Io vivo qui e altrove

Ho fatto un sogno questa notte, ho sognato per tanti anni di fare questo sogno, di sognare questo sogno, un luogo qualsiasi, noto o sconosciuto non importa, un luogo dove si incontrano casualmente tanti personaggi che hanno fatto la storia e la vita di molti di noi. Diversi per epoche, appartenenza, per ideologie, personalità, età, nazionalità, ma tutti concordi su uno stesso punto, leggere è vivere. Svevo, Kafka, De Cespedes, Tabucchi, Fallaci. E ancora Eco, Marquez, Hemingway, Nabokov, D’Annunzio. Mann, Dostoevskij fino a Neruda, Terzani e Pasolini. Pavese, Primo Levi, Calvino e Virginia Woolf e Sartre. Goethe. Sono tantissimi in un bar affollato e poi nelle piazze e sui gradini di Montmartre. Alcuni scrivono, altri leggono. Hanno tutti un libro in mano, una gigantesca biblioteca umana che si infittisce di persone comuni ad ascoltare un solo unico memorabile suono “Un uomo che legge ne vale due” (Valentino Bompiani)

“Io abito qui e altrove”, sono qui e dovunque con la stessa intensità e uguale profondità. Accade mentre leggo, questa sorta di magia, c’è un solo potere che non temo e che anzi alimento nell’intento che diventi gigante e sovrasti luoghi e persone, il potere della parola che rende tutto assolutamente straordinario ed unisce, una delle poche forze rimaste ancora che contiene in se il potere miracoloso di avvicinare. Perché la lettura è una forza e da forza. Ogni storia può essere anche la nostra storia poichè la letteratura, la poesia, la scrittura creano un immenso e meraviglioso senso di appartenenza.

Leggo per non morire. Di noia, di fame, di dolore, d’amore. Per non essere uguale a tutti gli altri e per essere come loro, perché finiamo sempre per condannare, criticare, denunciare, allontanare, calunniare gli altri, ma alla fin fine non ci somigliano le vite degli altri? Le gioie, gli amori, le delusioni, i tradimenti, le passioni, le virtù, i difetti, le glorie, i fallimenti, le fughe, i sogni e gli incubi, ma non si assomigliano forse tutti tra loro? Leggo per ritrovare la mia vita nella vita degli altri, non sentirmi tanto solo, per non morire di solitudine, per sentire vicino a me i figli degli altri, per visitare paesi dove non sono mai potuta andare, per ritrovare amici in un antico bar nel cuore di Firenze, per raccontare qualcosa che in realtà non ho mai vissuto, questo non è un imbroglio, non è mistificazione, neppure follia, questo è semplicemente prendere in prestito qualcosa che in realtà m’è sempre appartenuto ma ho perso per strada nel corso negli anni, presa da faccende e affari e carriera e figli, marito, parenti, panni da lavare, carte da leggere, bollette da pagare. Mi sono persa qualcosa, perché la vita corre più veloce dei nostri pensieri e desideri, anche dei nostri sogni, ma c’è un banco degli oggetti smarriti ed anche uno dei pegni dove puoi andare a qualsiasi ora del giorno e della notte, in ogni luogo, a frugare o a chiedere “Mi scusi buonuomo per caso qualcuno è venuto a portare qui quel brandello di cuore spezzato che ho lasciato sul lungotevere il 15 agosto 2016? Mi perdoni potrei prendere in prestito un paio di ali buone per volare? Le mie sono bucate da tanti anni, non riesco più ad alzarmi neppure di un millimetro, eppure ci provo sa, ci provo da tanto tempo. Mi scusi buonuomo per caso è qui mio marito? Sa è andato via tanti anni fa, non ho mai compreso il motivo, ma forse è qui da voi, qualcuno lo ha ritrovato e lo ha riportato qui”. Quando ho bisogno di qualcosa o di qualcuno o di un paesaggio senza inizio e senza fine o di un arcobaleno, non sempre apro una porta o una finestra, più spesso apro un libro, a volte anche a caso, catturata dalla copertina o dal titolo o dai colori. Quando invece cerco sicurezze e non mi va proprio di rischiare allora torno agli antichi amori, i miei autori preferiti, quelli più cari, più vicini al mio cuore ed alla mia anima. Io vivo qui e altrove anche quando non mi muovo di casa e non ho un soldo, e sento dentro di me ricchezze inestimabili, che hanno la forma di una p, di una m, di una z o di una o, somigliano a fili di perle le parole, tante lettere infiliate insieme per rendere più bella la vita di chi le indossa, danno una luce particolare e rendono il profilo più affascinante. E’ diversa la vita di chi legge, è più lunga e più complessa, fa male la vita di chi legge, perché ha in sé il verme malato della consapevolezza, quella cosa lì che una volta entrata nella tua vita non è più la stessa. La conoscenza è una immensa responsabilità e trasmetterla è un dovere di ognuno di noi. Vivere in equilibrio cadendo a volte di qua a volte di la dalla linea di confine, perché chi non cade mai non è credibile. La vita è bella anche quando è brutta, diceva così una mia carissima “compagna di viaggio”, una donna straordinaria, Oriana Fallaci. 

Io vivo qui e altrove perché chi legge ha il dono dell’ubiquità. Fa viaggi nel tempo e nello spazio come fosse un essere speciale dai superpoteri, lo riconosci chi legge, ti parla di Lisbona come fosse portoghese e poi ti accorgi che è nato e cresciuto a Tarvisio e da lì non si è mai spostato. 

La pastelaria Orquidea, l’Alfama, il quartiere di origine araba con viuzze che si inerpicano su case modeste, osterie, botteghe, vecchietti che oziano sulle panchine, artigiani e la casa do Alentejo, luogo di una bellezza assurda con fontane, invetriate, colonne di marmo e affreschi che tolgono il fiato,  il caratteristico tram n 28, il cafe a brasileira, il più antico bar di lisbona, il molo di Alcantara, i portici di Rua Augusta, Pereira mentre si perde “al terreiro do paco su una panchina guardando i traghetti che partono per l’altra sponda del Tago”.

E’ un deportato di Auschwitz, chi legge, che per sopravvivere si sforza, quando ormai ogni parvenza umana sembra essere stata cancellata, si sforza di ricordare il Canto di Ulisse (dall’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri). E disperatamente cerca di recitarlo al suo compagno alsaziano Jean, seppure frammentariamente a causa dei vuoti di memoria. E torna, si che torna, la propria natura di uomini “Ma misi me per l’alto mare aperto”, misi me e non mi misi, molto più forte, più audace. “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”, questo verso arriva come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento  dimentico chi sono e dove sono. E’ un verso che lo salva, è Dante, è Ulisse, è la lingua italiana, è la rima, la poesia, è l’inferno che lo salva dall’inferno. 

Io vivo qui e altrove, a Palenga per esempio, dove sono una sacerdotessa, lontana da questa terra difettosa dove ogni tanto torno, dove ogni tanto devo tornare, perché è qui che sono i miei figli e mio marito. Loro hanno imparato a comprendere e con garbo e con delicatezza cercano di prendere qualcosa da me, seppure nulla gli appartenga, perché il mio viaggio ha bisogno di compiersi per giungere dove ho necessità di esistere per essere la creatura meravigliosa che sono. 

“Ogni pagina è un grande cuore che batte nella ricerca di qualcosa che appartiene a tutti noi. E’ una lunga navigazione la vita di chi legge, un tempo scandito dal coraggio di interrogarsi e di raccontarsi fino alle viscere dell’anima. E’ la perenne ricerca di leggerezza nella precarietà, nell’instabilità, nella fragilità dell’esistenza. E’ con  meraviglia che ci troviamo catapultati in mondi lontanissimi e molteplici che abitano le galassie del nostro essere, in un universo abitato più vasto di quello che siamo abituati a vedere nella quotidianità delle nostre azioni”, nobili o meschine che siano”

E’ saccente e presuntuoso un uomo con un libro in mano, in un vagone affollato del treno Roma/Milano solo perché ha l’aria scocciata e sbuffa ed alza gli occhi al cielo e guarda fuori dal finestrino spazientito se qualcuno lo interrompe nel suo viaggio, non intendo quello sul freccia rossa, ma quello ben più lungo e faticoso all’interno di se alla ricerca di una via d’uscita con su scritto USCITA DI EMERGENZA. Ha fame e sete chi legge, è impaziente, è rapido veloce ed efficace, è onnivoro, è un signore elegante e distinto, è la massaia in ciabatte e bigodini, è piccolo è grande, è magro, grasso, bello, cosi cosi, timido, riservato, autoironico, è un camaleonte chi legge, perché non è mai la stessa persona finanche nell’arco della stessa giornata, vive dieci cento mille vite, appare e scompare, è magico. E impara a scoprire tante cose che cambieranno per sempre la sua vita. 

Perché Dostoevskij ci ha insegnato che “d’improvviso” non è uguale “all’improvviso”, perché Alba De Cespedes ci ha raccontato dei pozzi in cui di tanto in tanto le donne hanno l’abitudine di cadere, abitudine che, al contrario di ciò che si crede, sono la vera forza delle donne, perché ogni volta che scendiamo nel pozzo noi scendiamo alle più profonde radici del nostro essere umano, e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono di comprendere tutto quello che gli uomini, i quali non cadono mai nel pozzo, non potranno comprendere mai.

Perchè Tomasi di Lampedusa ci ha spiegato come sono fatti i siciliani, “prendete un problema di qualunque natura e datelo da risolvere a due italiani, uno milanese e l’altro siciliano. Dopo un giorno il siciliano avrà dieci idee per risolvere questo problema, il milanese nemmeno una. Dop due giorni il siciliano avrà cento idee per risolvere questo problema il milanese nessuna. Dopo tre giorni il siciliano avrà mille idee per risolvere questo problema e il milanese lo avrà già risolto”, come avremmo potuto saperlo altrimenti come sono fatti i siciliani? Perché Sartre ci ha parlato di ciò che accade seduti davanti ad un albero per un numero interminabile di pagine ed ogni volta che ognuno di noi si è trovato ad osservare un albero, un qualsiasi albero in qualsiasi luogo del mondo, non è stato più come prima di leggere tutte quelle parole che a lui provocavano la nausea e a noi hanno regalato l’immortalità. Perché Mariateresa Di Lascia ci ha raccontato la solitudine e la vecchiaia dopo una vita fatta di attese e di rimpianti, come nessun’altra avrebbe mai potuto fare.

Perché non esiste disperazione o dolore che non possa aspirare a diventare felicità. 

“Perché…un giorno quando tutti iniziavano a chiamarmi pazzo, tutto è ripartito, tutto ha avuto inizio, e seduto nella mia sala d’attesa, un altoparlante ha chiamato il mio nome. Era giunto il mio turno di essere felice” 

Perché, sembrerà banale, romantico, sdolcinato e fuori tempo massimo, anacronistico, ma a renderci felici non sono i soldi, i gioielli, i beni materiali, le case, i terreni, le barche e gli aeroplani, sono tutte cose che accelerano la vita al solo scopo di farci dimenticare che siamo fragili, lacunosi, carenti, precari, in prestito….a questa vita….a fare la felicità sono le parole, le storie, le vite belle e sane, le frasi d’amore, d’amicizia, di collaborazione e comprensione, le parole create da un senso di appartenenza gli uni agli altri, scambiarsi un libro non è come scambiarsi un paio di scarpe o un vestito, donare un libro non è la stessa cosa di regalare un fine settimana in una centro benessere o un braccialetto pieno di fronzoli, è dire “qui c’è un pezzo di me, di te, di tanti altri, qui esisti tu, io e tutti gli altri, pag. 12 può essere d’aiuto a te e pag. 15 a me, ma tutte le 120 pagine saranno di sostegno e di nutrimento per tutti e due….e per tutti gli altri”. 

Siamo uno straordinario senso unico, con la possibilità di fare retromarcia, inversione, violare un divieto di accesso, parcheggiare in doppia fila, superare a sinistra o su doppia striscia continua, di sfrecciare in corsia di emergenza, abbiamo la possibilità di fare qualsiasi cosa, come personaggi di un romanzo, tanto sappiamo che chiuso il libro, letta l’ultima pagina, oltre la quarta di copertina, avremo la possibilità di essere noi stessi o la certezza di aver compreso di essere qualcun altro o qualcosa d’altro. E ad ogni modo qualsiasi cosa saremo, se quelli di prima o diversi da loro, ad ogni modo non saremo mai più gli stessi.