Intervista a Stefano Bordon

La perseveranza. Da “trequarti centro” del Rugby Rovigo a mental coach. Storia di un campione che “avanza”

“Uno dei principi fondamentali del rugby è “avanzare” ed io ho fatto di questo principio la mia filosofia di vita, il mental coaching è la capacità di valorizzare il talento, individuare gli strumenti per svilupparlo e la consapevolezza che gli obiettivi, con il giusto lavoro, si raggiungono”. Ho scelto di partire dalla fine per raccontare la storia di Stefano Bordon per ricostruire a ritroso una delle carriere più belle che si possano immaginare o sognare. Ho frugato nelle sue “cose” per trovare la radice di così tanta forza, determinazione e passione, perché lui è sì un fiume in piena, ma disarma la naturalezza con cui cerca di spiegare gli avvenimenti giganteschi che hanno caratterizzato la sua carriera. La metafora del leone, attraverso la quale parla ai suoi ragazzi in veste di mental coach, insegnante, allenatore, formatore è delicata “il leone quando caccia fallisce dalle 7 alle 10 volte, prima di catturare la sua preda. L’85% della sua vita è un fallimento, eppure è lui il re, perché persevera”.

La storia di Stefano Bordon è una storia da “studiare” non solamente da raccontare. È una vita che fa venire voglia di vivere. Una esperienza che emoziona, appassiona e cura questo “mal di vivere” che i giovani d’oggi sperimentano per sopravvivere. Un grande campione, giocatore di rugby: dodici anni con la casacca rossoblu del Rugby Rovigo, ha fatto parte di quella squadra d’oro che conquistò i gloriosi scudetti nel 1988 e 1990, sette anni con la nazionale, campione d’Europa nel 1997.  Stefano Bordon, fece parte della nazionale che ottenne i risultati più prestigiosi dell’epoca immediatamente precedente all’ingresso dell’Italia nel Sei Nazioni, il più importante torneo internazionale di rugby a 15 dell’Emisfero Nord.

A soli otto anni è già sul campo, ma questa storia facciamola raccontare direttamente a lui, con le sue parole che non hanno perso la grinta, la forza e la passione degli anni d’oro. 

Come si fa ad avere già le idee così chiare a soli otto anni?

Consideri che a distanza di oltre quarant’anni pago ancora l’aperitivo al mio amico Paolo ogni volta che lo incontro. Fu lui, un ragazzino che faceva parte della banda delle vie (una via parallela alla mia) che un giorno mi fermò e mi invitò ad andare a giocare a rugby il giorno stesso, perché secondo lui “io ero forte”. Attraversava la via dove io abitavo ogni giorno di corsa per andare a mangiare dalla nonna, ogni volta che lo vedevo passare correndo lo inseguivo. Quel giorno si fermò e mi chiese perché lo inseguivo, io risposi semplicemente “tu corri ed io ti inseguo”. Ho iniziato così a giocare, ero predisposto al fatto di stare in campo, sulla terra, a non sentire dolore, al contatto fisico, il rugby era per me congeniale. Sono l’ultimo di cinque figli, ne prendevo di botte dai fratelli più grandi, ero “abituato”. Un giorno nel 1978 arrivano gli All Blacks allo stadio Battaglini di Rovigo per la prima volta contro l’Italia, la mia squadra giocò prima del loro ingresso per intrattenere il pubblico, poi rimanemmo in campo come raccattapalle. Raccogliendo una palla alzai lo sguardo e pensai “Voglio arrivare in nazionale e giocare contro gli All Blacks”. È stato l’obiettivo principale di tutta la mia vita.