Intervista a Massimo Finizio

Ricorda qualche episodio particolare durante la sua presidenza e negli anni precedenti?

Nel 2003 a Buenos Aires ho incontrato Rodolfo Picado, il mio omologo del Boca Juniors, e dirigenti di altre associazioni sportive, tra cui l’Indipendiente e il Platense. Nel 2008 sono stato invitato a Cipro del Nord, dove ho avuto dei colloqui con il primo ministro e il ministro dello sport. A Cipro la situazione è bloccata da decenni e non c’erano molti margini di manovra. Molto di più ho fatto per la Slovenia, accompagnandola nelle prime uscite internazionali all’inizio degli anni Novanta. Poi abbiamo organizzato a Roma la prima amichevole con la Bosnia non ancora ufficialmente riconosciuta. I calciatori scappavano dall’assedio di Sarajevo. Nel ’99 abbiamo aiutato insieme ad altre associazioni gli ospedali di Belgrado, mentre la NATO bombardava la città. Ad Amburgo vivono moltissimi ex jugoslavi, che mi hanno chiesto di dare una mano anche al Kosovo, che aveva appena dichiarato l’indipendenza, e nel 2008 abbiamo portato la rappresentativa del Kosovo al torneo internazionale per under 16 “Scirea Cup” a Matera. Hanno partecipato varie squadre, tra cui la Juventus, lo Sparta Praga, il Toronto FC e lo Honvéd Budapest. Avrebbe dovuto giocare anche il Sankt Pauli, ma non è stato possibile e al suo posto è venuta la rappresentativa del Vaticano. Una bellissima esperienza, il cui epilogo inaspettato è stato nel gennaio seguente, quando mi è stato consegnato a Priština il premio per il miglior sportivo dell’anno dalla Federcalcio del Kosovo (Gianfranco Zola e io siamo gli unici italiani ad aver conseguito un tale riconoscimento all’estero). 

Al Sankt Pauli Lei ha portato il modello sportivo e organizzativo della Lodigiani. Come vede il calcio italiano da Amburgo?

La Lodigiani era chiamata l’Università del calcio. Da lì sono usciti fior di giocatori e allenatori, come Francesco Totti, Luca Toni, Andrea Silenzi, David Di Michele, Luigi Apolloni, Antonio Candreva e Andrea Agostinelli. Lì ho imparato tanto. I valori sportivi e sociali della Lodigiani erano forse anche superiori a quelli del Sankt Pauli. Oggi la mentalità associativa deve essere rivalutata nello sport italiano. In fondo, lo sport è nato associativo, vedi il Genoa Cricket & Football Club, l’AS Roma, la SS Lazio e l’SSC Napoli. È l’unica via da seguire per riattivare in Italia la pratica sociale e sportiva dal basso senza rinunciare a prestazioni di alto livello. In Germania le fasi dell’aggregazione sociale e della crescita economica non sono in contraddizione. In Italia, oltre al razzismo imperante, vedo società che falliscono e risorgono per fallire di nuovo e creare solo debiti. Manca la base sociale e sportiva. Prendiamo Lisbona. La città ha circa mezzo milione di abitanti, i soci del Benfica sono oltre 265.000 e 160.000 sono quelli dello Sporting. A Gelsenkirchen, città di 260.000 abitanti, oltre 165.000 sostengono sportivamente e socialmente lo Schalke 04. A Monaco di Baviera il Bayer München ne ha oltre 295.000 e non vince solo nel calcio maschile, ma anche nel basket, nel volley e nel calcio femminile. Il Bayer Leverkusen, associazione del dopolavoro della Bayer, è fortissimo anche nell’atletica leggera. Il Sankt Pauli, che gioca nella seconda Liga, ne ha 31.000. E in Italia invece? 

Cosa fa ora per il Sankt Pauli?

Innanzitutto sono rimasto un grande tifoso e collaboro ancora con la società. Con alcuni sostenitori italiani di Amburgo e altri dall’Italia abbiamo fondato a gennaio dell’anno scorso un’associazione che riprendesse i valori dell’inclusione e della tolleranza propri del Sankt Pauli, le Brigate Garibaldi. Il nome di Garibaldi ce lo ha suggerito il figlio di dodici anni di uno dei fondatori e noi “grandi” abbiamo deciso di ispirarci alle brigate partigiane. Il Sankt Pauli ci ha subito riconosciuto come fan club. Abbiamo allacciato contatti con tantissime associazioni sportive europee (sessanta solo in Italia) che condividono i valori sociali e politici del Sankt Pauli. In Germania collaboriamo tra gli altri con il Babelsberg di Potsdam, il Carl Zeiss di Jena e l’Altona 93 ad Amburgo.

Come ha reagito al diffondersi dell’epidemia di COVID 19 in Italia?

Temendo che in Italia l’epidemia si scatenasse con particolare violenza, come poi è successo, noi delle Brigate Garibaldi ci siamo messi insieme ad altre importanti associazioni italiane di Amburgo, lo Juve Club e il circolo sardo Su Nuraghe. Con una richiesta ufficiale delle Croce rossa italiana abbiamo contattato tantissime industrie farmaceutiche tedesche chiedendo di mandare agli ospedali italiani forniture di materiali che allora già scarseggiavano e dopo molti no e qualche forse abbiamo cominciato a ricevere i sì. È partito per l’Italia più di un milione di euro di materiale medico-sanitario. Per noi è stato come vincere la Coppa del mondo!