Intervista a Giacomo Sintini

Quanto si è sentito veramente un campione?

In diversi momenti della mia carriera, così come in alcuni non mi ci sono sentito affatto. Secondo me l’essere un campione ha a che vedere con la mentalità, non è una questione di vittorie o di sconfitte. Ho vinto 18 medaglie d’oro nella mia carriera e non sempre sono stato un campione. Essere un campione significa avere la testa giusta, ragionare e comportarsi veramente con tutto se stesso nel modo migliore per raggiungere un risultato condiviso, non è mai una questione soltanto per se stessi. Fare squadra nel modo giusto, allineare i propri obiettivi individuali con quelli del team, essere altruista, saper superare le difficoltà, i propri limiti, saper dedicare la giusta fatica alle cose importanti, essere professionista 365 giorni all’anno, 7 giorni su 7, 24 ore su 24. Ci sono stati dei momenti in cui ho ragionato e mi sono comportato in questo modo ed in quel momento io ero veramente un campione, ero concentrato su ciò che serviva per raggiungere risultati importanti. In altri momenti della mia carriera, e non sempre questi sono combaciati con sconfitte o con vittorie, come neanche nel primo caso, ho pensato più a me stesso, sono stato più egoista, sono stato permaloso, su certe scelte non ho visto il quadro generale ma mi sono concentrato di più su di me ed in quei momenti non ero un campione.

Alcuni grandi campioni hanno rivelato paure, ossessioni, stress, stanchezza. Si può essere il numero uno e non essere felice?

Si, penso di sì. La felicità è qualcosa che va molto oltre la realizzazione professionale, una persona può essere molto realizzata da un punto di vista professionale ed avere tantissimi altri problemi in altri aspetti della vita. La felicità è qualcosa che mai raggiungi nella sua completezza, è un percorso in cui tu sei continuamente alla ricerca della felicità.

Oggi i campioni hanno team ben organizzati, un tempo si arrivava al traguardo più da “autodidatta”, più soli e meno preparati al successo. Cosa pensa sia meglio?

Non credo sia meglio arrivare al traguardo da autodidatta. Penso che gli staff che si sono creati oggi e l’attenzione che si dà a tutti i livelli di preparazione, da quella alimentare a quella fisica, mentale, tecnica, tattica, anche all’equipaggiamento, così come allo studio degli attrezzi sportivi che utilizziamo, insomma l’attenzione che si dà alle varie sfaccettature, sia fondamentale. La grande evoluzione che lo sport ha avuto ed i miglioramenti delle prestazioni sono associate a tutte queste componenti. È chiaro che ogni aspetto va seguito in maniera attenta poiché è facile compiere errori.  La qualità è fondamentale, credo fermamente nel progresso ed in questo tipo di approccio multifunzionale, penso che tutto sia abbastanza adatto e allineato a quello che è stato lo sviluppo dell’attenzione verso i personaggi del mondo dello sport. Non si può pensare di rimanere a metodologie di un tempo quando tutto va avanti, si evolve, migliora, si amplia e si ramifica. È importante adeguarsi, mettersi contro e di traverso è solo un ostacolo mentre la filosofia dello sport è proprio il superamento degli ostacoli e dei limiti.

Cosa significa per un campione non essere più in campo?

Essere una persona normale. L’impatto è difficile e bisogna imparare come affrontarlo. Si tratta di un cambiamento così repentino ed intenso che va affrontato con cautela e molto rispetto. Anche qui entra in gioco la personalità di ognuno di noi, c’è chi è più sensibile, facilone, ha meno problemi e chi ne ha di più, è più irruento, meno affabile. Passare dalla condizione di essere sempre concentrato sulla competizione, di trovarsi dentro ogni cosa che accade, di avere prestazioni di un certo livello, di sentirsi addosso tutte le attenzioni, di essere gestito con grande cautela da tutte le persone che hanno interesse a che tu possa performare ad un livello altissimo, di vedere che tutto quanto ruota veramente intorno a te che sei all’apice della carriera, ad una condizione completamente opposta, è veramente una prova molto difficile. Tutto ad un tratto questo smette di esistere. Non è per niente facile da affrontare.  Bisogna scendere a patti, essere pronti, prepararsi prima che questa situazione si presenti. È necessario sapere già prima, che ad un certo punto la vita è completamente diversa, è “normale” e da un certo punto di vista diventa più semplice da gestire e da vivere, da altri è più complessa. È un cambiamento, come ciò che accade di sicuro anche in altri ambiti e settori, che bisogna affrontare nel modo giusto, accettandolo prima di tutto, cercando di vedere poi quali sono gli aspetti positivi e quelli negativi. Ovviamente non si smette di essere riconosciuti per strada dall’oggi al domani, la parte di “vanità” continua ad essere alimentata ancora per un certo periodo. Ho smesso di giocare già da cinque anni ed ancora oggi mi riconoscono, mi chiedono una foto, un autografo, nei convegni ricevo applausi e consensi, ma nonostante tutto ciò in parte ancora accada, non posso certo basare la mia vita su questi aspetti. Cerco di darmi degli altri obiettivi, ho una nuova professione con ritmi diversi, non ho certo modificato la mia mentalità competitiva, quella rimane sempre, ma oggi cerco di usare le stesse qualità con cui scendevo in campo, per altri scopi”