John Locke

Dalla morale naturale, dall’etica della ragione, al governo costituzionale

John Locke nasce il 29 agosto 1632 a Wrington. Le sue idee sono state ispirate dalle opere di Cartesio; ha approfondito anche il pensiero di Hobbes e di Gassendi.

Dopo vari periodi di esilio ( Francia e Olanda), nel 1689 ritornò in Inghilterra. Fu acclamato dal popolo fino a diventare una vera autorità; Locke veniva rappresentato come l’intellettuale e il difensore del nuovo regime liberale. Nel 1689 uscivano anonime le opere Epistola de tolleranza e i due Trattati sul governo.

Nel 1690 usciva il Saggio sull’intelletto umano; quest’opera ebbe un grande successo. Altre opere saranno pubblicate negli anni seguenti.

Concetto della ragione

La distinzione importante che avviene tra Locke da Cartesio è il concetto della ragione. Per Cartesio la ragione è forza unica, infallibile e onnipotente. Per Locke, ispirandosi a Hobbes la ragione non possiede nessuno di questi caratteri. L’unità della ragione non è data e garantita ma si forma attraverso un’apposita disciplina. “C’è una grande varietà visibile fra le intelligenze umane, diceva Locke nella Condotta dell’intelletto, e le loro costituzioni naturali stabiliscono, sotto questo rispetto, una differenza così grande fra gli uomini che l’arte e l’industriosità non ne verranno mai a capo”. L’infallibilità della ragione è resa impossibile dalle limitate disponibilità delle idee, dalla loro frequente oscurità, dalla mancanza di prove ed è esclusa dalla presenza nella mente umana di falsi principi e del carattere imperfetto del  linguaggio del quale tuttavia la ragione ha bisogno. E quanto all’onnipotenza , sin dal 1676 Locke la escludeva negando che la ragione producesse da sé i principi e il materiale di cui si serve. “ Niente egli diceva, può fare la ragione, questa potente facoltà di argomentare, se qualcosa non è prima posta e concessa. La ragione fa uso dei principi del sapere per costruire qualcosa di più grande e di più grande e di più alto ma non pone questi principi. Essa non pone il fondamento, sebbene frequentemente eriga una costruzione maestosa e sollevi fino al cielo le sommità del sapere”.

Date queste limitazioni costitutive, la ragione, per Locke, può comprendere solo la sfera del sapere probabile. Dice Locke: “Come la ragione percepisce la connessione necessaria e indubitabile  che tutte le idee o prove hanno una con l’altra, in ciascun grado di una qualunque dimostrazione che produca conoscenza, così, analogamente, essa percepisce la connessione probabile che unisce fra loro tutte le idee o prove di ciascun grado di una dimostrazione cui giudichi sia dovuto l’assenso”. Ma con questa estensione al probabile, la ragione diventa la guida o la disciplina di ogni sapere anche modesto, e fuori di essa rimangono (secondo le parole di Locke) solo quelle opinioni umane che sono puri effetti: “del caso e della fortuna”, cioè “ di uno spirito che galleggia in balia di ogni avventura, senza scelta e senza direzione”.

I limiti sono propri dell’uomo perché sono propri della sua ragione, ma sono propri della sua ragione perchè essa non è creativa e onnipotente, ma ha da fare i conti con l’esperienza.

Nel Saggio la funzione di controllo che l’esperienza è chiamata a esercitare sull’attività razionale in tutti i suoi gradi,  un controllo intrinseco che è inerente a questa attività e non le viene dal di fuori, diventa predominante e costituisce ciò che anche oggi si può assumere come l’insegnamento fondamentale che dall’empirismo lockiano è passato all’illuminismo settecentesco, al razionalismo kantiano e a buona parte della filosofia moderna e contemporanea.

Sulla morale in senso stretto Locke non ci ha lasciato scritti: sostenne le tesi di una “morale naturale”, secondo la quale gli uomini perseguono il bene comune attraverso azioni che l’esperienza culturale e sociale ha sperimentato come piacevoli e vantaggiose.

Ispirandosi alla concezione dei diritti naturali e dell’origine contrattualistica dello Stato, giunse a una interpretazione del tutto contraria a quella formulata da Hobbes.

Per Locke la natura dell’uomo non è violenta e aggressiva, anzi ciascun individuo nutre istintivamente nei confronti dei propri simili sentimenti di tolleranza e di simpatia. Nello stato di natura gli uomini  hanno la possibilità di esercitare liberamente i diritti naturali di libertà, di proprietà e di autodifesa, senza danneggiarsi reciprocamente.  Per questo motivo la nascita dello Stato, che ha origine da un patto spontaneo tra gli individui non comporta che essi si spoglino di tutti i diritti fondamentali per assoggettarsi all’arbitrio del solo sovrano, bensì ha lo scopo di garantire meglio i diritti naturali.