Intervista a Giacomo Sintini

Come ha convissuto con il coronavirus e tutte le misure adottate per contenerlo?

Tenendomi attivo, dandomi degli obiettivi ed imponendomi una disciplina giornaliera, a partire dalle cose banali, come non rimanere in pantofole tutto il giorno, fare subito il letto, vestirmi sempre, avere un’agenda di impegni lavorativi. Mi sono dato delle regole, ho previsto degli impegni di natura fisica, un’ora di allenamento tutti i giorni, ho mantenuto una grande costanza, gli orari dei pasti sempre abbastanza precisi, ho studiato, mi sono dato nuovi obiettivi. Ho anche lavorato tantissimo da remoto con dei corsi online con un programma per approfondire “la visione di prospettiva: allenarsi per migliorare ed investire su noi stessi nel lungo termine, l’importanza dei social network e della coerenza di immagine privata e social, le “digital ability” per affrontare la quotidianità”. Si è trattato di gestire un “tempo nuovo”, più calmo che mi ha permesso inoltre di sviluppare un master di marketing e comunicazione digitale che sto completando, migliorare l’inglese e molto altro ancora. Non sono capace di stare fermo e di vivere senza un piccolo, medio o grande risultato da raggiungere.

Da sportivo come ha vissuto questo delicatissimo momento per il mondo dello sport?

Sinceramente non vivendo più lo sport in prima persona, in campo, da giocatore, ma in ambito più aziendale e di marketing, non ho avvertito la brutta condizione di dover stare fermo senza allenamento, senza squadra, spogliatoio, campo, riunioni, assembramenti. È tutto un altro aspetto. Sicuramente per loro è stata molto più dura e complessa da gestire anche guardando al futuro, con tutte le incertezze e le problematiche che si presenteranno, purtroppo anche economiche. Si dovrà affrontare una delle crisi più grosse credo e bisognerà rimboccarsi le maniche, senza lamentarci, pensare che c’è sempre qualcuno che è stato colpito più duramente di noi. Siamo tutti un po’ più poveri e fermi, condizionati e indeboliti. Ma bisogna saper guardare avanti, fare tutto ciò che si può con quello che abbiamo a disposizione. Credo sia l’atteggiamento più corretto per tutti gli ambienti, compreso quello sportivo.

Verso quale futuro si indirizza lo sport?

Lo sport avrà sempre un futuro, perché è un’attività troppo importante, ricca di valori, significato e non avrà mai problemi per andare avanti, per avere un seguito, per trovare riscontri. Lo sport si sta sviluppando, come tutte le altre realtà di alto livello, adattandosi alla digitalizzazione, ai tempi diversi, alla comunicazione differente, è molto più presente sui social e soprattutto si indirizza anche a gestire un diverso modo di strutturarsi, una diversa cultura della competizione e della sfida. Si è trasformato in un mondo sempre più specializzato ma allo stesso tempo anche sempre più coinvolgente. Oggi le persone possono essere coinvolte nelle parti più intime della preparazione di un grande evento e tutti quanti possono avere accesso, mentre prima alcune fasi erano solo per pochi, per gli addetti ai lavori, la maggior parte vedeva solo il grande evento, la parte eclatante della manifestazione. Oggi in qualsiasi momento, chiunque, può accedere a tantissimi contenuti, così lo sport ed i personaggi hanno la possibilità di coinvolgere un pubblico molto più numeroso a tantissimi livelli e continuamente, avendo così un impatto molto più forte sulla vita delle persone.

Cosa è mancato nel suo percorso personale?

Ho 41 anni ed ho smesso di giocare a 36. Se penso alle varie fasi della mia carriera oggi avrei una testa completamente diversa per gestire alcune situazioni, però a volte sarebbe un bene, a volte sarebbe un male, perché in alcuni momenti anche l’incoscienza o il coraggio che hai avuto in alcune fasi della tua vita è stato probabilmente più importante e determinante che l’essere riflessivo o razionale. Di sicuro avrei voluto evitare il periodo della malattia che mi ha tenuto fermo per più di un anno e mi ha fatto perdere parecchio il mio giro anche perché avevo 32 anni ed ero nel momento più alto della mia carriera. Però anche quello è stato utile, se sono la persona che sono è anche grazie a quella difficoltà affrontata con la mia squadra più importante, la mia famiglia, e con la mia squadra acquisita di medici ed infermieri. Avrei voluto essere ancora più attento di quello che sono stato ai vari processi di crescita che ho affrontato, ai momenti che ho vissuto, li avrei potuti assaporare ancora meglio, avrei voluto essere più lucido in alcuni momenti critici della mia carriera in cui avrei potuto sicuramente essere più calmo e affrontare anche delle scelte differenti, ma in quel momento avevo una testa da ragazzo, ero più impulsivo, tutto sommato credo sia andata bene così”.