Intervista a Chiara De Bartolomeo

Chiara De Bartolomeo nasce a Roma nel 1988, conclude gli studi classici  e viene riconosciuta dall’ex sindaco della Capitale, Walter Veltroni, come una delle migliori studentesse di storia della regione Lazio. Dopo pochi anni conclude la laurea in filosofia presso l’università degli studi di Roma3 per poi specializzarsi in Teorie e Tecniche della Comunicazione. Svolge alcuni esami specialistici in pedagogia presso l’università La Sapienza di Roma, i quali le consentono le prime esperienze lavorative come docente. Dopo un’esperienza a suo dire importantissima in primaria, attualmente lavora come professoressa IB Italiano Lingua A presso scuola internazionale di Milano. 

“Voi” è il suo primo libro

Questo è un libro che narra la storia di una ragazza qualsiasi durante la quarantena. La sensazione che abbiamo provato leggendo il tuo libro è quella di una iniziale “disillusione”; l’aspettativa di diventare persone migliori, di ripopolare la terra come nella semplicità degli animali, sembra essere delusa… ma veniamo poi sorpresi da un desiderio di speranza… le proprie passioni tornano a nutrirsi di noi…

Il virus ci ha tolto il contatto fisico. Pensi che le parole e i pensieri possano sostituirsi a questa assenza, in quanto liberi di circolare ? Pensi che la lettura e la scrittura possano rivelarsi il nostro vero contatto con il mondo?

Mettendo da parte tutti gli aspetti negativi della pandemia, reputo che qualcosa di buono ci sia e ci sia stato in questo periodo così particolare. Rispondendo alla sua domanda, credo che il contatto fisico e le parole siano due cose differenti ed essendo differenti abbiamo anche due ruoli diversi nella nostra vita ma questo non vuol dire che l’uno non possa (in alcuni casi), compensare l’altro. Ho sentito dopo tantissimo tempo, così tanto amore verbale durante il lockdown, che ne sono stata così stordita da scrivere di getto queste sensazioni così vicine, trasformandole in una storia. 

A causa della pandemia siamo  stati tutti costretti  rinchiuderci in casa per obbligo e non per scelta. Nasce da qui l’esigenza di un libro simile? E’ comunque un bisogno implicito di gridare la propria libertà?  

No, e mi dispiace spegnere le sue speranze così romantiche, il mio romanzo non ha nulla a che fare con “ Le ultime lettere di Jacopo Ortis” ma nasce semplicemente da un “Tinder game” al femminile.  Il mio libro è davvero umano, fin troppo umano (come direbbe il mio amatissimo Nietzsche) perché prende forma dalle  centinaia di chiamate e video chiamate con le amiche, le quali mi hanno raccontato anche di quanto ,durante la pandemia, abbiano sentito la necessità di usare siti di incontri e quanto abbiamo finalmente potuto parlato (e solo parlare) con un uomo.

E poi ho raccontato anche di chi, invece, è andato contro le regole e delle possibili conseguenze. La mia protagonista è una di queste. Volevo che il personaggio principale fosse palesemente imperfetto, contestabile e criticabile, non solo per facilitare un plot ma perché non avevo nessuna intenzione di scrivere qualcosa di moralizzante ma solo di estremamente umano. Ovviamente ci tengo a precisare che il mio è stato un puro gioco di fantasia, non vi è alcuna denuncia implicita; i luoghi come i personaggi sono del tutto inventati anche se in ogni capitolo è certamente presente (simbolicamente) una persona a me cara, un suo pensiero, un suo aspetto particolare …

La solidarietà di cui parli nel libro, rappresentata nello specifico dal volontariato, è un’espressione che nasce da fini egoistici? Approfittare di questo per uscire di casa…

Ho una carissima amica che si chiama Elena, la quale fa la farmacista da diversi anni a Bergamo. Parlando con lei durante la pandemia, ho scoperto che le farmacie cercavano volontari per poter portare i medicinali agli anziani ma soprattutto sono venuta a conoscenza di quanta gente abbia bisogno giornalmente di supporto … forse le sembrerà scontato quello che ho appena detto ma in realtà, per quanto inconsciamente lo sapessi, prima del lockdown non ci avevo mai riflettuto abbastanza. Posso rispondere alla sua domanda dicendo semplicemente che tramite il mio libro ho cercato di mandare un doppio messaggio: uno del tutto informativo (quindi mi ricollego all’esistenza di numerosi progetti di solidarietà possibili anche durante i periodi più bui) e l’altro del tutto sociale- antropologico (mi passi il termine) mostrando come, anche in queste circostanze, l’ingegno umano le tenti tutte pur di sopravvivere. 

Credo che la pandemia abbia palesato in modo netto queste due facce della stessa medaglia. 

Un’ultima domanda. Un tratto del tuo testo descrive questa situazione: “ci saremmo dovuti conoscere cosi in pigiama, nelle nostre stanze….”. Pensi sia un difetto dei social, che tanto ci hanno aiutato a passare il tempo, ma che in fondo non mostreranno mai il vero volto di noi stessi?

E’ una domanda difficile perché questo passo è stato estrapolato dall’epilogo del libro e si sa che la conclusione è sempre la parte più didascalica di un romanzo. Potrei dirle che dietro questa citazione si intrecciano così tanti messaggi e così tante sfumature che in parte, preferirei lasciare il lettore libero di interpretare quello che più sente suo. Le posso dire però, che dietro queste poche parole c’è certamente l’ augurio o forse la speranza di veder sorgere un’umanità diversa, un’umanità che sappia apprezzare il valore del tempo, della famiglia, della casa, che impari a rispettare se stessa, che sappia parlare prima d’amore e poi di tutto il resto, senza più paura, senza imbarazzo, senza maschere, senza aspettare la giusta occasione. In fin dei conti i miei capitoli più belli, i più sentiti li ho scritti sul letto, in pigiama.