Intervista a Stefano Bordon

Come vede il rugby oggi?

Purtroppo non bene, la situazione è tutt’altro che rosea. Si è pensato che lavorando al vertice con il traino della nazionale e di due super club che partecipano al Guinness pro 14 si potesse andare avanti senza allargare la base, ma visti i risultati è stato un insuccesso negli ultimi dieci/quindici anni. Bisogna rivalutare il campionato italiano. Non dimentichiamoci che la federazione rugby è seconda solo a quella del calcio, quindi le risorse economiche non mancano. Sono 4 anni che l’Italia non vince una partita del Sei nazioni, le prestazioni non sono buone ma la federazione non sembra voler cambiare la sua politica. Non abbiamo una identità nazionale, faremo sempre più fatica a crescere, anzi siamo tornati indietro rispetto al periodo in cui abbiamo portato il rugby ad un grande livello. Ci salva il fatto che siamo un paese importante dal punto di vista economico e c’è l’interesse anche degli altri paesi a tenerci all’intero del Sei nazioni.

Come sono stati i suoi anni da allenatore?

Buoni, speravo di raggiungere i vertici molto più velocemente, ma ho avuto ugualmente tante soddisfazioni. A differenza del giocatore, all’allenatore non bastano solo le qualità che possiede. Mentre in campo vali per quello che sei, come allenatore hai bisogno non solo delle tue capacità ma di uno staff ed una società che ti dia fiducia, sostegno. Non è semplice, soprattutto per una persona come me, diretta, anche troppo. È difficile andare d’accordo con tutti in una situazione in cui creare degli equilibri stabili e duraturi è impresa ardua. Solitamente si cercano per questo ruolo persone più malleabili, diplomatiche. Io ho capito che nello sport la diplomazia non paga e non da risultati. Io sono più preoccupato degli obiettivi che dei modi e mi auguro che un giorno la gente dia più valore al lavoro che ai modi.

Quali sacrifici ha dovuto sopportare per essere un campione?

Io non ho mai compreso le persone che parlano di sacrifici facendo il lavoro che si sono scelti e che amano. Io non ho mai pensato fosse un sacrificio tutto ciò che facevo e affrontavo. Avrei fatto comunque quello che ho fatto indipendentemente da quelli che tutti chiamano “sacrifici” e che per me non lo sono mai stati. Io le chiamo scelte. Sono contento di come sono, sono così perché ho vissuto come ho voluto e rifarei tutto quello che ho fatto”

Qual è il suo prossimo obiettivo?

Sicuramente continuare con la formazione, dare il meglio, allenare, provare a fare cose nuove. Mi piacerebbe contribuire a cambiare quello che è l’andamento attuale del rugby italiano. Ci ho provato ma ho sempre fatto parte di chi non è mai stato eletto, facevo sempre parte della “parte” sbagliata. Bisogna stare molto attenti quando si sceglie con chi scendere in campo. Io i risultati li ho ottenuti perché facevo parte di una squadra con cui sarei sceso anche in guerra e so per certo che i miei compagni avrebbero fatto lo stesso. Questo spirito e stato d’animo fa la differenza, il resto è inevitabilmente votato al fallimento.

Lei è felice?

Felice è una parola grossa. Se le sfide mi rendono felice, così come credo e così come è stato fino ad oggi, e siccome mi trovo a vivere tante sfide, allora posso dire di essere felice