Intervista a Mino Dinoi

Esperto di europrogettazione, finanza agevolata e politiche territoriali, è specializzato in comunicazione con la Pubblica Amministrazione, dove ha svolto gran parte della sua carriera, iniziata a meno di vent’anni nel Consiglio Comunale della sua città, Manduria in provincia di Taranto, fino a essere eletto nel 2013 nel Consiglio Comunale di Roma Capitale.

È stato presidente della commissione speciale di Roma Capitale Politiche Comunitarie – Affari comunitari, fondi strutturali e iniziative comunitarie e rapporti con la Commissione Europea, membro delle commissioni di Roma Capitale Politiche Sociali, Lavori Pubblici e Cultura, consigliere d’amministrazione di Zétema Progetto Cultura.  Già presidente regionale per la Puglia e membro del consiglio nazionale dell’Associazione Città del Vino.

Presidente nazionale della Confederazione AEPI (Confederazione delle Associazioni Europee di Professionisti e Imprese) e Presidente del Fondo sanitario integrativo EuroSALUTE, fondatore della società SDOA srl, gestisce piani formativi professionali per le imprese e progetti europei transnazionali che coinvolgono Enti Pubblici nazionali e internazionali.

Lei, quale Presidente di una Confederazione di categoria (Confederazione AEPI, Associazioni Europee di Professionisti e Imprese) avverte quotidianamente gli umori e le sofferenze dei suoi associati. Cosa stanno comportando per gli imprenditori e per i professionisti, da un punto di vista economico e sociale, le misure di restrizione messe in atto dal governo?

Indubbiamente stiamo vivendo un periodo molto difficile, le cui conseguenze a mio parere saranno di portata ancora inimmaginabile. Purtroppo il mondo delle imprese già viveva alcune difficoltà, legate all’accesso al credito e all’eccessiva burocrazia e, da tempo, lamentava la necessità di provvedimenti urgenti e mirati. Quello che è poi accaduto con l’emergenza covid19 ci ha completamente travolti. I nostri associati, ogni giorno, mi raccontano dei problemi di ordine pratico. Devo dire che, con grande senso di responsabilità, sin da subito hanno accettato le misure restrittive del governo, nella consapevolezza che l’emergenza sanitaria fosse il primo aspetto da fronteggiare. Ma comunque fiduciosi di ricevere aiuti concreti. Invece i problemi sono emersi da lì a poco e adesso ne siamo completamente sommersi: la cassa integrazione che per molti dipendenti non è arrivata, stesso discorso per i famosi 600 euro ai professionisti. Insomma, il governo ha chiesto dei sacrifici e le aziende li stanno facendo, ma non si può pensare che questa manovra economica sia sufficiente. Credo però che anche palazzo Chigi ne sia consapevole e ora aspettiamo di capire cosa accadrà con il decreto maggio. 

È soddisfatto dei provvedimenti di sostegno economico alle imprese e a i professionisti? 

Purtroppo non direi. Sicuramente c’è stata una importante dotazione economica, ma servono più contributi a fondo perduto. Per quanto riguarda i prestiti fino a 25mila euro e oltre, è sotto gli occhi di tutti che le garanzie del governo alle banche non bastano. E, di conseguenza, molte realtà si sono viste rifiutare queste somme. A questo aggiungiamo che, in caso di esito positivo della pratica, questi soldi vanno comunque restituiti in 4 anni e sono pochissimi per risollevarci da questa crisi. Le aziende non riusciranno a tornare a regime in così poco tempo. Infine, c’è un problema legato ai tempi e alla documentazione da produrre: in una situazione di tale emergenza non si può pensare di utilizzare l’iter tradizionale. Ci vuole velocità, dinamicità, gestione della crisi. Il che significa: snellimento. Peraltro è sotto gli occhi di tutti quello che è accaduto con la cassa integrazione: ci sono differenze tra una regione all’altra. Mentre i famosi 600 euro per i professionisti hanno lasciato fuori molte partite iva, ma non solo. Noi da subito abbiamo chiesto che la cifra fosse equiparata alla media della cassa integrazione. Non si può pensare che un operaio prenda 1200 euro e un commerciante la metà: sia l’uno che l’altro hanno famiglia e spese da sostenere. Adesso, fortunatamente, il bonus per i professionisti dovrebbe aumentare.

Quali ulteriori proposte suggerirebbe al Governo nelle azioni da compiersi per salvaguardare il nostro Paese? 

Sicuramente suggerirei di ascoltare le istanze che arrivano dal mondo imprenditoriale, datoriale e sindacale. Ecco, credo che il governo debba guardare alle tante piccole e grandi eccellenze che sono il cuore della nostra economia e del made in Italy. Salvaguardare il nostro Paese significa più tutela e più investimenti in questo senso. C’è voglia di ripartire, ma ci sono anche tanti timori legittimi. Intanto per le piccole e micro imprese sono necessari dei finanziamenti a fondo perduto: c’è bisogno di liquidità immediata e questo è l’unico strumento che può garantirla. Il governo ha fatto sapere che provvederà in questo senso, anche in rapporto alle perdite di fatturato. Per noi tutto questo è imprescindibile e va di pari passo con i tagli sui costi vivi che le aziende devono supportare: dalle utenze agli affitti. Senza dimenticare che, per ripartire, saranno necessari anche nuovi investimenti. Non solo capitalizzazione ma anche innovazione

Quale Italia dobbiamo aspettarci quando si concluderà questa emergenza sanitaria?

Difficile fare previsioni. Soprattutto perché, ora che in parte sono state allentate alcune misure restrittive e si va verso ulteriori liberalizzazioni, non sappiamo quali potranno essere gli effetti. E se dovesse esserci una seconda ondata, si corre il rischio di richiudere. Sarebbe insostenibile, considerando che già ci sono realtà che non apriranno. Perché per loro questa prima fase è stata già un duro colpo. Penso a un’Italia più povera e indebitata. Purtroppo è così e dobbiamo essere realistici. Ci sono settori, il turismo su tutti, che rappresenta una fetta importante del nostro pil e sarà fermo o a regime ridotto ancora per molto tempo. Allo stesso tempo mi aspetto un’Italia forte. Perché dovrà lottare

Vogliamo chiudere con un messaggio di speranza…

Assolutamente sì. Lo stiamo vedendo in questi mesi: molte realtà si sono reinventate e altre hanno cercato di adattare il loro modello produttivo o commerciale rispetto a quello che stava accadendo. Abbiamo visto grande ingegno- che poi è una peculiarità di noi italiani- e tanta voglia di fare. Come le aziende che hanno riconvertito la loro produzione per fare tute, mascherine o disinfettanti. Credo che al nostro Paese non manchi nulla: abbiamo i settori più competitivi e tutto il mondo ci guarda. Mi riferisco sicuramente al made in Italy: moda, artigianato, agroalimentare che sono richiesti ovunque. Ma penso anche al modello italiano nella gestione dell’emergenza a cui molti Stati hanno guardato e che, in molti casi, è stato replicato. Il futuro è di chi ci crede. Siamo il paese del bello e lo saremo ancora.

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