Che noia!

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un articolo del filosofo Andreas Elpidorou, un professore del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Louisville, KY, USA che argomentava in modo veramente interessante circa il tema della noia. Ovviamente l’incontro con il prof. non è stato casuale: quella sensazione di tedio si presenta nella mia vita con continua circolarità… io sono costantemente alla ricerca di attività e progetti che mi permettano di contrastare quel senso di ottundimento chiamato più tecnicamente nel mio mestiere ”angoscia di morte”. Ovviamente proprio i programmi e le attività intraprese e quelle anche solo pensate mostrano chiaramente che la battaglia contro quella sensazione è stata ed è per me un perfetto fallimento!

Ma andiamo per ordine e torniamo all’articolo del professor Elpidorou: nella ricerca psicologica esiste un’unica scala di misura del concetto di noia, la Boredom Proneness Scale – BPS di Farmer e Sundberg, del 1986 che la considera come una propensione, una caratteristica dell’individuo ad annoiarsi in una molteplicità di situazioni. Nell’articolo viene affermato che non è sufficiente essere inclini alla noia per provarla ma che, per essere dei tipi annoiati, bisogna anche sperimentarla di frequente. Una disposizione del carattere può rimanere nascosta e non essere agita, mentre la noia ha effetti visibili e significativi sulla persona. Infatti, la frequente esperienza della noia forma qualcosa di simile a una lente pervasiva attraverso la quale viene filtrato il mondo: l’individuo incline alla noia si stufa spesso e facilmente, anche in situazioni che altri, in genere, trovano interessanti e stimolanti; diventa regolarmente incapace di mantenere una costante attenzione e interesse per le proprie attività commettendo spesso gravi errori anche nel portare a termine compiti comuni, manca l’attivazione all’azione, non riesce a trovare uno scopo in quello che sta facendo e diventa facilmente frustrato, irrequieto o stanco. La propensione alla noia è associata a una pletora di gravi danni fisici, psicologici e sociali: è positivamente correlata alla depressione e all’ansia, all’aggressività, ad una minore tendenza ad impegnarsi e ad apprezzare il pensiero, a stabilire cattive relazioni interpersonali e sociali, alla propensione al gioco d’azzardo problematico e all’abuso di droghe e alcol. Quindi potremmo affermare che annoiati si nasce e si diventa.

Le discussioni teoriche sullo stato di noia sono state prevalentemente unilaterali e nonostante alcune notevoli eccezioni come Nietzsche, la storia letteraria e filosofica del concetto di noia consiste in una serie di tentativi di articolarne la natura distintamente negativa. Si pensa che la noia sia dirompente e dannosa come dichiarano Dostoevskij o Pessoa, una grande fonte d’infelicità e sofferenza per definirla come Schopenhauer e Kierkegaard, e, infine, uno stato che ostacola lo sviluppo delle capacità intellettuali, sociali e persino morali come la descrive Dante in alcuni canti del Purgatorio. La noia, è “la radice di tutti i mali“, uno stato problematico con pochissime caratteristiche redentrici. 

Nonostante il suo impressionante sostegno storico, l’opinione che la noia sia del tutto negativa dovrebbe essere invece respinta, ed è qui che il professore ci fa pensare: recenti lavori empirici sul tema, accompagnati da considerazioni teoriche sulla sua natura e il suo carattere, suggeriscono un quadro piuttosto diverso dello stato di noia descritto in precedenza. A grandi linee, il quadro è il seguente: a causa dei suoi aspetti affettivi, volitivi e cognitivi, la noia motiva il perseguimento di un obiettivo nuovo quando quello attuale cessa di essere soddisfacente e attraente per la persona. La noia aiuta a ripristinare la percezione che le proprie attività siano significative e appaganti; agisce come uno stato regolatorio che mantiene l’individuo in linea con i propri progetti. In assenza di noia, si rimarrebbe intrappolato in situazioni insoddisfacenti e si perderebbero molte esperienze emozionanti, cognitive e socialmente gratificanti. La noia è sia un avvertimento che non stiamo facendo ciò che vogliamo sia una “spinta” che motiva a cambiare obiettivi e progetti.

Ma diciamo qualcosa di più sulla natura dello stato di noia: dal punto di vista qualitativo, la noia è uno stato avverso caratterizzato da sensazioni d’insoddisfazione, irrequietezza e stanchezza e, sebbene durante lo stato di noia possano essere presenti ulteriori emozioni, come ad es. una lieve frustrazione, le suddette sensazioni sono essenziali affinchè si definisca uno stato di noia. I soggetti che sperimentano la noia devono riferire di provare tutte queste percezioni perché la mancanza anche solo di una di esse tradurrebbe tutto il vissuto in uno stato psicologico diverso. Pensiamoci bene: essere soddisfatti della propria situazione è smettere di annoiarsi. L’irrequietezza e la stanchezza sono ugualmente essenziali: quando ci si annoia non si è appagati dalla propria condizione e la si vuole cambiare. Si vuole fuggire da uno stato di noia, si è irrequieti e smaniosi perché non ci si accontenta e si desidera fare qualcos’altro. Infine, l’esperienza della noia comporta stanchezza. Sperimentare la noia è provare un certo tipo di stanchezza o affaticamento mentale. Chi si annoia, in altre parole, si stanca.

Ma la noia ha anche aspetti per così dire cognitivi: mentre ci si annoia si hanno diversi pensieri sulla propria condizione: si può pensare che la situazione in cui ci si trova sia priva di significato, o che ciò che si sta facendo attualmente non sia coerente con i propri progetti e le proprie aspirazioni e si desidera fortemente impegnarsi in un’attività diversa e più gratificante su cui focalizzare la propria attenzione. Quando ci si annoia, si sperimenta il lento scorrere del tempo e il mondo sembra non solo poco interessante, ma anche distante, estraneo e spesso irremovibile, tutto intorno a noi perde di valore e di significato. Ci sentiamo intrappolati in una situazione insoddisfacente e la nostra mente vaga verso obiettivi e scopi diversi che diventano improvvisamente più attraenti. La noia può essere paragonata a una “trappola emotiva” che per sua natura fortunatamente ci “spinge” a fuggire da essa.

“La noia è un uccello che cova l’uovo dell’esperienza”, scriveva Benjamin, è quella forza motrice che ci spinge a perseguire un obiettivo altro più appagante, è l’ingrediente essenziale del processo creativo, è quel momento in cui il tempo può espandersi e nel quale si fa esperienza del nulla senza cercare un passatempo forzato. La noia serve ad avere lo spazio per contemplare, per riflettere, per non stare attenti di quell’attenzione superiore oggi sempre più richiesta, che diventa cronica e che ci sfinisce.  I momenti di noia servono a fermarci, a stare finalmente in contatto con il proprio mondo interiore, con le nostre vere e nascenti aspirazioni. 

Grazie professor Elpidorou, forse ora accetterò di annoiarmi senza sentirmi in colpa!