La fase due: ma il cielo è sempre più… blu?

All’inizio forse pochi ci avevano pensato. Eravamo tutti talmente impegnati a riorganizzare le nostre vite, il lavoro, le famiglie e le case, a gestire le nostre ansie, ad interrogarci su quale fine avessero fatto le tanto agognate mascherine, che forse non ce ne eravamo neanche resi conto. Poi abbiamo realizzato che per motivi igienico-sanitari, dovuti all’emergenza della pandemia da Covid-19, il Governo aveva disposto la chiusura di tutte le attività individuate come non necessarie; quasi tutti i luoghi che permettono alle persone di incontrarsi e di stare insieme si sono dovuti fermare, per assicurare il “distanziamento sociale” e contrastare la diffusione del contagio. Ho constatato che erano veramente tantissime.

A quel punto, almeno per me, il pensiero è immediatamente andato, forse per deformazione professionale, a tutti i lavoratori, imprenditori e dipendenti, grandi e piccoli, che da un giorno all’altro avevano visto la loro attività essere classificata, non solo come non necessaria, ma anche potenziale fonte di pericolo per la salute pubblica. Ho condiviso la loro angoscia, la loro pena, la paura di veder andare in fumo anni di sacrifici; ho ammirato gli imprenditori che si sono subito organizzati per tutelare i loro impiegati, i  professionisti che li hanno assistiti per fargli ottenere aiuti statali, casse integrazioni e bonus. Ho riconosciuto come piccoli grandi eroi i lavoratori dipendenti, quelli che si sono adattati allo “smart working”, lavorando da casa magari anche con i figli piccoli, quelli che senza fare drammi hanno subito riduzioni di orario e di stipendio, quelli che in silenzio sono purtroppo entrati nel tragico limbo della cassa integrazione e della disoccupazione, gli insegnanti che hanno fatto lezione “online” anche con tante difficoltà, quelli che hanno continuato il loro lavoro nei pubblici servizi, nella grande e piccola distribuzione, rischiando la loro salute perché non venisse mai a mancare il necessario.    

Poi è arrivato il 4 maggio, la tanto attesa fase due, quella della ripresa delle attività, delle riaperture, della ripartenza.   Il cielo è sempre più blu, l’estate è alle porte, le persone possono passeggiare, ci sono le automobili, il traffico, il rumore, le voci che riempiono di nuovo le strade, c’è tanta voglia di ”normalità”; eppure, appena ci fermiamo a pensare un attimo, avvertiamo dentro e fuori di noi che qualcosa non è ancora al suo posto, che forse non lo era neanche prima di tutto questo, che c’è tanto di irrisolto che pesa come un macigno, e non mi riferisco solo al malefico virus ed alle vittime che sta ancora mietendo.   L’Italia, infatti, stava già soffrendo per gli effetti di una lunghissima crisi economica e sociale che durava già da troppi anni; il nostro magnifico e geniale Paese ha pagato con due mesi di blocco troppe scelte scellerate, dovute ad anni di politiche economiche discutibili e dannose, di tagli alla sanità e al welfare, che avevano già da  tempo minato il nostro tessuto sociale nelle sue fondamenta, riducendo quasi ai minimi termini il ceto medio e aumentando il numero delle persone povere e disagiate.   Alla riapertura totale molte aziende non riapriranno, il ritorno al lavoro non sarà per tutti i lavoratori, lo sappiamo, purtroppo sta già succedendo. Il momento più duro, non è ancora finito, l’emergenza ha solo cambiato direzione, il Covid-19 si sta già portando via altre vittime, non per la forza del suo male, ma per le conseguenze di una crisi che, come la peggiore delle piaghe, si è innestata all’interno di una crisi che purtroppo già esisteva, e faceva troppi danni, e di cui nessuno si sta occupando.

Non è mio compito dare soluzioni, anche se qualche idea potrei averla, nè giudicare nessuno, e non è questo il luogo per farlo; purtroppo il tempo in cui si vive è sempre quello più difficile da decifrare, forse è per questo che si studiano le epoche passate e non la propria.   Oggi  però tutta questa situazione ha suscitato in me una  riflessione su qualcosa che si sta verificando, e che ne è purtroppo una conseguenza a mio parere piuttosto devastante . Quando nella fase uno sono stati chiusi i teatri, i musei, i cinema ed i locali pubblici, per un tempo quasi impossibile da determinare, qualcuno avrà pensato a tutto quello che, oltre il contagio, si sarebbe bloccato?  Se giustamente si pensa alla salute fisica delle persone, non bisognerebbe pensare anche a quella dello spirito? Come è possibile annientare l’arte, che è la miglior medicina dell’anima?    Gli spettacoli dal vivo, tutti quelli che si svolgono nei teatri, nei locali nelle piazze, negli stadi, non sono il superfluo, non sono un capriccio o un’occasione di “assembramento”, sono invece un’esigenza e una necessità della mente e del cuore, sia per gli artisti che per gli spettatori; ognuno di noi ha potuto misurare nella propria vita quanto possano essere importanti per darci la carica, sopportare meglio le amarezze, restituirci un po’ di serenità, strapparci un sorriso.    Sappiamo bene quindi che gli attori, i registi, i ballerini, i musicisti, i cantanti, gli organizzatori di spettacoli, i tecnici del suono e delle luci, i costumisti, i parrucchieri e i truccatori, tutta la filiera che gira intorno ai “live”, fino all’ultimo degli autisti e dei facchini, non sono dei lavoratori per modo di dire, o di serie B.    Eppure, già nella stessa “normalità “,spesso dai palazzi del potere tutti loro non sono per niente considerati, lavorano in situazioni al limite, in una cronica precarietà, con scarse o nulle tutele, senza mai certezze, senza mai grandi guadagni, avendo quasi sempre come unica vera soddisfazione la riuscita di un evento e il successo di una serata; la loro vera grande ricompensa è il calore e l’applauso del pubblico, il quale non sa e non vede tutto quello che c’è dietro a tanta bellezza ed armonia, non conosce le ore e ore di prove, i copioni da imparare, gli arrangiamenti da rifare, quella nota che fatica ad uscire, la corrente che salta…. Dobbiamo ammetterlo: purtroppo alla loro vita e al loro futuro nessuno ha pensato, la politica li ha un po’ dimenticati. Del resto è facile, perché molti di loro sono quasi invisibili, perché hanno tanta resilienza e troppa dignità nel chiedere aiuto, non hanno sindacati che riempiono le piazze di slogan, non possono bloccare il Paese. 

Perché loro e la loro arte, per alcuni, nel concreto non servono assolutamente a niente.

Però fingete per un attimo che non esistano, e ad una tristissima “normalità” in cui non potessero tornare: il virus allora avrebbe vinto per davvero, perchè la vita priva di tanta bellezza diventerebbe insopportabile sul serio e perfino il cielo non sarebbe più di nessun colore…tantomeno blu. Spero, per il bene di tutti, che si ponga rimedio e che questo non debba mai accadere.