Gli artisti all’epoca del Covid-19

L’arte può assumere molteplici ruoli nella società: quello di integrazione sociale, in una logica funzionalista o di coscienza critica secondo una logica del “conflitto”, tra queste due polarità possiamo collocarla secondo la teoria dell’agire comunicativo, dello scambio, transazionale o altre, in una lettura sociologica del suo rapporto con la società.

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Sicuramente è un’attività tra le più universali e caratteristiche dell’Uomo, quella che consente di esprimere la sua creatività, la sua cultura, il suo spirito anche del tempo, il segno che lascia come umano sulla natura, oggettivando sé stesso e permettendo di contemplarsi al di fuori di sé come prodotto non solo espressivo e autoriflessivo ma anche comunicativo della sua opera.

Fatto sta che nelle varie declinazioni delle sue principali forme quali la pittura, la scultura, l’architettura, la letteratura, la musica, la danza, il teatro, il cinema, stiamo parlando di attività che, oltre alla produzione artistica, hanno un alto valore relazionale e sociale non solo per gli artisti ma anche per chi ne fruisce, le pratica o ne partecipa a qualsiasi titolo.

All’affermazione sulla “morte dell’arte”, che per Hegel connotava il suo essere legata fortemente alla religione e dunque alla sue fine per via della secolarizzazione, possiamo affermare ancora il valore della sua essenzialità dovuto proprio alla sua dimensione sociale e relazionale anche in forme collettive. Walter Benjamin avrebbe successivamente messo a fuoco come le nuove forme di produzione e trasmissione dell’arte, garantite anche dalla loro “riproducibilità” tecnica, avrebbero liberato l’esperienza estetica dalla dimensione religiosa, favorendo l’instaurazione di un nuovo rapporto tra l’arte e le masse. Alla religiosità si è sostituita una religiosità laica, una dimensione “civile” partecipativa che connota il nostro stile di vita occidentale, borghese e popolare, e molte forme dello stare insieme e del nostro tempo libero.

Teatri, cinema, concerti, conferenze, mostre, festival ma anche balli, discoteche, spettacoli vari, inutile dire che queste forme sono state fortemente colpite dagli effetti della pandemia Covid-19 proprio per la loro forma “aggregativa” e, con esse, anche gli artisti, le maestranze, gli operatori e gli imprenditori culturali. Quindi una crisi sia a livello di potenzialità espressive sia con pesanti risvolti economici, visto che parliamo di migliaia di persone rimaste senza lavoro ed in difficoltà.

Alla già fragile situazione di instabilità e precariato che caratterizza la vita di questi artisti ed operatori, si aggiunge adesso l’insicurezza e l’incertezza del futuro, aggravata dai probabili cambiamenti degli stili di vita, determinati dalla “distanza sociale” e dalla necessità di evitare gli “assembramenti” che la lotta al virus comporterà per lungo tempo, si parla almeno di un anno, in attesa di un vaccino che tutti auspichiamo al più presto.

Occorre poi considerare le implicazioni psicologiche di chi fruiva o partecipava a queste attività culturali di cui oggi ne è privato. Io stesso ero un forte consumatore dell’“industria” culturale nelle sue varie forme, di cui oggi mi sento depauperato e ne soffro la privazione, come penso tantissime altre persone chiuse nelle proprie abitazioni e costrette alla necessaria distanza sociale o meglio, fisica.

Personalmente posso parlare della mia esperienza nel Tango argentino, non solo un ballo una bellissima forma di aggregazione sociale fatta di scuole, maestri, milonghe (i luoghi dove si balla il tango), raduni, vacanze e occasioni di incontro con gli amici. Un settore dove ruotano artisti, maestri, appassionati, musicalizadores ma anche imprenditori che garantiscono tutte queste attività che si sono improvvisamente fermate, responsabilmente prima dei decreti governativi, ai primi accenni di gravità del virus.