L’incontro con Gianni Meccia

Fu un grande piacere ritrovare anche Gianni Meccia. Per me era stato un autore sublime e aveva scritto moltissime canzoni di ottima fattura, per altri suoi colleghi cantanti. Il fatto poi che si sentisse (penso giustamente) il portatore della coniazione dell’appellativo di ‘cantautore’ mi interessava tantissimo. Un altro di quei personaggi con i quali telefonicamente scambiavo di tanto in tanto delle magnifiche chiacchierate a sfondo musicale. L’intervista che state per leggere risale ai primi del 1994. Sentite un po’ !

– Gianni, il mio pensiero è che tu, insieme a Modugno, Bindi, Paoli, Mina, Dallara e compagnia bella, sia stato uno di quei capostipiti che tra i ’50 e i ’60 diedero una sterzata quasi vitale alla musica italiana di quel periodo. Cosa ricordi in generale di quel nugolo di amici?

– In sintesi ricordo questo: io chiaramente, venendo da un clima musicale che appunto rispecchiava le mie attitudini, mi sentivo come un pesce fuor d’acqua, per cui ero molto dubbioso se pensavo ad una mia eventuale carriera in questo campo; ero estremamente cauto e mi muovevo con assoluta circospezione; non avevo affatto fiducia in queste capacità, anche perché negli anni cinquanta andavano ancora di moda i cantanti tradizionali, quelli all’italiana, come i Consolini, i Villa, Carla Boni. In questo senso io non sono catalogabile; sono stato semplicemente un interprete e un autore che cantava a proprio modo le proprie canzoni. 

– Detto questo, c’è da rimarcare che invece molti appassionati nel tempo hanno riconosciuto proprio Meccia e gli altri amici come veri cantanti, piuttosto che quegli interpreti della seria tradizione… 

– Precisiamo questo: l’autore dà delle coloriture e dei sentimenti alle cose che ha scritto che soltanto interpretandole personalmente può trasmetterle al pubblico; un cantante invece, per pur bravo che sia, forse certe sfumature non riesce a darle completamente. Questo è il motivo principale; io sono veramente modesto, però posso vantarmi di una cosa: questo neologismo ‘cantautore’ che poi è diventato così famoso, nacque proprio per me e da me, con Vincenzo Micocci che è stato un po’ il mio pigmalione. Quando  mi presentai da lui, cercai subito di spiegargli che non ero un cantante che cantava e basta; ero un cantante autore; da quel concetto il passo fu breve e venne fuori la parola ‘cantautore’. Perciò mi sento un po’ l’artefice di questa parola oggi diventata di largo uso comune. Ecco, questa è la mia figura in quel periodo. In particolare, certamente seguivo il mio istinto e scrivevo quello che dentro mi dettava il cuore, seguendo una strada personale, quasi infischiandomi di quello che erano le mode del momento: anziché scrivere per esempio C’è una chiesetta amor, io scrivevo II barattolo. E qui, suscitando spesso lo stupore e la meraviglia di molti autori un pochino più anziani che, ricordo ancora, dicevano “…ma che fa ‘sto Meccia qui, cos’è ‘sto barattolo…”.

– Il culmine di questo discorso che mi hai fatto, credo che fu raggiunto quando incidesti quel famoso brano dal titolo Odio tutte le vecchie signore che all’epoca destò un certo scalpore… 

– E’ vero. Io cantavo delle canzoni, ma non mi sentivo un interprete di canzoni ‘normali’; mi sentivo più ‘attore-interprete’ perciò l’istinto mi faceva scrivere queste cose strane che erano poi come degli sfoghi in musica; era una specie di urlo contro le tante avversità degli inizi. Adoperavo quindi la chitarra più come una clava che come uno strumento. Quando andai dal buon Micocci a fargli sentire anche queste mie cose particolari, che poi erano quelle che mi piacevano maggiormente, tra queste c’era appunto questa Odio tutte le vecchie signore, Diomira, Non bisogna mangiare i pedoni e I soldati delicati. Cose che io quindi scrissi con largo anticipo su quello che poi circa vent’anni dopo sarebbe stato per esempio il Cabaret. Sotto questo profilo fui veramente un antesignano; certo che queste canzoni, proprio per le difficoltà dell’epoca in cui furono presentate, alla fine non ebbero successo come Il pullover o Il barattolo che erano più semplici da assimilare e da accettare.

– Toglimi una curiosità: come sai, in quell’articolo che ho scritto per “Anni’60” e per la Fratelli Fabbri, ho riportato ciò che lessi su una rivista del periodo: una mezza ‘leggenda’ dove si diceva che avevi una amica così stonata alla quale facevi cantare delle canzoni in voga del momento e, dalle sue storpiature, ne traevi un’idea per un motivo nuovo. Fu un’invenzione giornalistica o qualcosa di vero ci fu realmente? 

– (grande risata, n.d.r.): Ebbene, ti dico: leggermente romanzata, però un po’ corrisponde alla verità. Ricordo questa cara persona con estrema simpatia; lei stravolgeva con le sue stonature le canzoni da farle in sostanza nuove. Per questo diventavano delle canzoni molto originali!

– Allora, leggenda per leggenda: si vocifera addirittura che una volta volevi convincere il Maestro Zivelli a trasmettere, nella sua ormai mitica trasmissione “II Discobolo”, una tua canzone… all’inverso, cioè facendola iniziare dalla fine!

– Beh, queste erano soprattutto battute che si dicevano un po’ per ridere; poi magari, passando di bocca in bocca si sono ingigantite e quasi hanno preso corpo. In sincerità però devo confidarti che sono sempre stato uno stravagante – eccentrico; questo si denota anche da come mi sono condotto artisticamente, cioè male. Sono sempre stato lontano da un certo interesse di arrivismo esasperato. Sono uno spontaneo, quando faccio una cosa, la faccio: se è buona è buona, altrimenti chi se ne importa. Nonostante, essendo del segno dei Gemelli, c’è sempre l’altro Gianni Meccia che mi rimprovera, che mi sprona. Lo sento dire “..ma come, uno che è partito come te, hai buttato via una carriera, potevi fare molto di più... “. L’altro invece mi dice “…ma no, stai benissimo così, non sei stressato, non sei pieno di acredine per quello che magari poteva essere e non è stato…”. E quindi sono contento così. Sono un grande amante della natura, mi piace viaggiare, la routine mi uccide. Questa mia passione mi ha sempre aiutato, anche negli anni settanta, quando ottenni grosse soddisfazioni nel campo discografico, una decina di anni dopo ho dovuto per forza di cose cambiare ancora, poiché anche quello era diventato un lavoro in verità assai poco creativo e invece molto ripetitivo. Per fortuna nacque un’altra cosa, nacquero i Superquattro, un’altra avventura musicale.