Intervista a Moreno Torricelli

Oggi i campioni sono assistiti da un team molto articolato, psicologi, coach, formatori, i campioni della sua generazione erano forse più soli e meno preparati al successo, mentalmente e fisicamente. Secondo lei era meglio arrivare al traguardo da “autodidatta”?

Riferendomi alla mia esperienza professionale ritengo che professionisti di alto livello non abbiano bisogno di aiuti esterni, il percorso di crescita che ognuno affronta con se stesso è determinante, ci permette di capire, ragionare ed agire nel migliore dei modi, partendo comunque sempre dal presupposto che a sostegno di tutto ci debbano essere valori, principi, riferimenti fondamentali, affetti. La vita di ognuno di noi è completa quando è sana ed equilibrata, il percorso interiore deve essere vissuto con consapevolezza e profondità. Non si può prescindere da una serie di presupposti che se dovessero mancare renderebbero talmente duro ogni tipo di cammino e non sempre raggiungibile la meta. Un campione è pur sempre un essere umano, condizionato da moltissimi elementi esterni, imparare a mantenere lucidità e concentrazione è il primo obiettivo, poi l’esperienza, le cadute, gli errori, le vittorie. Il tempo e la maturità danno un occhio completamente diverso. Devi credere prima di tutto in te stesso e nel tuo sogno. Devi lavorare duro. Nessun consulente, psicologo, formatore, potrà mai fare questo al posto tuo, la base te la devi costruire da solo, se parti bene arrivi dove vuoi.

Alcuni grandi campioni a fine attività hanno rivelato aspetti inimmaginabili: ossessioni, paure, stanchezza, stress. Si può essere il numero uno e non essere felice?

Mi diventa difficile pensare che un numero uno possa essere infelice, se non per motivi al di fuori di quelli professionali. Stiamo parlando fondamentalmente di un gioco, sei arrivato al top, non è assolutamente facile arrivare a quei livelli e restare a quei livelli, una persona infelice non potrebbe farcela a sostenere quelle tensioni. L’infelicità è nemica di ogni cosa e rende complicato concretizzare, ad un livello così alto poi lo vedo come un ostacolo insormontabile. Se sei infelice devi fare di tutto per “guarire”, lo devi a te stesso ed a chi ti sta vicino. 

Cosa significa per un campione non essere più in campo, non dovere più lottare per affermarsi, essere una persona “normale”?

I campioni sono persone normali, anche quando sono campioni e non solo ex, ognuno con il proprio carattere e la propria personalità. Ad un certo punto della vita bisogna prendere atto e consapevolezza che è necessario cambiare mestiere, non è sempre facile per tutti accettare la nuova situazione che si prospetta, fuori dal campo e dagli spogliatoi. Io ho preso questa decisione con serenità. Una nuova sfida. E non credo che chi smette di giocare non debba più lottare per affermarsi, anzi, è proprio in quel momento che inizia la vera lotta. Ti devi reinventare, devi capire cosa vuoi fare da grande, devi ricominciare tutto daccapo come un bambino quando muove i primi passi, quante volte deve cadere per imparare a rimanere dritto in piedi, ben ancorato al terreno, stabile e forte. Non tutti hanno la possibilità di ripartire subito ed a volte quell’attesa può essere pesante e difficile da gestire.

Come ha vissuto questo drammatico momento legato al coronavirus che ha paralizzato quasi tutto il mondo?

È stato molto complicato per me restare a casa, per tutti credo. Di punto in bianco abbiamo dovuto cambiare le nostre abitudini, è stata veramente dura. Non vedere l’avversario, non conoscerlo, non avere certezze su come affrontarlo o su come difendersi, mi ha fatto veramente molta paura inizialmente. Poi adottando tutte le precauzioni che il caso richiedeva, sono ritornato alla normalità. Per otto anni avevo svolto un lavoro che mi piaceva moltissimo, che adoro tutt’ora, il falegname. In questi tre mesi ho fatto di tutto, finestre, persiane, ho colorato balconi, una grande fatica ma tanta gratificazione. E non ho ancora finito.

Cosa vedono i giovani in voi campioni? Un riferimento, una realizzazione, un sogno o un’illusione?

C’è molta attenzione da parte dei giovani nei confronti di uno sportivo della mia generazione, in primis perché non ti conoscono, molti di loro non erano neppure nati, ma grazie ad internet i ragazzi oggi possono documentarsi attingendo ad una infinità di informazioni ed il semplice fatto di riuscire ad incuriosirli è motivo di orgoglio e vanto. È una generazione con molti problemi, la vita è cambiata moltissimo e non sempre in meglio. Il fatto che abbiano “tanto” a disposizione non significa sempre che riescano ad attingervi o che sia per loro a portata di mano o che possano permetterselo. Crescono anche con tanti conflitti e frustrazioni. Bisogna sostenerli, fargli capire che possono contare su di noi per qualsiasi cosa, non dobbiamo lasciarli soli, il potenziale è grande ed è nostro preciso compito che non vada sprecato. Tra le varie attività che svolgo in questo momento della mia vita c’è anche il mio impegno nelle scuole per comunicare con i ragazzi non solo la mia esperienza personale, ma una serie di stimoli, consigli, messaggi che vorrei facessero propri adattandoli alla loro personalità ed al loro carattere, oltre che al loro vissuto personale. Il messaggio che vorrei far passare ai ragazzi è quello di essere curiosi della vita, di non aver paura di prendere decisioni e di cullare quel sogno che li porti a vivere delle proprie passioni.

A cosa ha dovuto rinunciare per diventare un campione?Non ho mai pensato di aver fatto dei sacrifici per diventare un giocatore. Come tutti nella vita anche io ho fatto delle rinunce o meglio delle scelte. Bisogna sapere cosa coltivare e cosa lasciare andare. Forse questo concetto non è molto chiaro alle nuove generazioni che spesso disperdono le loro energie. D’altronde non si può pensare di poter fare tutto ottenendo il massimo. Per centrare l’obiettivo bisogna avere disciplina, costanza nell’impegno e dedizione assoluta