Intervista a Luca Lazzareschi

Spettacoli con massimo due, tre attori distanziati? Anche loro con mascherine? Solo letture o monologhi? E se un attore o un tecnico si ammala, cosa succede? Tampone a tutti e poi eventuale quarantena? 

Ancora più complessa la situazione per la lirica. Come gestire l’orchestra? E il coro? Insomma io credo che sia meglio riaprire quando il teatro potrà essere un luogo sicuro. D’altra parte prestigiose istituzioni come il National Theatre di Londra e l’Operà di Parigi (per fare solo due esempi) hanno annunciato la possibile riapertura per l’anno prossimo. 

Insomma solo pochi giorni fa il ministro Franceschini ha dichiarato che i teatri avrebbero riaperto a dicembre, adesso si pensa addirittura ai primi di giugno.

Temo che tutta questa fretta confusa nasconda l’impossibilità delle istituzioni di governare l’emergenza dal punto vista economico, come dire: adesso il comparto spettacolo riapre, potete fare a meno dei prossimi sussidi economici, siete di nuovo liberi di lavorare, dunque arrangiatevi.

Forse potranno ripartire in estate i set cinematografici e televisivi. Con molte limitazioni. 

Comunque è proprio lo “stato precedente” che non dovrà (o almeno non dovrebbe) essere ripristinato. 

E non mi riferisco alle infinite forme dell’espressione teatrale che troveranno in palcoscenico, naturalmente, il loro esito, ma alle regole che governano il “sistema” teatrale italiano e la condizione dell’attore. 

Si dovranno normare le tutele per i lavoratori dello spettacolo, dibattere e finalmente approvare una legge sul teatro di prosa che manca da sempre abbandonando così il decreto Franceschini i cui “algoritmi” costringono il teatro pubblico e privato a iperprodurre e a consumare in pochissime repliche spettacoli usa e getta. 

Decreto che ha di fatto ridotto i teatri stabili a organismi finanziariamente autofagi per i quali spesso la produzione dell’evento artistico è, malgrado la competenza di alcuni direttori, l’ultima cosa a cui pensare. 

Manca, da sempre, un contratto nazionale per i lavoratori dell’audiovisivo e credo che, anche se riscritto solo poco tempo fa, si possa e si debba ancora migliorare l’attuale contratto nazionale della prosa, il cui solo rispetto da parte delle imprese che lo hanno firmato sarebbe già un importante traguardo. 

È poi necessario regolare le attività dei circuiti teatrali e delle molte scuole di recitazione che avviano alla professione artistica e, infine, è non più prorogabile la necessità di definire e tutelare univocamente e una volta per tutte la figura giuridica dell’attore professionista. 

Insomma la situazione è molto complessa, dunque non un ritorno ad uno “status quo ante” ma una riforma sostanziale di tutto il sistema teatrale.

Secondo lei ci saranno delle attività di intrattenimento che non ripartiranno, o verso le quali il pubblico potrebbe maturare demotivazione ed allontanamento, anche per paura, tali da portare ulteriore crisi?

L’eventuale emorragia di pubblico è una variabile che al momento nessuno può calcolare ma il buon senso suggerisce che certamente le presenze caleranno, almeno fino al vaccino. 

Per esempio per molti teatri italiani la voce abbonamenti è estremamente importante in bilancio, ma gli abbonati sono prevalentemente persone di una certa età, soprattutto donne; dubito che possano tornare tutti a teatro con la consueta e direi necessaria serenità. 

Anche in una fase intermedia: distanziamento, mascherine, acquisto biglietti solo on line, ecc. insomma un insieme di pratiche volte alla sicurezza che certamente non invoglieranno il pubblico a frequentare una sala teatrale. 

E poi (e non è ironia purtroppo) al primo attacco di tosse in sala – così frequente e naturale e, in tempi non sospetti, tollerato – cosa succede? Forse non proprio il panico ma certamente un grande disagio. 

La paura, dobbiamo abituarci a convivere, almeno per un po’, con la paura. E dunque lo spettatore potrebbe pensare che forse è meglio stare a casa.