Quattro Maggio 2020

Fase uno è passata.
Oggi sembra il giorno della liberazione e la fine di una guerra.
Molte volte in questi giorni mi sono ricordato dei racconti di mia nonna Gina. Cresciuta nella Roma del prologo fascista e tra mille difficoltà economiche di una guerra appena finita.
Ci si apprestava, nel 1929, a fronteggiare “la Grande Depressione” che avrebbe portato inevitabilmente, trascinata dai sovranismi, ad una seconda guerra mondiale sgretolando per sempre le mire espansionistiche del popolo italiano.
Dal sogno all’incubo il passo fu breve.
La speranza di una rinascita per un paese sconfitto ormai era l’unica realtà. Trovarsi con una bambina di 5 anni (mia madre) e senza un uomo che potesse proteggerle entrambe.
Sintetizzare venticinque anni di vita in queste poche righe fa ancora più paura.

Mia nonna però combatté ogni giorno per la sopravvivenza con le sue poche armi fatte di lavoro duro (al poligrafico di stato) e forza di volontà; spostava pesanti blocchi di banconote appena stampati solo con la speranza che un giorno prima o poi avrebbe potuto risollevare di nuovo il capo verso il cielo.
I suoi racconti delle file per il pane ricevuti con la “carta annonaria” o quando asserragliati nei rifugi ci si guardava negli occhi con una fioca luce di candela aspettando che passasse il pericolo dei bombardamenti.
Per fortuna nonna Gina ha vissuto più di ottanta anni circondata da tanto Amore (si con la A maiuscola) ed ha in qualche modo potuto compensare tutte le difficoltà raccontando a me e mia sorella Silvia mille storie, quelle meno dolorose e sempre con quel pizzico di autoironia che contraddistingue il romano autentico di sette generazioni.
Solo ora ne comprendo l’eredità, anche vedendo i miei figli Omar e Leon rapiti loro stessi dai racconti di mia madre Franca che se anche piccolina i suoi ricordi drizzano ancora la pelle.
C’è una frase di Paulo Coelho che sintetizza in modo argutamente poetico le difficoltà che incrociamo attraverso il cammino della vita:
“Chi desidera vedere l’arcobaleno, deve imparare ad amare la pioggia”.
La potenza prorompente delle parole mi ha aiutato più che mai in questi mesi dove il Mondo si è fermato.
Per la prima volta però ho veramente toccato con mano i racconti che furono.
Per qualche tempo si sono addirittura interrotte le guerre, cosa davvero inimmaginabile, dimostrando che l’odio è un sentimento che si può fermare con un ordine e che troppo spesso è fomentato solo per questioni meramente economiche. Tutto si è fermato; fuorché l orologio che impassibile continua a segnare il ticchettio dei secondi.
Quel tempo che non passa mai sbirciando fuori la finestra, nelle altre case, dove si vive la stessa realtà.

Il dramma di questa pandemia soprattutto per le persone che ci hanno lasciato ed i loro cari ha questo risvolto inaspettato.
Le città si sono svuotate, le strade di tutte le città del mondo per la prima volta hanno lasciato spazio al silenzio, quel silenzio che ora sembra assordante e che prima facevo fatica a trovare quando cercavo pensieri più profondi per comprendere la vera appartenenza a questa vita.
Ascoltare la Natura che reclama e si riprende i propri spazi con gli animali che tornano a ripopolare le città e che a gran voce ora fanno sentire la loro presenza davvero non ha avuto prezzo.
Sapere che un luogo cosi caotico come Roma può istantaneamente trasformarsi in un luogo di pace assoluta mi lascia davvero un pieno di speranza.

Con la televisione che ormai ripeteva a reti unificate tutto ed il contrario di tutto; io ho deciso di spegnerla.
Li si è materializzato il Silenzio.
Le ore vuote mi hanno sedotto ed ipnotizzato in uno stato di trance dove le riflessioni poggiano di nuovo sull’essenziale.
Ho avuto il tempo di alzarmi tardi la mattina come fosse la più lunga delle domeniche e fare dei lunghi sogni, incredibilmente reali, dove il covid-19 non esisteva.
Le giornate sono state scandite dalla noia, quel sentimento difficilmente sperimentato nelle folli giornate lavorative della “normalità”; nella noia nascono i pensieri più creativi, la mente spazia e fonde le idee più brillanti, humus insostituibile per alimentare proprio i sogni.
Forse proprio da qui ripartirei.

La Fase due più che un mix di controverse regole dovrebbe ripartire
dai Sogni, sollevati dalle paure più recondite, quei sogni che rendono maestoso ogni passo e che trasformano in sacra ogni azione quotidiana.
Il sogno più grande per me è riavvolgere il nastro e fare un passo indietro.
Ora non bisogna aver paura di magnificare i desideri e di cambiare lo stato delle cose perché cosi fino ad oggi questo mondo non va.
Chiedere scusa alla Natura, a noi stessi e tornare a vivere in un armonioso equilibrio, quello che poi tutti noi in fondo davvero bramiamo.
Che la nuova “normalità” sia per i nostri figli un mondo sostenibile, più bello di come è stato fino ad ora, ma anche per tutti quelli che, passati all’aldilà, lo hanno sognato prima di noi.
Io ci credo e sento che siamo in tanti.
Ciao Gina.