La cultura non può – non deve – essere sempre il fanalino di coda

Questo tempo di infinite quarantene lascerà una lunga scia di morti e feriti anche in campo economico: tra di essi la massa sommersa degli operatori del mondo dello spettacolo.

Questo tempo di infinite e incerte quarantene lascerà purtroppo una lunga scia di morti e feriti anche in campo economico. Per molti lavoratori la speranza è ridotta a un lumicino e spesso la disperazione ha il sopravvento. È così anche per la categoria sommersa, praticamente invisibile, degli operatori del mondo dello Spettacolo.

Operatori invisibili
Quando – ben raramente – si parla di questo mondo, si cita solo la punta dell’iceberg, quella dei cantanti o degli attori famosi e del loro entourage. Si ignora la massa sommersa che permette all’iceberg di galleggiare. Ma il mondo dello Spettacolo non può essere liquidato parlando del cantante o dell’attore noti. Questi artisti possono sopravvivere, e bene, anche se il loro lavoro si interrompe per qualche anno. Chi naviga a vista sul canotto bucato è tutto il resto di quel mondo: sono le maestranze, i produttori, gli autori, i musicisti, gli operatori culturali. Per tutti loro il lockdown per Covid19 è partito immediatamente a fine febbraio, perché da quel momento sono rimasti senza lavoro e senza guadagno. Sono sottocategorie invisibili, ma non possono essere ignorate. Nel teatro (e nel mondo dell’arte in genere) non c’è solo chi fa spettacolo. Non ci sono solo attori, scenografi, tecnici, macchinisti. C’è anche chi tiene laboratori e saggi presso scuole, parrocchie o enti di natura varia e si è visto annullare i contratti dalla mattina alla sera. C’è chi organizza eventi e sa bene – anche se non vorrebbe saperlo –  che, soprattutto in Regioni come la Lombardia, non ci sarà stagione alcuna quest’anno.  Niente laboratori, niente spettacoli. Chiuso.

Le Associazioni Culturali

Si parla delle difficoltà delle imprese, dei ristoranti, dei bar, del mondo del turismo. Ma non si parla mai delle Associazioni Culturali, che da sempre operano per lo più in situazioni difficili se non impossibili, con bilanci costantemente in perdita. E che lavorano con una caparbietà, una abnegazione, una dignità e una onestà intellettuale che dovrebbero farne il fiore all’occhiello di una Nazione attenta a che la cultura arrivi ovunque e a chiunque. Invece sembra avere radici inestirpabili l’assurdo presupposto che il lavoro intellettuale non debba avere costi. Come se il know-how in questo campo fosse congenito e quindi non potesse avere un prezzo. Ma produrre cultura non è un hobby e non deve ridursi a una questua.