Intervista a Stefano Bordon

Quelli della Sua generazione hanno avuto una formazione completamente diversa dai giovani campioni di oggi, a volte troppo coccolati e viziati. Eravate una generazione di autodidatti.

È vero, ma quello che mancava ce lo andavamo a cercare. Non era come oggi. Quando avevo necessità di particolari informazioni o particolare preparazione andavo dal preparatore atletico e mi attivavo per capire tutto ciò che mi mancava per colmare bisogni e necessità. Cercavo di migliorare anche praticando altri sport, come la boxe. Lavoravo in palestra e mi ispiravo ad altri campi, oggi tutto questo è normale, ma prima non lo era. Lo facevo anche per non essere sempre monotono e per mettermi in gioco su diversi livelli e piani formativi. 

La maggior parte della mia generazione era “autodidatta”, non c’erano i mental coach e tutto ciò che c’era da imparare lo apprendevi sul campo e con l’esperienza. I giovani atleti di oggi svolgono il lavoro che viene loro assegnato, danno il massimo e se non ottengono risultati ottimali dicono a sé stessi “se perdo non è colpa mia, io ho fatto il massimo, ho fatto quello che mi è stato chiesto”, così facendo non ci mettono nulla di loro e non fanno la differenza. Bisogna mettersi alla guida di una macchina perfetta, con un ottimo motore, tecnicamente ineccepibile e potente, con una propria identità. Noi non avevamo “una macchina” uguale a squadre come Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa, noi non eravamo come loro, ma giocavamo alla pari con loro, non perché avevamo la stessa macchina, ma perché avevamo una parte mentale talmente forte che ci permetteva di stare alla pari. Noi volevamo raggiungere il risultato con una motivazione fortissima proprio perché ci rendevamo conto di partire da un livello diverso, questo ci permetteva di essere competitivi”

Come si sente un campione?

Un campione non si sente mai un campione si sente una persona fortunata. Io mi vedevo normale, con caratteristiche utili alla mia squadra. Non mi sono mai sentito un campione, ma un giocatore fortunato che ha fatto parte di un gruppo forte che ha conseguito risultati importanti. Il nostro è uno sport in cui è difficile dire che la vittoria sia stata merito di un giocatore piuttosto che di un altro, nel gruppo si deve creare un’alchimia che deve arrivare da tutto l’ambiente, una combinazione di tutto il lavoro di un buon allenatore. Tutto questo fa fare passi importanti. 

Molti campioni a fine carriera hanno scritto biografie rivelando situazioni di grande contrasto: ossessioni, paure, incertezze, ansie. Si può essere il numero uno ed essere infelice?

La felicità non dipende dall’ambiente in cui vivi, ma da come vivi in quell’ambiente. Se non hai imparato a gestire i momenti difficili, vivi costantemente sotto stress, ti senti stanco, sotto pressione, è chiaro che finisci col fare errori, il rendimento subisce un calo o un arresto, perdi la concentrazione, gli obiettivi e ti perdi. Quando raggiungi livelli molto alti è facile avere una tendenza a rilassarsi, ma questo solitamente accade quando perdi la motivazione e soprattutto quando non ti diverti più a fare ciò che fai. Bisogna essere moderati a qualsiasi livello. Con la mia nazionale ho raggiunto il traguardo di andare al Sei nazioni, ma quando si è trattato di andare a vedere la partita io non ho avuto pretese, mi sono messo in fila come tutti gli altri ed ho comprato il biglietto. E’ talmente veloce tutto ciò che accade, la gente vive le emozioni che gli dai e poi dimentica. La federazione ha raccolto i frutti di tutto ciò che noi abbiamo costruito, io mi sono guadagnato sul campo tutto ciò che ho avuto. Ma va bene così. Bisogna fare e dimostrare quanto si vale, senza avere troppe pretese, la vita sa essere molto generosa ma anche molto avara.

Come vede la ripresa del rugby dopo il coronavirus?

L’arresto era inevitabile, soprattutto per uno sport come il rugby, uno sport di contatto. Penso che siano state fatte le scelte giuste, la salute prima di ogni altro aspetto. Chiaramente l’opinione pubblica è stata durissima, limitare la libertà delle persone non è una scelta di consensi, ma era necessario. Non so quando sarà possibile la ripresa del campionato, si parla di settembre/ottobre ma andrà valutata la situazione. Il calcio riprenderà e recupererà, per tutti gli altri sport purtroppo le difficoltà saranno tantissime, sarà tutto in salita ed alcuni danni lasceranno il segno per i prossimi anni.