Intervista a Stefano Bordon

Di cosa si è occupato dove aver smesso di giocare?

Per vent’anni ho fatto l’allenatore. Mi sono laureato in scienze motorie, ho conseguito un master in psicologia dello sport a Milano ed un master in management sportivo a Roma. Ho frequentato un corso per mental coach e collaboro per le giornate di formazione (teambuilding). Come le dicevo quest’anno è stato il mio primo da insegnante di educazione fisica. Ho cercato di alimentare tutte quelle caratteristiche della mia persona che sentivo di aver sviluppato moltissimo nel corso degli anni, l’empatia, il dialogo, il confronto, era qualcosa che serviva a me ed agli altri, bisogna saper condividere ciò che si ha di buono, è un’ottima pratica per qualificare meglio se stessi e gli altri. Non ho mai emesso giudizi, non servono, ciò di cui abbiamo bisogno tutti è “fare squadra ed essere gruppo. 

Nel corso della sua vita avrà fatto molte analisi su e di sé stesso. Ha trovato l’origine, la radice di tutta questa forza e perseveranza?

È difficile dare una spiegazione assoluta. Ho sempre avuto la consapevolezza di essere competitivo, forte. A 15 anni sono arrivato in nazionale, ero il capitano, più ottenevo risultati più tutto diventava semplice. Ho bruciato tutte le tappe. A 17 anni giocavo nel Rovigo, a 20 vinco il primo scudetto. Ero spinto dalla prestazione, dagli impegni, dal sostegno del gruppo, dal senso di appartenenza, tutte caratteristiche che ti aiutano ad ottenere il risultato. La mia è stata una carriera costellata di risultati, ero un giocatore molto aggressivo, competitivo, la sfida era un motore potentissimo. Ho avuto tantissimi infortuni, episodi durissimi, e le assicuro che quando sei infortunato nessuno ti si avvicina, perché non sei utile e non servi. Ho dovuto fare leva sulla forza interiore che nel corso degli anni ho potenziato con un lavoro molto stimolante ma anche molto duro. Ogni volta il recupero rappresentava un impegno incredibile. Ogni infortunio porta con sé un cambiamento, non soltanto fisico, tu sei consapevole che non tornerai uguale a prima e nessuno ti garantisce un rientro allo stesso livello. Io ho sempre pensato che era solo questione di tempo e mi sarei ripreso quello che era mio, ciò che mi apparteneva. Non ho mai avuto pensieri negativi, la determinazione di tornare a prendermi quello che mi spettava era sempre più forte. Le racconto un episodio. A 21 anni ero in nazionale under 21 e facevo le mie prime apparizioni nella nazionale maggiore, tutti mi vedevano come un giocatore che poteva ambire a giocare in prima squadra, in nazionale maggiore.  Accade qualcosa di veramente strano, ero ad un passo dal fare il salto, l’allenatore decide che i giocatori del mio ruolo devono essere alti almeno 1,90, io ero alto 1,84, non rientravo più nei parametri, mi vedevo improvvisamente chiusa la porta, finiva quel sogno per cui avevo lavorato fino a quel momento sin da bambino. A quel punto ho preso una decisione difficilissima, ho deciso di rielaborare tutto ed ho cambiato ruolo. Nel rugby esistono due reparti, uno molto fisico ed uno di velocità, io appartenevo al primo e sono dovuto passare al secondo. Ero il più tecnico del reparto degli avanti, andai nel reparto dei trequarti, molto più veloci e diventai così un “giocatore atipico” per il rugby ma ottenni quello che volevo. È stato un lavoro mentale immane, ho dovuto convincere me stesso che potevo essere completamente diverso da ciò che ero stato fino a quel momento. Anche la parte tecnica fu un lavoro immane ed in un anno e mezzo ottenni la convocazione nazionale in prima squadra, era il 1991 e giocai la prima partita contro la Romania. 

Come risolve le sue paure?

“Affrontandole. Ho anche io, come tutti, paure molto forti. Ad esempio soffro di vertigini, ma ugualmente vado in montagna e affronto la mia paura facendo cose che al solo pensarci mi prende male. Ma ho compreso che se affronto i miei limiti da solo allora ho paura, se li affronto insieme ad altre persone perdo di vista la paura stessa perché mi preoccupo degli altri “dimenticandomi” di me, mettendomi da parte”.

Com’era suo padre?

Un tipo molto riservato, mi ha seguito moltissimo, mi incitava in campo, ma non ha mai fatto un commento positivo. Ricordo la finale di Roma nel 1988, avevo vent’anni. Mio padre era gravemente malato, in fase terminale per un cancro ai polmoni. Morì 40 giorni dopo. In quella partita mi fu chiesto di cambiare ruolo, non era in programma ma fu una necessità della squadra. Sono entrato in campo in un ruolo non mio, non avevo la padronanza ma fiducia in me stesso e nei miei compagni. Mi trovavo davanti a 5mila persone, tutta la mia città mi guardava in TV, con un’ansia non da poco. Mio padre decise di venirmi a vedere nonostante le sue condizioni di salute gravissime. Stavamo perdendo ed era l’ultima possibilità per mio padre di vedermi vincere. Quando mancavano otto minuti il punteggio era 9 a 7 per noi, sono stati i minuti più lunghi e difficili di tutta la mia vita. Ho giocato con l’acqua alla gola, dovevo dare l’ultima soddisfazione a mio padre e vincere in un ruolo non mio. Capisci in quei momenti che le cose che condizionano la vita di una persona sono veramente tante e a volte si tratta di cose non da poco. Non ne parlai mai, solo vent’anni dopo raccontai quanto era accaduto.