessava, diciamo che non mi arrivava. Prima dicevi una cosa molto giusta: il compito del cantante èquello di far arrivare delle sensazioni alle persone.

– Azzardo, è addirittura un profumo. Mi è spesso capitato, durante quest mia infinita ricerca di dischi dell’epoca, di prenderne alcuni che, a prima vista, non mi dicevano nulla… Ma una volta a casa, messi sul ‘piatto’, ecco la magia che si compie: tornava alla mente qualcosa di stupendo; conoscevo la canzone ma l’avevo completamente dimenticata! E così ascoltandola, riassaporavo un profumo primaverile, guardavo il disco ed effettivamente era uscito a marzo, aprile…

– E’ verissimo e, a questo proposito, vorrei aprire una parentesi che non riguarda me, ma le persone che fanno lo spettacolo, nelle  mani dei quali è stato lo spettacolo, fino a poco tempo fa. Adesso per fortuna qualcosa è cambiato e speriamo di tornare a rispettare le diverse personalità degli individui. Una ragione per cui non sono più spuntati cantanti è que­sta, perché in questi ‘contenitori’ i cantanti facevano da tappabuchi fra un’intervista ed un’altra, fra un personaggio più o meno affermato, arrivava il cantante che con la sua canzone dava la possibilità di ri­lassarsi un attimo, di cambiare una scena.

Il cantante è stato usato, e non esiste affatto che io, che arrivo con una canzone per la quale c’è un motivo per cui l’ho fatta, un motivo di un certo tipo di arrangiamento, ho un certo vestito per presentarla, per la quale ho bisogno di luci adatte, ho bi­sogno di fare delle prove, tanto chi è bravo canta (non è affatto vero quello che dice Mina: “tanto se sei bravo canti”, certo canti, ma all’ascoltatore arriva il 50% perché ci sono determinate cose che vanno ri­spettate).

I tecnici televisivi ancora non riescono a prendere il suo­no in maniera giusta, anche noi abbiamo delle esigenze. Una ragione per cui Bobby Solo fece Una lacrima sul viso in playback, è proprio perché non avrebbe potuto mai esaltare la canzone se non avesse avuto quell’abito musicale già studiato: il basso doveva suonare così la batteria, allo stesso modo, ed il co­ro doveva venire fuori in una determinata maniera. I mezzi televisivi non sono in grado di captare tutto e allora pippo Baudo, la Carrà e tutte queste persone che confezionano queste “trasmissioni contenitore”, ci hanno usato, dandoci la stessa luce: la mia era uguale a quella di Cocciante, di Gino Bechi o di Napolitano; sto facendo proprio dei nomi a caso, i primi che mi vengono in mente. Tutto questo è assurdo.

Tu così non puoi mai lanciare qualcosa di nuovo; certo, puoi fare il successo del momento, il pubblico già la conosce, tu però non potrai mai creare qualcosa di nuovo in un contesto di quel genere, né lanciare un cantante, perché costui si perde, nella marea dei cubani, dei brasiliani, dei nordici e dei neri; non c’è niente da fare! Per loro siamo tutti uguali e questo è ridicolo.

Il successo di Arbore è spiegabilissimo: lui si mette lì, con un’orchestra eccezionale e fa la Festa di piazza. Io, quando vado alle feste di piazza, lavoro in quel senso, ovvero che non è la festa mia, non è il mio concerto, ma è la festa del­le persone che aspettano un anno per la Messa del Santo Patrono; lo porta in spalla, poi alla sera si rilassa al suono della banda, del bambino del Paese che si fa la sua cantatina, oppure dell’ospite, che potrei essere io, o qualunque altro. E’ la festa delle persone. Tu lì non canti soltanto, parli di te, gli racconti il tuo mondo, è questo che loro vogliono. Non è un’esibizione di musica, puoi avere i suoni non proprio perfetti oppure un complesso non eccezionale, perché sono altri i fattori importanti che gio­cano.

– Certo è vero, oggi tutto è programmato. Un cantante ha le date fisse, il tempo giusto per recarsi dove deve esibirsi. Negli anni sessanta invece un concerto doveva ripartire senza sosta; credo si spieghino così gli incidenti mortali in macchina di tanti tuoi colleghi, come Roby Ferrante, Luciano Vieri o Mary Di Pietro o dell’estroso Buscaglione. A proposito di Fred, esordisti proprio con lui…

– Dunque, dopo aver vinto Castrocaro, cominciai a partecipare a quel­le manifestazioni tipo ‘La Seigiorni della Canzone’ e cose di questo genere. A Busto Arsizio ci fu una grossa manifestazione, credo fosse per beneficenza, non ricordo più bene, c’erano Mina, Celentano ed altri grossi nomi, ma anche degli emergenti come potevamo essere io ed altri, che cominciavano allora ad imparare a cantare. Definirmi, infatti, una cantante degli anni sessanta, è an­che un po’ sbagliato, solo nel ’70 mi sono accorta di fare la cantante.

Buscagliene mi sentì e disse al suo manager che mi voleva assolutamente nella sua orchestra; mi contattò ed io,con due sole canzoni, le stes­se di Castrocaro, incominciai a cantare con Buscaglione. In due settimane mettemmo su un repertorio con tutte cose americane. Io andavo ancora a scuola, avevo sempre un sonno pazzesco, lui ebbe sempre molto rispetto per me e per la mia età, mi faceva cantare dalle undici a mezzanotte, poi mi diceva “a nanna”. Cantai per oltre un mese al Royal Club a Napoli e, nel frattempo, Buscaglione ebbe dei contatti con la RAI, perché doveva presentare Canzonissima ed io, insieme a lui. Venne a Roma, proprio per prendere questi accordi ed ebbe il famoso tragico incidente.

Se vuoi un aneddoto di queste serate, te lo racconto volentieri. Ero in camerino con altre ragazze, forse c’era Betty Curtis, non ricordo; comunque sentivo il ves­tito che mi tirava, non mi andava più bene, eppure l’avevo usato a Castrocaro. Una di queste persone mi disse che probabilmente stavo crescendo, perché, credimi, ero proprio una ragazzina. Io mi sentivo a disagio, ma cantai lo stesso, con questo fastidio. Quando tornai nel camerino mi accorsi di aver cantato con il vestito girato! Ecco spiegato quel mio senso di insofferenza! Pensa che quell’abito non era altro che il mio tutù di ballerina classica, che era stato trasformato da mia sorella in abito proprio per queste serate. Ricordo che lei mi fece notare che, casual­mente, i lustrini che aveva messo sull’abito erano 13!

– Davvero interessanti questi aneddoti! Toglimi una curiosità: sei sempre molto bella nelle copertine dei tuoi dischi, certamente più merito tuo che dei fotografi. Come mai una foto di copertina così brutta per il 45 giri di Brucia?

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