L’incontro con Gianni Pettenati

“Quello di Bandiera Gialla”. Ne ha incisi nel tempo Gianni Pettenati di dischi e di CD, ha dimostrato a più riprese di essere un cantante dalle notevoli qualità interpretative, eppure sarà sempre identificato con la frase che apre questa mia premessa. D’altronde non è da tutti; chi non è stato baciato dalla fortuna con una canzone, non viene mai associato istintivamente con un brano musicale che lo contraddistingue e ciò contribuisce poco alla valorizzazione del personaggio nella storia, nonostante ce ne siano tantissimi i quali, pur non ottenendo un successo stratosferico, sono comunque in cima nella considerazione degli appassionati. Il brano in questione, ha mantenuto talmente inalterato riscontro negli anni, conservando la sua fama, al punto che in molti, non troppo addentro alla musica, si sono dimenticati che la sigla omonima della fortunatissima trasmissione di Gianni Boncompagni era T Bird di Rocky Roberts; sono convinti tutt’oggi che fosse la canzone di Pettenati!

Esordisti con una cover di Like A Rolling Stone di Bob Dylan, dal titolo Come una pietra che rotola, con testo italiano di Mogol. Di chi fu l’idea e perché in seguito non ritentasti ancora con brani similari? 

Veramente con i Juniors facevamo appunto anche Blowin In The Wind e altri pezzi sia di Dylan che di Donovan, oppure You Were On My Mind di Barry McGuire, prima ancora che in Italia fosse conosciuta. Erano questi i brani di repertorio di quando eravamo ‘capelloni’; avevo i capelli lunghi fino alle spalle prima di partire per il militare. Alla mia casa discografica erano un po’ spaventati per la scelta di certi pezzi poiché, come sai, la Fonit Cetra era un’etichetta un po’ canonica, molto tradizionale. Poi mi inviarono a fare la ‘ribalta per il Festival di Sanremo’ che vinsi, con Herbert Pagani; ebbi così il diritto di partecipare a Sanremo. Come una pietra che rotola ebbe un discreto successo, anche perché era uno dei primi tentativi in assoluto di Bob Dylan in italiano. Il mio genere era quello, tanto è vero che già erano pronte, le mie versioni di I Put a Spell on You di Alan Price e di Sunshine Superman di Donovan, che invece furono pubblicate dopo Bandiera Gialla.

Il grande successo di Bandiera Gialla, arrivò per te inaspettato oppure ‘sentivi’ di avere un gran pezzo tra le mani?

Devo dirti che arrivò inaspettato, perché era anche quello un pezzo folk, valeva come gli altri… era la stessa storia del ‘Pifferaio Magico’ ed invece è diventato un brano incredibile. Dopo averlo inciso, mi resi subito conto che avrebbe avuto successo perché ascoltai, fuori dalla sala d’incisione, dei muratori che stavano lavorando lì vicino… già la stavano canticchiando! Questo fatto inaspettato mi colpì positivamente. Poi un mio amico arrangiatore, Pinuccio Pirazzoli, proprio alcuni giorni or sono, mi faceva notare che Bandiera Gialla nella versione originale, ha resistito nel tempo proprio perché è una canzone folk, per cui non risente di mode musicali o di arrangiamenti datati, come potrebbe essere per esempio Mi ritorni in mente, con quegli stacchi di violino. Per questo è resistita nel tempo. E’ proprio in generale la natura del pezzo folk che ‘non ha tempo’ e che anche dopo 30 anni la si può riascoltare piacevolmente. Anche un pezzo di De Gregori, fatto con la sola chitarra, ad esempio, rimarrà sempre attuale.

A proposito di Bandiera Gialla, una domanda per lo più per il lato collezionistico: ti ricordi per quale motivo uscì con ben 3 copertine diverse?

Perché inizialmente la Fonit Cetra – che andava molto cauta nella produzione – ne stampò solo diecimila copie, che andarono esaurite quasi subito, poi hanno pensato ad una copertina un tantino diversa, più brillante e colorata e ne hanno stampate altre ventimila, anch’esse esaurite in brve tempo. Infine intervenne il settimanale “Sorrisi e Canzoni”, con quel referendum che dava in regalo queste bandierine… e ne fu stampata una terza!

Con La rivoluzione approdasti al Festival di Sanremo. Eri soddisfatto della canzone o ne avresti preferita un’altra? 

La canzone aveva il testo di Mogol, e questo già mi dava una certa fiducia. Anche perché c’erano già 250.000 copie di dischi prenotali prima di Sanremo. Era una canzoncina abbastanza allegra e simpatica e non mi dispiaceva; parlava un po’ del pacifismo e faceva parte di quella “Linea Verde” che Mogol aveva creato. In effetti, se non fosse poi successo quello che sappiamo con Tenco, avrebbe avuto senz’altro un riscontro maggiore. In definitiva, io mi fidavo molto di Mogol.

Conoscesti il tuo partner di allora, Gene Pitney; che tipo era?

Certamente! Pensa che mi ospitò anche sul suo yacht. Era una persona molto timida ma assolutamente simpatica. Era un pochino spaesato per questo fatto del Festival, ricordo bene che mi diceva di non essere affatto abituato a gare di questo tipo. L’aveva presa con molta filosofia, anche se nel complesso la trovava una cosa davvero strana. 

Con Un cavallo nella testa partecipasti invece al Cantagiro del 1967. Hai qualche ricordo particolare di quella manifestazione?

Sì! Ad esempio ricordo che, essendo il pezzo abbastanza ‘sostenuto’ e quindi non adatto per l’orchestra del Maestro Cichellero, cortesemente Patrick Samson mi fece accompagnare dal suo gruppo, visto che anche loro partecipavano alla manifestazione (con Io e il tempo, n.d.r.) ed anche perché eravamo della stessa casa discografica. Come ricordo particolare me ne viene in mente uno, forse non troppo simpatico… C’era Celentano che doveva cantare La coppia più bella del mondo e dovettero cambiare canzone poiché né lui, né la moglie, riuscivano ad intonare la strofa iniziale. Celentano è uno dei cantanti più stonati degli ultimi duemila anni! Io non sapevo tutto questo, ero all’oscuro di tutto, pensavo che scherzasse e che fosse una delle sue solite trovate. Invece alla fine Cicchellero gli disse … O cambi canzone, o vado via io… scaraventando via le bacchette. Fu così che allora presentò Tre passi avanti !

Tornasti poi a Sanremo con La tramontana e ho sempre pensato che non fosse proprio una canzone su misura per te: mi sbagliavo?

No, infatti, io fui ripescato; tanto è vero che avrebbe dovuto presentarla Modugno, che assolutamente non era adatto. All’ultimo momento mi fu proposta. Però era così spiritosa e demenziale che mi dissi …Perché non provare?… Come vendite, infatti, fu un grosso successo: Antoine ne vendette 1.200.000 copie, ma anch’io arrivai alle 600/700.000. Da lì però ebbero inizio delle divergenze con la mia casa discografica sul piano artistico, per un repertorio che non era quello che desideravo e che loro invece insistevano per farmi intraprendere. Pensa che avevo loro proposto addirittura Senza luce che ancora non era stata incisa in italiano; loro mi risposero sorridendo, che era un brano da chiesa e che non si poteva mettere in commercio una musica del genere!

Questa è davvero clamorosa! Ma Gianni, tu pensi che esistano dei provini inediti di materiale del genere?

Ma io credo proprio di sì. Incisi anche la versione italiana di Simpathy dei Rare Bird, con il titolo di Simpatia, con un testo molto simile all’originale e completamente diverso dalla versione che ne fece poi la Caselli. Purtroppo cadevano tutte nel dimenticatoio e non ne sapevo più nulla. Una cosa che mi rifiutai di fare, e che invece volevano impormi, fu Il ballo di Simone. Dissi basta!; non ne potevo proprio più di cose del genere; anche se divenne un grande successo, non mi riconoscevo in musica di quel tipo.

Desideravo chiederti qualche notizia sui Juniors e sui Tombstones, che ti accompagnarono dal vivo, in tempi diversi…

Dunque, i Juniors smisero dopo qualche anno. I Tombstones, invece, ebbero anche un buon successo: la loro cantante, Iskra Menarini, è tutt’oggi una delle coriste di Lucio Dalla. Aveva una voce stupenda; cantava dei pezzi di Aretha Franklin in maniera sublime. Ho avuto anche altri gruppi dei quali fecero parte ad esempio Marco Nanni degli Stadio o Tony Rusconi, un eccellente bassista ed oggi grande jazzista.

La solita domanda che mi diverto a sottoporre un po’ a tutti: qualche personaggio che ricordi con affetto e qualcun altro che preferiresti, invece, non ricordare

Ricordo con grande affetto Sergio Endrigo, Ganni Morandi e anche con Dino, eravamo molto amici. Devo dire però che anche con gli altri c’era molta cordialità. Non c’erano queste enormi rivalità, c’era spazio per tutti. Quelli che mi piacevano di meno erano quelli che cercavano già di trasformare il tutto con effetti divistici e fuori luogo. Fare nomi adesso, è difficile. In sostanza quelli che cercavano di distinguersi, in poche parole i primi cantautori-divi che pensavano di aver scoperto un po’ l’acqua calda. Non pensando che noi ci si rifaceva molto ai cantanti stranieri, non avendo autori che scrivessero talmente bene dei pezzi italiani. Ecco, un altro che ricordo con piacere e che ha presentato il mio primo LP in dialetto piacentino, però con musiche rock, è Francesco Guccini, che è sempre stato mio grande amico e che aveva scritto per me la sigla di “Giovani”, un programma della RAI che però… fu bocciato. Anche Battisti voleva scrivere dei brani da farmi interpretare, lo conobbi al provino della RAI quando era tra gli ‘sconosciuti’ per fare “Scala Reale”. Lo presentai alla Cetra, però mi sentii rispondere che dovevo fare pezzi di gente conosciuta “…E chi è ‘sto Lucio Battisti…” mi dissero! Così lui scrisse dei brani per i Dik Dik, per Riki Malocchi, per i Ribelli e tanti altri.

Chi erano allora e chi sono oggi i tuoi preferiti?

Per quanto riguarda allora, i Beatles, Ray Charles per la modulazione e Sinatra per la vocalità. Poi Who, Pink Floyd, Vanilla Fudge, Neil Diamond e molti altri, come tantissimi autori folk inglesi e americani. In questo periodo ascolto molto volentieri ancora tanti cantanti, però credo che Battisti sia un colosso inarrivabile, almeno sotto il profilo della creatività pura. Ma oggi non c’è più un cantante che mi faccia impazzire. Alcuni però cantano ancora molto bene, Morandi ad esempio. Non stravedo per Zucchero, poiché già Joe Cocker faceva il verso ai grandi come James Brown e Wilson Pickett, quindi… preferisco magari Vasco Rossi, che tra l’altro fa un pò quello che facevamo noi: le stesse pennate di chitarra e gli stessi stacchi di batteria.

In ultimo Gianni: cosa fai oggi? Tornerai ad incidere?

Oggi faccio un centinaio di serate l’anno; mi richiedono specie d’estate, quindi continuo a cantare. Poi ho collaborato con TV private, ho scritto testi di cabaret per vari artisti. Ho scritto un libro, con Red Ronnie, “30 anni di canzoni italiane” e ho un’agenzia qui a Milano che organizza anche concerti.