Un italiano vero…

“Lasciatemi cantare perché ne sono fiero. Sono un italiano, un italiano vero”. 

I celeberrimi versi di Minellono – Cutugno in Italia suonano come una nota nostalgica in bilico tra il ricordo di quegli anni spensierati e l’intenzione di obliare quella semplicità etichettandola come troppo popolare, in questo tempo di grandi parole per piccoli concetti.

Tutto cambia di prospettiva, però, quando quei versi li vivi da italiano all’estero, quando quella “seicento giù di carrozzeria” si riempie nella tua mente di brava gente in fila verso il mare, con l’ombrellone sul tetto e le lasagne nel portapranzo.

Quando sei un italiano all’estero l’Italia diventa la proiezione romantica di un film senza scene troppo drammatiche, si allontana il pensiero della città invivibile nella morsa del traffico, delle lentezze burocratiche, dei repentini arricchimenti o impoverimenti che siano. Quando sei un italiano all’estero, un cervello in fuga, un emigrato o qualunque cosa ci sia nel mezzo, quelle parole, quella fierezza nel rivendicare la veridicità del tuo essere italiano, mettono davvero i brividi.

Un italiano all’estero si lamenta dell’Italia con gli italiani, ma se qualcuno ne parla male può finire alle mani.

Io non sono solo un italiano all’estero, sono anche un musicista italiano all’estero.

È naturale quindi per me ragionare, in questo momento davvero difficile, sulla situazione dei miei colleghi in Italia, sulle immense problematiche che stanno vivendo, così come sui grandi slanci di umanità e sull’esempio di forza e unità che stanno offrendo.

Certo, quando c’è una pandemia in atto ci sono aspetti più importanti della musica su cui concentrarsi, ma chissà quanto sarà importante quella canzone nelle cuffie di quell’infermiera stremata a fine turno, quanto sarà consolatorio quel verso nel cuore di chi ha perso una madre, un amico, un vecchio nonno che tanto doveva morire lo stesso prima o poi.

E allora questa musica così bistrattata una sua funzione ce l’ha, ce l’ha una sua dignità, nonostante sia per la maggior parte creata, prodotta o eseguita da persone le quali quasi ogni giorno si sentono domandare quale sia il loro vero mestiere.

E forse, così come si deve investire sulla ricerca, sulla sanità, sul lavoro, sulla sicurezza, sulle infrastrutture, sull’istruzione e su tutto quanto rende un paese davvero civile, in egual misura si deve investire sulla cultura, sulla musica. 

Quando si chiude un ente lirico, quando muore un conservatorio, quando si scioglie un coro, dovrebbe essere avvertita una gravità equivalente a quando si chiude il reparto di un ospedale, a quando un’impresa fallisce, a quando un artigiano tira giù la saracinesca.

La nostra musica cura la mente degli stessi corpi che hanno bisogno di un pronto soccorso, di una classe scolastica o di una pensione.

Questa crisi ha messo in evidenza più che mai l’esigenza di tutelare con più cura i lavoratori dello spettacolo, ma d’altra parte mi fa riflettere su chi davvero può ritenersi facente parte di questa categoria. 

È un musicista l’impiegato che di sabato suona blues al locale per due soldi uccidendo il mercato? È un fonico il pensionato che arrangia un disco in salotto massacrando di fatto chi magari ha investito anni e capitali nella costruzione di un vero studio di registrazione? È un maestro chi insegna un’arte che dovrebbe ancora imparare, in barba a chi ha i titoli e le conoscenze per farlo?

Forse finita questa crisi che ci unisce in qualche modo quando cantiamo sui balconi o nei video “patchwork” di Facebook, dovremmo interrogarci proprio su questo, sulla dignità del mestiere della musica, sul riconoscimento di una categoria che troppo spesso ha confini labili e non esattamente definiti.

Solo allora forse ci lasceranno cantare con la chitarra in mano e ne saremo fieri, come italiani.

Italiani veri.