Falcone: il ritratto di un uomo solo

Come ogni anno, il 23 maggio ricorre l’anniversario dell’attentato in cui perse la vita il magistrato Giovanni Falcone, insieme con sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Quest’anno siamo al ventottesimo anniversario da quel terribile giorno, che oltre ad aver segnato la vita di tutti gli spettatori dell’epoca, ha rappresentato un punto di svolta per il paese.

immagine della strage di Capaci, con le auto tra le macerie

La strage di Capaci – insieme con l’altro attentato del 1992, quello di via d’Amelio a Paolo Borsellino – ha infatti cambiato il modo con cui veniva affrontata la guerra alla criminalità organizzata. 

Prima dell’avvento di Falcone, a livello giudiziario c’era la tendenza a considerare i crimini mafiosi come semplici atti di criminalità, senza alcun legame l’uno con l’altro; il primo merito del magistrato palermitano è stato dunque di accendere i riflettori su di un’organizzazione verticistica e ben strutturata, guidata da una regia che muoveva ogni tassello per aumentare il proprio potere. Questa è stata la chiave del successo del maxiprocesso iniziato nel 1986 e conclusosi pochi mesi prima dell’attentato; ciononostante, fino ad allora la sensazione era che il lavoro di Falcone fosse mal sopportato da una certa fetta delle istituzioni. Che fosse connivenza, interessi politici o semplice invidia da parte dei colleghi, è evidente la differenza di considerazione che ha avuto Falcone dopo la sua morte, come più volte ribadito nel corso degli anni. 

«Per essere credibili bisogna essere ammazzati in questo paese».

Giovanni Falcone pronunciò queste emblematiche parole nel corso dell’ultima intervista rilasciata televisivamente, nella trasmissione Babele, per presentare il suo libro Cose di Cosa Nostra. Non era certamente la prima volta che, pubblicamente, faceva trasparire questa insofferenza sul fatto che, finché fosse rimasto in vita, non avrebbe goduto di tutta la credibilità che avrebbe meritato il suo lavoro. 

A ben vedere, però, questi sette minuti scarsi sintetizzano perfettamente anche la differente dialettica con cui Falcone parlava del fenomeno mafioso rispetto alla ovattata considerazione dell’epoca, tanto a livello mediatico quanto giudiziario. È eloquente il passaggio in cui Corrado Augias enfatizza in maniera scandalizzata (userà più volte questo termine) la crudezza dell’affermazione riportata dal giudice nel libro: «La Mafia in quell’isola ha sostituito lo Stato, impedendogli di sprofondare nel caos», prestando più attenzione alla forma che ai contenuti. E con quanto sappiamo oggi, la risposta di Falcone «Non sono gravi queste affermazioni. Sono gravi i fatti sottesi a queste affermazioni» testimonia quanto le sue parole avessero in realtà centrato perfettamente il punto.

Degli attacchi – più o meno velati a seconda delle circostanze – e degli ostacoli che sono stati posti lungo il cammino di Falcone si è detto, scritto e letto tantissimo. Di recente, si è così espresso in tal senso il consigliere del Csm Sebastiano Ardita: «Quella di Giovanni Falcone fu una storia di solitudine, di sconfitte, di tradimenti subiti dentro e fuori la magistratura. Dovette difendersi dal Csm. Venne isolato, calunniato, accusato di costruire teoremi, mentre svelava i rapporti tra Cosa Nostra ed il potere. Gli venne contestato protagonismo, presenza sui media, di collaborare col governo, non fu eletto al Csm». Gli fa eco l’ex Pm antimafia Nino Di Matteo «Giovanni Falcone, prima di essere ucciso dal tritolo mafioso, venne più volte delegittimato, umiliato e così di fatto isolato anche da una parte rilevante della magistratura e del Consiglio superiore».

Probabilmente non sapremo mai per intero la verità su quello che si nascose dietro l’attentato del 23 maggio 1992, o di quello fallito all’Addaura il 21 giugno 1989; ci sono voci, ci sono testimonianze, ci sono mezze verità emerse sui rapporti intercorsi tra Stato e mafia in quel periodo. È certo che dall’inizio del maxiprocesso in poi la carriera di Falcone ha subito tanti smacchi causati da attacchi provenienti soprattutto dall’interno delle istituzioni, con le mancate nomine, con l’azione di quelle “menti raffinatissime” in grado di agire nell’ombra e rendergli scomodo il lavoro. Per tali ragioni, ancora ad oggi la sensazione è che molto altro sia successo, e che non si riesca a trovare la breccia definitiva nelle vicende di quegli anni. 

Quello che ereditiamo oggi dalla strage di Capaci è la fine degli attacchi pretestuosi contro Falcone, la reazione, forte, della società civile, alla tracotanza di Cosa Nostra, e la speranza che le nuove generazioni possano far voltare pagina al paese. 

La Fondazione Falcone conclude infatti con queste parole il ritratto biografico del magistrato palermitano:

«La fine di Giovanni Falcone potrebbe essere letta come una sconfitta dei giusti e dello Stato, come la fine di una speranza, ma in realtà la sua morte ha rappresentato l’inizio di una vera rinascita della società civile, che ha spinto le istituzioni statali a sferrare nei confronti della mafia un attacco tale da ridurre quasi al tappeto Cosa nostra. Tutti i più grandi latitanti, tranne Matteo Messina Denaro, sono in prigione e l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine non conosce soste. È importante, però, che l’azione non si fermi. Qualsiasi indecisione o allentamento della tensione giova a Cosa nostra. Per questo è fondamentale l’impegno delle istituzioni e, soprattutto, la vigilanza della società civile. Spetta a tutti noi, ai giovani, che saranno i  protagonisti del domani, mantenere alto l’esempio lasciato da Giovanni Falcone e fare propria la lezione di legalità, di professionalità e di amore per lo Stato che il magistrato ci ha lasciato».

Se nutrite un particolare interesse per le vicende dell’epoca e per le sue conseguenze, vi consiglio la puntata di Atlantide, andata in onda su La7 il 27 maggio scorso, in cui si approfondiscono alcuni aspetti fin qui poco noti alle cronache. Cliccate sulla foto per aprire il link.