Intervista a Domenico Barrilà

I giovani si sono trovati forse per la prima volta dinanzi ad una difficoltà relazionale di fatto, ma considerando che i loro rapporti si concretizzano per un’altissima percentuale in relazioni virtuali, hanno sentito veramente una mancanza?

Certo che l’hanno sentita, anzi la sorpresa è che potrebbe scaturirne una clamorosa rivincita del tridimensionale sul virtuale. Senza volerlo si è realizzata la condizione perfetta perché grandi e piccoli capissero, grazie all’assenza, che siamo una specie cooperativa, che la vita è una lunga azione di “contatto”, che abbiamo impiegato milioni di anni per avvicinarci e diventare professionisti della cooperazione, che quella è la nostra condizione naturale. Starà alle voci più consapevoli tenere aperta questa strada.  

In molti hanno gioito per non essere più costretti tutti i giorni a frequentare una scuola per lo più arida, inespressiva, vecchia e “noiosa”, priva quasi completamente di stimoli e di interessi. Come dovrebbe reagire una società davanti ad uno scenario del genere? I ragazzi hanno bisogno di una “scuola nuova” altrimenti avremo sempre più giovani ignoranti e completamente demotivati.

La scuola è l’officina del futuro, ma in genere i ministri che devono occuparsene raramente sono figure di spicco, almeno in Italia. Pensi che vi sono 9 milioni di studenti, più un paio di milioni di studenti universitari, altrettanti insegnanti e personale scolastico. Se a questo popolo aggiunge i genitori e i nonni, di fatto la scuola è un paese parallelo, che infiltra profondamente l’altro paese, bisognerebbe affidarla ad un pool di geni.

La scuola dovrebbe sempre essere “nuova”, le generazioni si distanziano culturalmente sempre più l’una dall’altra, le sensibilità mutano a una velocità sconosciuta, il corpo docente non possiede la stessa duttilità, salvo che nei soggetti davvero appassionati della loro missione

Guardi, sebbene io eserciti la mia professione da oltre 35 anni, sento perennemente incombere su di me l’insidia dell’insignificanza, questo mi induce a studiare sempre più e con sempre maggiore attenzione, a mano a anno che invecchio avverto il pericolo che da un momento all’altro si possa aprire un abisso tra me ed il mondo, irriducibile a quello che vedono i miei occhi, dunque, devo continuamente pulire gli occhiali e sforzarmi di saltare nel punto di vista altrui.   

Tantissimi giovani hanno detto “a casa mi sento bene, meno in pericolo, come se nessuno possa farmi del male. Mi fa paura tornare alla vita di prima”, ma quanto è patologica una situazione del genere?

Non amo la parola “patologia”, la uso di rado, in tutti questi anni, pure avendo incontrato migliaia di persone, credo di essermi imbattuto solo in una mezza dozzina di casi di vera patologia, il resto è disagio, sofferenza, altri nomi della normalità. Purtroppo, il proliferare di psicoterapeuti sembra determinare una patologizzazione degli individui, in Italia credo vi siano i 2 quinti degli psicologi dell’intera Europa, qualche deformazione percettiva forse è già in atto. 

Per tornare alla sua domanda. La paura è una grande amica dei ragazzi, li aiuta a perimetrare con saggezza il loro spazio di movimento, a patto che non diventi una fobia. In questo momento il luogo più sicuro è certamente la casa, questo mi pare che, detto dai ragazzi, rappresenti un buon attestato di fiducia per la propria casa, quindi per la propria famiglia. Dunque, parlerei di un giusto disorientamento e di un ripiegamento saggio. Sarebbe stato molto peggio se, in assenza di libertà di movimento, come in questo periodo, la casa fosse stata da loro vissuta come una prigione ed un ambiente sgradevole.