Questo non è il mio lavoro! Questa non è la mia musica!

L’altra mia attività riguarda la direzione e la scrittura degli arrangiamenti della “Crossover Guitar Orchestra”, una meravigliosa compagine formata da 12 miei allievi chitarristi, di età compresa tra i 10 ed i 17 anni. Sono ragazzi stupendi, alcuni sono con me da diversi anni e con tutti si è andato consolidando un rapporto di affetto molto profondo. Le nostre prove, un paio di ore a settimana, vedono alternarsi lavoro e risate, e anche di questo nostro appuntamento sento davvero tanta nostalgia. Ho “barattato” l’ora di orchestra con un paio di ore di armonia e analisi musicale, materie che mi intrigano, ma il paragone è assolutamente insostenibile. E continuo a chiedere loro di ripassare i brani del nostro repertorio perché ad agosto voglio tenere il nostro solito concerto di beneficienza in favore dell’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze, e lo dico pur sapendo che difficilmente riusciremo a farlo. E il bello è che loro mi rispondono in maniera entusiastica, forse sperandoci o forse assecondandomi (del tipo, sì, sì, ok, poi speriamo prenda la sua terapia…). 

Gli unici due modi che mi sono venuti in mente per farli sentire ancora un’orchestra sono aver realizzato un video a distanza e aver suggerito loro di suonare mettendo in sottofondo i video della “Crossover” presenti su YouTube. Più di questo purtroppo non riesco a fare.

Molte le domande che mi pongo in questi giorni (per fortuna, si far per dire, il tempo per pensare è poco visto che la scuola mi fa stare più o meno 8 ore al giorno al computer). Le mie FAQ sono: quest’anno ormai sarà andato? E il prossimo anno potrò suonare? Mi pare ovvio che in questa mia riflessione sto riportando esclusivamente il lato musicale del problema (trattandolo anche con ironia) ma la preoccupazione più grande riguarda chiaramente la salute dei miei cari.

In questa mia considerazione non voglio assolutamente parlare di politica, ma spero che quanto prima il nostro lavoro possa essere riconosciuto come tale; ricordo ancora un bambino che mi chiese che lavoro facessi e, probabilmente non troppo convinto che fare la musicista fosse una professione, mi chiese: “sì, ma di lavoro vero cosa fai?”. Ecco, credo che l’ingenua e spiazzante sincerità di quel bambino sia, più o meno, la domanda che anche gran parte dell’opinione pubblica si pone, forse esternandola solo in maniera meno sincera e diretta, magari nascondendola dietro un “ma ti pagano per suonare?”, “però se ti piace quello che fai, alla fine non è un lavoro”, o cose simili. Affermo sempre di essere molto fortunata a fare ciò più amo, ma questo non vuol dire certo che non sia un lavoro.

Per far sì che la nostra professione venga percepita come tale penso si renda necessaria anche una svolta culturale all’interno della quale il musicista, l’artista in generale, venga riconosciuto come lavoratore a tutti gli effetti, con diritti e doveri, magari con un vero e proprio albo. Ma la scintilla di questa “rivoluzione culturale” deve scoccare nella mente di ciascuno di noi, altrimenti sarà solo un fuoco di paglia che durerà giusto il tempo di piangerci un po’ addosso (e dispiacersi per questi poveri musicisti dimenticati durante il COVID-19), ma al ritorno della “normalità”, tutto sarà come prima. 

Ed i primi a battersi per vedere i propri diritti riconosciuti devono essere proprio i musicisti, serve un compenso adeguato alle proprie capacità, un trattamento idoneo (e non parlo solo a livello economico ma di rispetto del nostro operato e di ciò che rappresentiamo con la nostra arte). Io ripeto in continuazione ai miei allievi che nella vita la cosa fondamentale è il rispetto, per se stessi e verso gli altri. 

Spero si possa tornare al più presto a riabbracciare i nostri strumenti per concerti dal vivo, magari vedendo ridotta agli organizzatori la quota relativa al permesso SIAE.

Quindi, per tornare al titolo di questa mia riflessione, questo non è il mio lavoro, questa non è la mia musica! 

Sarà pure smart working, ma a me sembra uno di quegli intellettuali che non ti trasmettono nessuna emozione ma solo tanto noioso nozionismo. O, rimanendo in tema, come gli strumentisti che suonano 200 note al secondo ma pare che tra il tuo cuore e le loro dita ci sia l’ormai famoso plexiglass che non fa arrivare nessuna emozione. Preferisco ascoltare meno note ma a forma di cuore e non di semibiscroma (ovviamente la mia è tutta invidia per non saper fare le semibiscrome), e preferivo farmi ogni giorno 13 ore di lavoro fuori casa piuttosto che stare “solo” 8-10 ore davanti ad un pc! 

Comunque, appena avrò più tempo, forse mi metterò a guardare i 200 programmi di cucina che inondano la nostra TV, così almeno finalmente imparerò un po’ di arte culinaria e, se non ripartirò con i concerti, quantomeno saprò fare un pranzetto coi fiocchi. E ho già deciso quale sarà il mio primo menu:

– APERITIVO:    Bellini (fate finta di non sapere che non era dedicato a Vincenzo)

PRIMO:       Spaghetti alla chitarra o Pasta alla Norma

– SECONDO:     Tournedos di Rossini

– DESSERT:      Mozart-Konfekt (non posso mettere il nome italiano, per pudicizia) 

– VINO:       Donnafugata (in onore all’immenso Bach ma direi  anche  piuttosto autoreferenziale)

Scusate, deformazione professionale…