La “Riapertura”

Bene, e adesso?
E’ tutto ben definito, Fase 1 “Lockdown totale”, Fase 2 “Riapertura minima”, Fase 2 bis “Riapertura avanzata”, Fase 3 “Riapertura (quasi) totale”.
Tecnicamente non fa una piega, è tutto molto facile, gli step sono chiari e definiti: si conduce una vita, soddisfacente o meno che sia, ci si chiude in casa per due mesi e poi si riparte con la vita che si conduceva prima.
In fondo due mesi chiusi in casa cosa saranno mai?! Eppure….

E’ successo tutto così velocemente che siamo rimasti senza parole, direi addirittura impietriti, in questi due mesi mi sono confrontata molto con il mondo esterno per la necessità di capire se solo io provavo questa stana sensazione, nuova e stupefacente.
Il confronto mi ha consolata, ho avuto riscontro alle mie riflessioni.

Ogni esperienza che sentivo raccontarmi era diversa ma il filo comune era sicuramente lo stupore, la chiusura, il disagio.
Il Lockdown non è stato uguale per tutti, ci sono stati degli elementi fondamentali che hanno distinto le varie situazione, chi vive in un appartamento in città ha vissuto la cosa diversamente da chi vive in una casa con giardino in un paese piccolo, l’impatto del silenzio che è sceso ovunque è differente, in città si percepisce di più.
Chi vive nelle zone più colpite dal virus sicuramente ha vissuto la cosa in maniera più allarmata rispetto a che ha passato il Lockdown in altre zone.
Per gli iperattivi la sofferenza è stata maggiore rispetto a chi ama stare in casa, magari sdraiato sul divano.
Pure i flashmob sono stati vissuti da tutti noi in maniera differente, apprezzati o meno, chi li riteneva inutili e irrispettosi e chi invece li trovava uno strumento di solidarietà, fratellanza, unione, certo è che poi nel tempo, e pure velocemente, sono cessati ovunque.
Ma la vera cosa che ha distinto le varie situazioni penso sia stata la condizione, vivere soli per due mesi non è come vivere in compagnia, poi su chi se la sia passata più serenamente potremmo discuterne, la risposta non è scontata.

La mia esperienza personale.
L’11 marzo è iniziato il mio Lockdown “fisico”, ho preso il PC dell’ufficio, l’ho portato a casa ed è iniziata la mia quarantena.
I primi giorni sono stati incredibili, un’agitazione incontrollabile, io abituata a stare sempre in giro, sia per necessità che per piacere, mi sono ritrovata chiusa in casa con l’ansia di dover riorganizzare da sola una quotidianità in un appartamento di 50 mq.
Stordita nei primi giorni da telefonate e videochiamate, notiziari su notiziari, flashmob canterini dai balconi, mi sono in qualche modo organizzata.
Mi ha aiutato molto osservare quello che mi sta attorno, ho osservato l’appartamento in cui vivo come fosse la prima volta, la disposizione degli oggetti, dei mobili, i colori, il mio maniacale ordine e ho scoperto per tutto sommato come prigione non era per niente male.
Ho scoperto il piacere di vivere la terrazza condominiale, che prima utilizzavo d’estate solo per stendere il bucato; è diventata la mia casa “all’aria aperta”, il mio rifugio di meditazione, lì ho pianto, letto, sperato, respirato e osservato la vita degli altri “segretati” nelle loro terrazze, chi leggeva, chi cullava il figlio, chi correva come un criceto nella ruota.

La situazione mi è sembrata surreale, così come lo era il silenzio nel condominio e fuori, in strada, tutto attorno a me, surreale era andare a fare la spesa così come lo era prendere i mezzi vuoti per raggiungere la sede dell’associazione dove ho svolto dei servizi di volontariato come Protezione Civile, surreale il rapporto con i vicini di casa, surreale era tutto ma proprio tutto.
I giorni passavano e mi rendevo conto che mi stavo abituando, lavorare in smart working, cucinare, due o tre servizi alla settimana, stare in terrazza, guardare film quasi ogni sera e farmi una camminata in tardo pomeriggio, rispettando i limiti di “evasione” con quell’ansia di essere fermata che solo i latitanti provano.
I flashmob dai balconi un po’ alla volta, e per fortuna, sono cessati, nessuno più aveva voglia di cantare e applaudire, il silenzio era costante, il giorno come la notte.
Se potessi paragonare quello che provavo ad una sensazione fisica potrei dire che era come passare continuamente dal caldo al freddo, dal torpore all’adrenalina, dall’apatia all’iperattività.
Vivere da sola ma non essere sola, sentire l’affetto di persone importanti e il freddo della solitudine, consolare gli altri ed essere consolata.

Ho pensato molto in quei due mesi a chi è recluso, il paragone ovviamente è metaforico ma mi sono immedesimata nelle sensazioni che si può provare in una condizione così, di come è facile minimizzare certe condizioni di vita “beh gli è andata bene, in fondo è agli arresti domiciliari”. Privazione della libertà.
Che sensazione si può provare quando finalmente arriva il giorno di scarcerazione? Nell’immaginario ovviamente si immagina la fine di una pena e quindi la rinascita, e sicuramente ci sta, ma nella realtà che sensazione si prova a dover riaffrontare il mondo esterno?
Io ho provato questa sensazione il 4 maggio, inizio Fase 2, mi sono sentita completamente spaesata, piena di paure, mi sono resa conto di come ci si abitua presto a stare in una condizione protetta anche se restrittiva.
Paura a dover riaffrontare quello che c’è fuori e non tanto per il rischio contagio ma piuttosto per l’impatto emotivo, per il timore di perdere quei pensieri e sensazioni provati in quei due mesi, per paura di provare i sensi di colpa per non aver fatto certe cose che avrei dovuto fare, l’ansia di deludere le aspettative.

Ormai siamo nella Fase 3 da una settimana e mi rendo conto di essere ancora in Lockdown “mentale”, lavoro ancora da casa ma la porta della cella ora è aperta e io la guardo con timore, sento che ancora non riesco a tuffarmi nella vita di prima, che poi di fatto non è nemmeno più la stessa perché è una vita diversa, una vita “ibrida” carente e arricchita allo stesso tempo, passo ancora molto tempo da sola e nel mio appartamento, non riesco a perdere certe abitudini.

Sono le 19,50, mi preparo e vado a farmi una camminata, all’orario del latitante, e anche se mi allontanerò da casa oltre i 200 metri nella mia testa ancora c’è la limitazione.

Solo una cosa: mi manca quel silenzio che all’inizio mi spaventava.