Intervista a Moreno Torricelli

La favola di un calciatore, il falegname approdato alla Juventus.

«Sono diventato l’uomo che sono grazie a tutte le persone che ho incontrato nella mia strada. Gli sport di squadra sono una scuola di vita».

Vinse lo scudetto, la Coppa Italia, la Champions League, la Coppa Intercontinentale, la Supercoppa italiana e la Supercoppa UEFA. Inarrestabile, un fiume in piena che non conosce argini né rive. La favola di Moreno Torricelli è più bella delle classiche che conosciamo, non è il principe di Cenerentola, Biancaneve, non è il cacciatore di Cappuccetto Rosso, non è l’eroe che salva il mondo. Torricelli è un uomo “normale”, con una vita “semplice”, nato in un paesino, Inverigo, di poco più di nove mila abitanti in provincia di Como. Eppure diventa quel riferimento per ogni ragazzino innamorato della palla nel gioco più popolare del pianeta, il calcio.  Lo abbiamo intervistato a fine pandemia per i lettori di Condivisione democratica.

“Legnamè” lo chiamava Trapattoni e “Geppetto” Roberto Baggio, Moreno Torricelli è stato uno dei più forti laterali degli ultimi trent’anni di calcio italiano. La vittoria ai rigori con l’Ajax è la vetta più alta della sua carriera, aveva 26 anni e sapeva contenere l’avversario e spingere come un forsennato. “A detta di molti sono stato il migliore in campo. Ho giocato la gara perfetta in una delle vittorie più importanti della Juve”. Se pensiamo che solo quattro anni prima della coppa, Moreno Torricelli giocava in serie D con la Caratese e lavorava in un mobilificio di Carate Brianza, allora possiamo credere che ogni sogno, anche il più grande, può essere realizzato, ed è per questo che la storia di Moreno Torricelli è una favola da raccontare ad ogni bambino. Grinta, esuberanza, determinazione e coraggio, sono tratti fin troppo evidenti che non sfuggono a Trapattoni che lo vorrà ancora con sé nel 1998 nella Fiorentina. Un grande uomo che oltre a rivelarsi uno straordinario giocatore e compagno di squadra, ha saputo essere anche un grande padre, dopo la tragica scomparsa della moglie nel 2010: “Tre ragazzi in gamba, i miei figli, la mia forza. Ho voluto concentrare tutta la mia attenzione su di loro. Questo ha rappresentato una grande spinta anche per me. La vita ti dà, ma la vita sa anche metterti davanti a decisioni che non si possono né rifiutare, né modificare. Bisogna affrontare tutto e andare avanti”.

La sua storia somiglia ad un sogno completamente realizzato. Quando ha cominciato a vivere questo sogno? 

Come tutti i bambini che giocano a calcio il sogno è sempre lo stesso, emulare le gesta dei propri idoli.  Così è stato anche per me, un sogno rinchiuso completamente in un mondo immaginario inizialmente, tanto da comprare le magliette dei miei campioni preferiti per cercare di immedesimarmi in loro. Forse, in qualche modo, per cercare di avvicinare un po’ quel sogno alla realtà. 

Ho iniziato a giocare all’età di nove anni e nel corso del tempo mi accorgevo di diventare sempre più bravo, iniziavo ad avere dei riscontri tangibili, le squadre più forti mi invitavano a farne parte, i complimenti da parte delle persone che mi erano vicine, la naturalezza con cui raggiungevo i traguardi. Questi riscontri sono stati fondamentali per la mia crescita, mi hanno sempre incentivato ad impegnarmi di più, a credere in me stesso. 

A 14 anni ho iniziato a lavorare, mi è sempre piaciuta l’idea di essere indipendente economicamente, e non potendo più allenarmi durante il giorno iniziai a giocare in 1a categoria. Da un giorno all’altro entrai a far parte del mondo degli adulti. Prima categoria e promozione interregionale, otto anni ricchi di soddisfazioni, le mie prime chiamate in rappresentative regionali fino ad arrivare a giocare nella nazionale dilettanti. Essere chiamato a rappresentare l’Italia è stato uno dei momenti più significativi della mia carriera, nel mio piccolo sentivo di aver raggiunto il massimo.

Qui nacque il desiderio di provare a diventare un professionista, in realtà era già da un po’ che ci pensavo, ma l’occasione non arrivava mai.

A giugno del 1992 fui chiamato a fare delle amichevoli con la Juventus, lì iniziai veramente a credere che il sogno poteva concretizzarsi, ma anche nei migliori dei sogni non avrei mai potuto immaginare cosa sarebbe realmente accaduto. In un attimo arrivò la firma del primo contratto professionistico. La realtà ha superato la fantasia ed è stato come far parte di uno spettacolo incredibilmente straordinario.