Intervista a Kevin Cusenza

Storia di un sogno scritto nel DNA. La vita di un ragazzo che ha scelto di essere felice.  

“C’è un luogo in cui, più che in altri, il cammino verso la felicità diventa realizzabile. È il campo da basket”. Ho letto questa frase da qualche parte ed ho immaginato una storia scritta non con la penna, ma con il sudore, la fatica, l’etica, gli schemi, l’allenamento, il rigore e la disciplina. 

Da poco meno di un anno è stato ingaggiato dalla Virtus Roma con il ruolo di ala/centro: 200 cm, 95 kg, nato a Trapani 27 anni fa. È Kevin Cusenza, un ragazzo finalmente approdato, dopo varie vicissitudini non sempre facili e per niente da privilegiato, alla società di pallacanestro di Roma fondata nel 1960, serie A, che vanta nel suo palmarès uno scudetto, una Supercoppa d’Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale e due Coppe Korac.

È cresciuto sul campo di basket come fosse la sua prima casa. Quando ha capito che quello era il suo sogno?

La mia passione per la pallacanestro credo proprio sia intrinseca, una questione di genetica, papà allenatore e mamma giocatrice.

Sono letteralmente cresciuto dentro a svariati palazzetti d’Italia, seguendo mamma e papà fin dai primi mesi, sia durante gli allenamenti che la domenica durante le partite.

Ero uno di quei bambini che tra la fine del primo tempo e l’inizio del secondo, entra in campo e si mette a tirare la palla cercando di fare canestro.

Nonostante ciò nessuno dei due mi ha spinto o forzato verso la pallacanestro, nella mia infanzia ho provato un po’ di tutto (nuoto, calcio, baseball), finché un giorno decisi di fare un allenamento con un gruppo di bambini allenati da mia madre. Fu un colpo di fulmine. Quello che mi fa più piacere è la certezza di aver fatto una scelta consapevole. Non sono stato spinto dal voler seguire un amichetto o dalle pressioni dei miei genitori. Io ho scelto dopo aver provato altro e senza cercare amici, compagni di scuola o qualcuno che mi supportasse. Ero sicuro di quello che facevo. Avevo i miei idoli, le mie aspettative, le speranze, i sogni. Tutto questo ha iniziato a far parte della mia vita piano piano, con equilibrio, poi si è trasformato in un punto di riferimento ed in un traguardo. Sapevo dove volevo arrivare

Alcuni grandi campioni hanno raccontato le loro vite in biografie descrivendo paure, sacrifici, stanchezza, ossessioni e ansie. Si può diventare il numero uno e non sentirsi felice?

Credo che quasi la totalità degli atleti che arrivano ad un livello alto, abbiano dovuto fare una quantità di sacrifici e rinunce non indifferenti, soprattutto in età della vita in cui divertirsi e svagarsi è fondamentale.

Io personalmente non ho mai fatto una gita scolastica né alle medie né alle superiori, perché per me era più importante allenarmi e onestamente, mi piaceva di più. Ogni altra attività la vivevo come una distrazione che avrebbe potuto compromettere il mio futuro. Mi domandavo se ne valesse veramente la pena, concedermi svaghi, divertimento, viaggi, discoteca ed altro. La risposta era sempre la stessa. NO. La meta che mi ero prefissata era così alta e così lontana che a volte mi chiedevo se lavorare duramente con costanza potesse essere sufficiente. Temevo non bastasse. Ma la vita, seppure con varie vicissitudini non sempre semplici da gestire, mi ha premiato.

Essere un atleta di alto livello è certamente una grande soddisfazione, ma mi rendo conto che l’idea che la gente ha degli sportivi, dei professionisti, è completamente errata.  Tutti credono sia solo e sempre una esperienza fantastica, una specie di mondo dorato fatto di privilegi, ma quello che si riesce a vedere è solo il risultato di tutto ciò che in realtà è invisibile per il pubblico. Quanta gente sarebbe disposta ad andare a letto presto tutte le sere, a non uscire il fine settimana, a mantenere un regime alimentare rigoroso fatto di riso o pasta in bianco, mentre il resto della famiglia mangia le lasagne, gli amici si divertono e magari ti mandano pure le foto su whatsapp per prenderti in giro, affettuosamente. Ma questi sono solo piccoli esempi. A volte qualche momento di sconforto si può anche mettere in conto. Ma quando ti rendi conto che non riusciresti ad immaginarti in nessun altro luogo ed in nessun altro modo, quando il campo è la tua casa, i tuoi compagni la tua famiglia, le vittorie il tuo pane (o meglio le tue lasagne), allora ti autoricompensi ed hai una idea più chiara e completa di cosa sia la felicità.