L’incontro con Gianni Meccia

– Volevo porti un’altra domanda, che a tutti gli appassionati piace fare agli artisti, ma che generalmente riceve una risposta alquanto vaga. Si pensa sempre che ogni personaggio abbia, tra le tante canzoni incise, una in particolare che il musicista preferisce. Anche nel tuo caso non sapresti sceglierne una in particolare?

– In effetti è così. Io posso ricordare, perché effettivamente mi toglieva da una situazione di enorme difficoltà, dopo un’anticamera lunghissima sopportata per anni, con grande affetto Il barattolo, il primo successo che mi ha aperto le porte. Anche se devo dire che quella che forse meriterebbe di più è proprio Odio tutte le vecchie signore che, per il suo testo strano, fu quella che mi mise in luce, o meglio, in cattiva luce, e che fece più scalpore. Poi potrei dire, in effetti, come dicono tanti, che la cosa che ti diverte di più è proprio l’ultima, magari quella che hai scritto ‘ieri’ con la chitarra. Proprio perché l’ultima cosa è quella che rispecchia la tua creatività del presente. C’è un ricordo affettuoso per le primissime cose e nulla più. E’ un po’ la stessa cosa di fronte alla domanda “come nasce una canzone”. Tutti pensano che ci sia stata una situazione particolare, come un raggio di luna o cose di questo genere. Non sempre e quasi mai è così. 

– Altra cosa che reputo interessantissima. Come subentra un motivo nella testa di un autore?

– Per quanto mi riguarda devo confessarti che soprattutto può nascere da una frase. Mi può succedere per esempio addirittura in banca. Mentre sto facendo la fila allo sportello, sento varie frasi; può succedere che una di queste mi colpisca maggiormente e subito la ‘sento’ in musica. Quello può essere l’avvio di una canzone, o l’inizio di un ritornello. Davvero, succede nei momenti più impensati. Il pullover, per esempio, il testo è di Migliacci, nacque in macchina. Eravamo insieme e stavamo andando alla RCA e quando attraversammo Via Nomentana, chiaramente stiamo parlando di tanti anni fa, improvvisamente fummo bloccati da un gregge. Tra una battuta e l’altra pensammo alla pecora, alla lana… insomma, alla fine nacque Il pullover, in soli cinque minuti. Arrivati alla RCA (in macchina avevo sempre la mia fida chitarra) ci chiudemmo in una salettina: Micocci buttò subito giù il testo ed io lo musicai all’istante. Il barattolo invece nacque in treno. Ero solo, ed era la vigilia di Natale; stavo andando a trovare i miei a Ferrara. Ad un certo punto, assorto nei miei pensieri, sentii lo sferragliare delle ruote sulle rotaie e mi venne in mente la canzone. 

– A proposito di canzoni particolari, di quelle che sono distintivo per una situazione. Quando si pensa all’estate, al sole, al mare, subito viene in mente Sapore di sale di Gino Paoli. Secondo me c’è invece una tua canzone, meno reclamizzata di quella di Gino, che invece sembrerebbe davvero il ‘classico’ estivo riportato in musica: è Sole non calare mai.

– Indubbiamente credo fosse un pezzo che avrebbe meritato maggior successo, perché parte subito immediata, con quei repentini cambi di tono. Ti dirò di più, il suo retro era un pezzo straordinario, lo posso dire proprio perché non fu un successo e s’intitolava Verrà la luna. Devo confessare che, secondo me, la cantai molto male, probabilmente la volli cantare su delle tonalità un po’ troppo eccessive, non adatte alla mia vocalità. A mio parere quella è una delle più belle canzoni che ho scritto, solo che… lo so solo io!

– Ti assicuro che lo sapevo anche io! Toglimi una curiosità: mi capita ancor oggi spessissimo di andare a leggere gli autori di canzoni interpretate da vari artisti e di leggere il tuo nome. Hai offerto ai tuoi colleghi, in tutti questi anni, una moltitudine di brani. Volevo soffermarmi un momento su due di questi: I ragazzi vogliono sapere, incisa da Mary Di Pietro, sulla cui sfortunata breve esistenza c’è un mio articolo proprio su questo numero di ‘Anni ‘60’ e su una canzone che a me piacque tantissimo: Ed in cambio tu interpretata da Gian Costello… 

– Non so cosa dirti, in effetti. Ho sempre cercato di immedesimarmi nel cantante che doveva interpretare una canzone, come se avessi dovuto confezionargli un abito su misura. Solo che probabilmente sono sempre stato un pessimo venditore dei miei prodotti in generale. Non mi sono mai sottoposto a esami o gare presso le case discografiche quando fanno raccolta di materiale, per cui erano tutte cose che capitavano quasi per caso. Nel caso della povera Mary Di Pietro fu perché era la fidanzata di Enrico Ciacci, il fratello di Little Tony, con il quale avevamo già scritto per Tony qualcosa di successo insieme. Con Gian Costello, benché fosse di Milano, quindi lontano da Roma, agli inizi avevamo una bella amicizia; siccome di tanto in tanto capitava nella capitale per salutare gli amici romani come me, Migliacci, Polito ed altri, probabilmente proprio in una di quelle occasioni gli diedi quella canzone.

– Perché alla fine dei sessanta il cantante Meccia si è un po’ defilato per approfondire maggiormente le capacità del Meccia autore?

– Ma addirittura poi ho fatto anche l’editore ed il discografico. Innanzi tutto devo confessare che ho sempre prediletto più scrivere che interpretare poi, l’avvento incredibile dei Beatles e di tutti i cambiamenti musicali che ci furono, fecero venire a galla la mia enorme ipercriticità; mi sentivo già superato e quindi allentai un poco. 

– Nonostante questo, tu facesti una versione italiana di un pezzo dei Beach Boys, ovvero She knows me too well, che divenne Adesso che hai parlato… 

– Verissimo. Ti dirò che personalmente, per natura, riesco ad adattarmi e ad assimilare i più diversi generi musicali. Sto sempre molto attento, perché ci sono molte cose che mi colpiscono favorevolmente. Quella canzone aveva una musicalità incredibile, mi piacque al primo ascolto e decisi di inciderla. 

– Sono molto interessato a sapere se per caso uscirà un tuo nuovo lavoro in tempi brevi…

– Ti faccio già sapere che probabilmente non succederà!.