Intervista a Giacomo Sintini

Raggiungere livelli di eccellenza ha comportato un prezzo da pagare in termini di rapporti umani?

Forse, ma non ci ho mai tanto pensato. Un alto livello è sempre tema di esposizione e di relazione con il prossimo, spesso in senso negativo. Suscita sentimenti non sempre nobili, quali l’invidia, la gelosia, l’antipatia ed il conflitto. Penso che se una persona vuole provare a distinguersi debba accettare inevitabilmente il fatto di non piacere a tutti. I rapporti veri esistono di sicuro ed io ho sempre trovato il tempo da dedicare alle persone che amo e sono sempre stato ricambiato. Fortuna o merito, o tutte e due.

Cosa ha dovuto sacrificare maggiormente per diventare il numero uno?

Il numero uno non lo sono mai diventato, ma posso dire di essere entrato a far parte di una bella élite. Numero uno è una parola molto grossa e non si adatta a me. La fatica più grande è stata quella di dover stare lontano dalle persone che amo, sopportare le critiche, le cattiverie, avere a che fare con i contestatori, con le persone che in qualche modo cercano di complicare il tuo percorso.

In fondo quanti “coronavirus” aveva già conosciuto prima di oggi nella sua vita? Isolamento fisico, mentale, psicologico, umano e restrizioni della “libertà” per voi campioni sono aspetti “ordinari”.

Ha proprio ragione. È vero ne ho affrontati parecchi ed anche più cattivi.

Cosa ha fatto nella sua vita per gli altri?

Ho sempre cercato di essere disponibile, altruista, generoso, di offrire la mia esperienza, il mio aiuto, la mia competenza dove potevo. La cosa più grande che ho fatto per gli altri è stata creare, insieme a mia moglie Alessia, l’associazione benefica che porta il mio nome, per essere un aiuto concreto, presente e futuro, per la comunità del cancro. Sosteniamo la ricerca medica contro leucemie, linfomi e mieloma e studiamo soluzioni per migliorare la condizione fisica e psicologica di chi sta soffrendo la malattia. Appoggiamo progetti in tutta Italia. Siamo convinti che per affrontare le dure prove della vita si debba fare squadra e che avere qualcuno al proprio fianco aumenti notevolmente le probabilità di successo. È stata di sicuro la più grande opera di solidarietà realizzata nella mia vita. Ce ne sono state anche altre più piccole, meno eclatanti. Io credo che si debba restituire nella vita, dando qualcosa a chi merita, a chi ha bisogno, a chi chiede, a prescindere da quello che torna indietro, se accade o non accade è del tutto ininfluente. Il bene si fa indipendentemente. Questo è anche l’essenza del gioco di squadra.

Cosa vuole oggi dalla vita? È lo stesso pensiero di sempre oppure è cambiato?Una vita più sana e più lunga possibile insieme ai miei cari, una vita semplice nei rapporti sentimentali e negli affetti. Chiarezza e sincerità sempre. E poi vorrei la felicità per le persone cui voglio bene, vorrei che mia figlia Carolina, di 12 anni, avesse una crescita sana e forte ed una vita con tante opportunità, vorrei avere successo, fare bene ciò che faccio, raggiungere ottimi risultati in tutto ciò in cui mi impegno, vorrei continuare a far parte di un ambiente di lavoro di alto livello, perché il tempo che dedichiamo al lavoro è tantissimo e farlo nel luogo  giusto e con le persone giuste fa la differenza. E poi ancora vorrei continuare ad influire positivamente nella vita delle persone attraverso la mia associazione benefica, vorrei riuscire a fare sempre di più la differenza. Alcune di queste cose le pensavo già alcuni anni fa, altre le ho acquisite crescendo e maturando. Ma di certo ho sempre voluto una vita semplice ed ho sempre voluto fare bene il mio lavoro“.