Intervista a Massimo Finizio

Massimo Finizio è nato a Ravenna, ma è cresciuto a Trastevere. Il calcio è la sua vita. Negli anni Settanta e Ottanta ha frequentato la Curva Sud e il Commando Ultrà Curva Sud (CUCS). Negli anni Novanta ha collaborato con il vicepresidente Rinaldo Sagramola e il responsabile del settore giovanile Tonino Ceci della Lodigiani e all’inizio del millennio è stato uno dei dirigenti chiave del Sankt Pauli, storica squadra dell’omonimo quartiere di Amburgo.

Lei ha vissuto a Trastevere negli anni Settanta e Ottanta. Che cosa ricorda della Roma di quegli anni? 

Anni di piombo e di tristezza, ma anche di fermento politico e musicale e una grande voglia di vivere e conoscere. Ricordo la morte di Giorgiana Masi nel ’77, uccisa a due passi da casa durante una manifestazione di Pannella e della sinistra extraparlamentare. Ero all’Olimpico il 28 ottobre 1979, quando un razzo partito dalla Sud uccideva Vincenzo Paparelli. Esperienze vissute in prima persona che mi hanno segnato. Come l’attentato a Giovanni Paolo II nell’81, quello alla sinagoga di Roma l’anno dopo e quello all’aeroporto di Fiumicino nell’85.

Come è diventato tifoso del Sankt Pauli? 

Sono stato ad Amburgo la prima volta nel 1987 e ho visto il quartiere di Sankt Pauli con tutti i suoi locali, la musica, le case occupate e non ci si poteva che innamorare. Era una cosa assolutamente differente da Camden Town, non era né Torino né Roma né Milano. Faceva pensare a Napoli, ma senza il sole. Era un quartiere di portuali e operai che ha sempre avuto il cuore a sinistra. Anche oggi in Germania è uno dei fronti dell’antifascismo e della solidarietà. L’hanno frequentato i Beatles e Mino Reitano, Iggy Pop e David Bowie. Alberto Sordi ci ha girato i Magliari del 1959. Dopo essermi innamorato del quartiere, diventare tifoso della squadra è stato un passo breve.

Come è arrivato ad essere dirigente del Sankt Pauli?

Dopo l’esperienza con la Lodigiani negli anni Novanta, ho vissuto a Milano, Trieste e Londra. Giravo molto, ma tornavo spesso ad Amburgo. Piano piano i contatti con il Sankt Pauli si sono fatti più stretti, mi sono fatto conoscere e nel 2002 sono stato eletto alla presidenza dell’assemblea dei soci, che si occupa della gestione politica dell’associazione. Sono rimasto in carica per due anni e mezzo. Ho portato con me la cultura sociale della Lodigiani, ma al Sankt Pauli la mentalità associativa dal basso era già molto sviluppata. Si pensi che per statuto i due terzi delle quote annuali dei soci e tutti gli utili del bilancio annuale devono essere investiti in progetti sociali del settore giovanile, non nella prima squadra. L’associazione sportiva del Sankt Pauli, oltre al calcio maschile, include altre discipline come il calcio femminile, la pallamano e la vela e incarna i valori progressisti e antirazzisti degli abitanti del quartiere.

Quali erano gli obiettivi della sua presidenza e quali sono stati i maggiori risultati conseguiti?

L’associazione veniva da una cattiva gestione. Abbiamo sviluppato forme di coinvolgimento tra i soci per sostenerci, come ad esempio la creazione di gruppi di lavoro. Ricordando le magliette del CUCS vendute in Curva Sud, abbiamo avuto l’idea di fare una maglietta con su scritto Retter (salvatore), che ancora oggi viene venduta dal Sankt Pauli. Tante altre idee sono uscite dai gruppi di lavoro, come i 50 centesimi devoluti all’associazione per ogni boccale di birra venduto. Ho messo in contatto con il Sankt Pauli molti gruppi di tifosi italiani, che ancora lo sostengono. I Fedelissimi della Sampdoria sono stati i primi a rispondere alle mie chiamate a diventare soci italiani. Quand’ero alla Lodigiani ho partecipato spesso alle Partite del Cuore, che mi hanno suggerito l’dea di organizzare qualcosa di simile anche al Sankt Pauli. È stato difficile per la differenza di mentalità, ma poi siamo partiti anche qui con la prima “partita in famiglia”, il Familienduell. Dopo aver sistemato la società, abbiamo iniziato la seconda fase, quella del risorgimento, anche sportivo, e ci è venuta di nuovo in soccorso la mia esperienza con la Lodigiani: pur avendo un budget molto basso, circa mezzo milione di euro, abbiamo comprato una casa e realizzato un convitto, che esiste ancora oggi, dove insieme a un assistente sociale vivono i giovani sportivi meno fortunati. Un caso particolare poi è stato vedere tante persone con difficoltà visive andare allo stadio. In Italia non le avrei mai nemmeno immaginate. Ero molto sorpreso. Allora abbiamo affiancato un accompagnatore a queste persone per portarle nelle zone del tifo più caldo, per fargli sentire la passione dei tifosi. Abbiamo fatto anche allestire dei posti con una connessione radio interna, da cui ascoltare la cronaca della partita fatta da uno dei nostri. La cosa ha avuto una grossa eco ed è diventata in pochi mesi legge. Ora posti con la connessione radio sono disponibili negli stadi delle squadre che militano nella prima, seconda e terza Liga (le nostre serie A, B e C).