Giuseppe Di Vittorio. L’uomo del lavoro

“Onorevoli colleghi, questa mattina qualcuno seduto in quest’aula, per dimostrare il suo disprezzo per la mia presenza qui, ha mormorato: “Un cafone in Parlamento…”. Ebbene sappiate che questo titolo non mi offende, anzi, mi onora, infatti se io valgo qualcosa, se io sono qua, lo devo ad Ambrogio, a Nicola, a Tonino, a tutti quei braccianti analfabeti che hanno dormito insieme a me nelle cafonerie e con me hanno mangiato pane e olio, che hanno lottato duramente per i diritti dei lavoratori, di tutti i lavoratori, perché la fame, la fatica, il sudore non hanno colore e il padrone è uguale dappertutto”

Si esprimeva così, Giuseppe Di Vittorio, ex contadino di Cerignola e sindacalista rivoluzionario in un discorso tenuto alla Camera nel 1921. Parole che fecero capire da subito la tempra dell’uomo, prima che del politico e sindacalista, il quale avrebbe poi rappresentato un punto di riferimento costante per le conquiste sociali degli operai italiani della prima metà del Novecento.

Di Vittorio fu infatti tra i principali artefici – insieme a Bruno Buozzi scomparso pochi giorni prima della firma e Achille Grandi – della nascita della CGIL, che ai tempi del “Patto di Roma” del 9 giugno 1944 nasceva come entità in grado di riunire sotto un’unica bandiera i sindacati di ogni fazione, cioè quella comunista, socialista e cattolica.

Quattro anni dopo, a seguito dell’attentato che quasi costò la vita a Palmiro Togliatti, Di Vittorio commise probabilmente il suo più grande errore, annunciando uno sciopero generale dal potenziale deflagrante, nonché osteggiato dalle ali cattoliche e laiche della CGIL, le quali decisero così di scindersi dal sindacato andando a creare rispettivamente CISL e UIL.

Nominato presidente della Federazione Sindacale Mondiale nel 1953, fu tra i primi ad intuire la pericolosità del regime stalinista sovietico, e tra i pochi ad opporsi alla repressione che i sovietici attuarono sul popolo e, soprattutto, sui lavoratori ungheresi in occasione della rivolta del 1956. Nel corso della vicenda, Di Vittorio fu spinto dal leader del PCI Togliatti a fare un passo indietro ed allinearsi con le posizioni ufficiali del partito. Sconvolto dai fatti, Di VIttorio morì un anno dopo all’età di 65 anni.

Quello che rimane oggi di Giuseppe Di Vittorio è la coerenza di un personaggio, che realmente è stato sempre dalla parte dei lavoratori, tutti, nella loro pari dignità di esseri umani.

Quella che riportiamo nella prossima pagina è una sua riflessione sulla festa del Primo Maggio pubblicata nel numero 17 del «Lavoro», del 26 aprile 1953. La festa di quei lavoratori che ha sempre rappresentato.