Intervista a Vincenzo De Bartolomeo

Vincenzo De Bartolomeo è Componente del Consiglio Nazionale della Federazione Italiana Scherma, dal 2008.

Il suo impegno di Dirigente sportivo nasce nel 2000, dove ricopre l’incarico di Presidente Comitato Regionale del Lazio FIS, curando, contemporaneamente il Coordinamento dei Comitati Regionali su incarico del nazionale. 

Ha organizzato quattro prove di Coppa del Mondo di Spada femminile e da oltre dieci anni cura la realizzazione di un trofeo internazionale Under 23.

Dal 2018 è componente del Comitato Esecutivo della Confederazione di Scherma del Mediterraneo.

E’ Medaglia d’Argento al merito sportivo.

Sig. De Bartolomeo, desideriamo conoscere innanzitutto dai nostri ospiti il proprio stato d’animo rispetto ai drammatici giorni che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo, seppur nutriti di maggiore speranza. Ci può descrivere le Sue sensazioni?

Sicuramente incredulità. In un primo periodo non riuscivo a capacitarmi che un virus stesse mettendo in ginocchio l’intera umanità e mi sembrava di vivere in un film di fantascienza. 

Ci sono state varie fasi: come molti ho vissuto la prima un po’ più” spensierata” dei balconi cantanti e coinvolgenti e la curiosità verso lo smart working (anche se ne ho usufruito pochissimo) come una sorta di sperimentazione professionale che mi consentiva di conciliare i tempi del lavoro con quelli degli interessi personali che, prima del COVID, erano assorbiti dalla vita stressante di tutti i giorni. 

Immediatamente dopo, c’è stata la preoccupazione che cresceva di giorno in giorno, la consapevolezza del dramma che si stava consumando intorno a me – sanitario portatore di tantissimi lutti e quello della disoccupazione per la chiusura delle attività– il senso di precarietà e di incertezza che ci avvolgeva, l’interruzione dei rapporti personali e familiari. 

A questo aggiungo l’ansia paterna vissuta – 24 ore al giorno- avendo una figlia che vive a Milano e la consapevolezza della mia impotenza nel caso di bisogno.

Cosa dire oggi? Non bisogna abbassare la guardia ma soprattutto impegnarci a capire cosa questo virus ci ha dimostrato, cioè che siamo molto più fragili di quello che crediamo di essere e che alcune grida di allarme non erano soltanto spot ma il richiamo a ricordarci che in questo mondo siamo come degli ospiti in una casa presa in prestito.

Lei è uomo di sport. Questo mondo, nella sua complessità e globalità, quanto ha accusato il colpo?

Il mondo dello sport ha accusato il colpo come tutti gli altri mondi. A parte l’aspetto più prettamente sportivo legato alla competizione e quindi al risultato che è la principale motivazione che stimola chi fa sport, l’ambiente sportivo ha vissuto il dramma sociale dei tanti posti di lavoro che si andavano perdendo. Posti di lavoro occupati in prevalenza da giovani che nell’arco di qualche giorno si sono trovati disoccupati e con l’incertezza del domani. Devo dire che, con grande soddisfazione, ho visto svilupparsi iniziative che, sfruttando le possibilità offerte dalla tecnologia, sono riuscite a superare la mancanza del luogo (la palestra) con le lezioni on-line che tenevano impegnati i tanti appassionati che non volevano arrendersi alle difficoltà.

Questo è stato un encomiabile tentativo di aggrapparsi al proprio lavoro e di contrastare la preoccupazione legata all’incertezza di una ripresa che tardava a venire. Anche in questo caso, la crisi ha fatto conoscere un mondo sommerso che dà “da mangiare” a tantissimi lavoratori e non può essere visto solo come un ambiente popolato da sportivi di ogni livello e grado e/o gente che pratica sport per combattere la pancetta.

Mi auguro che usciti da questa crisi ci sarà un impegno politico serio mirato a studiare il mondo dello sport in tutte le sue caratteristiche.