E se lo sport fosse la soluzione?


Non credo si possa trovare momento storico più adatto per parlare, o forse dovrei dire riparlare, di stress. Il Coronavirurs ci ha posto in una situazione di costrizione e isolamento sociale per un periodo moderatamente lungo, imponendoci di modificare velocemente abitudini, routine e consuetudini di vita costituendo per tutti una condizione stressogena.

Durante i primi giorni della pandemia siamo stati sottoposti a stress acuto: la chiusura forzata ha cambiato radicalmente e tempestivamente la nostra quotidianità, modificando il nostro fisiologico e acquisito ritmo di vita. Ora però, dopo circa tre mesi, i fattori di stress sono diventati cronici, investendo diverse aree della nostra esistenza e certamente mettendo a dura prova la resistenza al perseguimento dei nostri obiettivi, personali e professionali.

Ma cos’è lo stress? Lo stress è la risposta psicofisica a compiti, anche molto diversi tra loro, di natura emotiva, cognitiva o sociale, che l’individuo percepisce come eccessivi. 

Le prime ricerche sullo stress avvengono in ambito medico proprio con i lavori di Hans Selye, un medico austriaco che, dalla metà degli anni Trenta del secolo scorso, iniziò a lavorare su questo tema presso l’Università di Montreal. Come riporta lo stesso Selye (1976) fu un esperimento condotto su alcuni topi alla ricerca di un nuovo ormone ad indicare un’interessante e nuova linea d’indagine: indipendentemente dalla sostanza tossica iniettata, i topi mostravano tutti la stessa reazione, ossia l’ispessimento della corteccia surrenale, la riduzione del timo e ulcere sanguinanti nello stomaco e nell’intestino.

Seyle si basò sui lavori del fisiologo Walter Cannon che studiò e descrisse quella che è nota con il nome di “fight reaction”: uno stato di sovraeccitazione innescato dall’attivazione del sistema nervoso autonomo in seguito alla rilevazione di un pericolo nell’ambiente esterno. Questa reazione di allarme è comune a uomini e animali e ha un grande valore evolutivo, poiché permette loro di attivare una serie di risorse che possono risultare vitali in situazioni di pericolo. 

La “sindrome generale di adattamento” proposta da Seyle successivamente è una reazione fisiologica di allarme dell’essere umano in risposta ad eventi esterni potenzialmente pericolosi (anche non reali e concreti) che, se protratti nel tempo, superano il livello di resistenza dell’individuo e innescano la fase di esaurimento delle risorse disponibili, diventando fattori di distress (stress negativo).

Recentemente nuovi studi hanno riconosciuto il ruolo chiave dell’interpretazione cognitiva e della percezione soggettiva quali fattori in grado di influenzare l’esperienza e la conseguente gestione dello stress.

In questo nuovo approccio cognitivo, Lazarus e Folkman nel 1987 descrivono lo stress come conseguenza degli stimoli dell’ambiente sulla persona, in cui la percezione che il soggetto ha della richiesta ambientale e delle proprie risorse per farvi fronte è la variabile di mediazione critica.

In effetti, ciò è quanto solitamente accade a tutte le persone nella vita di tutti i giorni, e la risposta di ogni individuo è singolare e specifica, in base alle caratteristiche dello stressor ma, soprattutto, del soggetto stesso.

Ma quali possono essere quindi le cause, i fattori che causano stress?