Intervista a Emilio De Marchi

Nell’arco della sua carriera iniziata nel 1980 al Teatro stabile di Braunschweig, Emilio De Marchi ha partecipato a oltre trenta spettacoli teatrali al Thalia Theater di Amburgo, allo Schauspielhaus di Düsseldorf, a La Mama Experimental Theatre Club di New York e in molti altri teatri e ha recitato in circa centocinquanta film tra cinema e televisione, qui ricordiamo La Passione di Cristo di Mel Gibson (2004), I demoni di San Pietroburgo di Giuliano Montaldo (2007), Il ragazzo invisibile – Seconda generazione di Gabriele Salvatores (2014), Il primo re di Matteo Rovere (2019) e la serie Romulus (2020) sempre di Matteo Rovere.

I primi vent’anni della sua vita li ha passati in Italia.

Sono nato a Candiana, un piccolo paese in provincia di Padova, nella bassa padana, nel cosiddetto Congo veneto. Un tempo ci vivevano gli euganei. Si dice che siano stati contaminati dai troiani in fuga da Troia. Padova fu fondata da Antenore. Altre contaminazioni, quelle della steppa e del mare, sono arrivate dall’Oriente attraverso Venezia. In questa terra vivevano tribù celtiche e anche gli etruschi.

Sicuramente siamo un po’ barbari. Sono fondamentalmente un solitario e anche i barbari lo erano. In loro c’era quell’elemento di solitudine legato alla natura, legato al bosco, all’elemento mistico del bosco. La Natura, gli Elementi erano il loro dio. Nella pittura romantica tedesca si rappresenta spesso un uomo che passeggia da solo nel bosco.

Sono il quarto figlio, l’ultimo. Io e mia sorella più grande siamo i nomadi, gli altri due sono indissolubilmente legati alla terra. Impensabile che possano spostarsi altrove. Mio fratello se non vede il campanile dice che non si addormenta.

Alle elementari ho avuto una maestra che mi ha molto influenzato. Si chiamava Alba. Era molto cattolica, ma di un cattolicesimo mistico. Aveva un collegamento molto forte con il mondo dello spirito, come mia madre. La materia era per lei relativa, la sua patria vera era lo spirito.

L’elemento sciamanico è presente nel mondo contadino, che negli anni Sessanta esisteva ancora in Italia. È il mondo che descrive Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli. I cafoni e quelle facce con gli occhi insondabili gli rimasero dentro, tanto che non volle neanche più essere seppellito a Torino, ma ad Aliano, dov’era stato confinato. Lì è entrato in contatto con forze ancestrali di cui non aveva conoscenza, perché veniva dalla città. Pochi si sono confrontati con questa realtà. Ignazio Silone l’ha fatto. Parlo di uomini indecifrabili, semi-analfabeti, ma di una profondissima cultura. Quel modo di stare insieme che si vede ne L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi.

Ferdinando Camòn descrive un mondo muto. E a Padova negli anni Settanta noi che venivamo dalla campagna eravamo muti, perché in quel tempo chi poteva esprimersi erano i figli dei borghesi, i capi dei gruppi di estrema sinistra. Per quanto mi riguarda, la partecipazione a un certo tipo di paesaggio politico significava una ricerca di emancipazione e una ricerca di se stessi. 

Ho fatto ragioneria. Se fossi nato dieci o vent’anni prima sarei diventato prete, perché in famiglia ero quello che aveva disposizione per lo studio. Mandare i figli in seminario era l’unico modo per farli studiare quando in casa non c’erano soldi. Io avrei dovuto fare il liceo classico. Ma il classico ti prepara per l’università e l’università era fuori discussione. Mio padre mi avrebbe sostenuto fino al diploma, dopodiché me la sarei dovuta vedere io. Adesso che ho sessant’anni, queste cose le guardo con distacco e dico: grazie a Dio è stato così! Se fossi stato un borghese, sarei stato cullato e non mi sarebbe venuta la rabbia di Pasolini, la rabbia di appropriarmi di me stesso e andare oltre le classi in cui era ed è divisa l’Italia.

A scuola ho dato il massimo. Mi è sempre piaciuto studiare. Ho preso il diploma con sessanta sessantesimi. Siamo partiti in trenta e l’ultimo anno eravamo in dieci. Ricordo il professore di Diritto, Berardi. Era cieco, recitava dei Sepolcri e ci parlava della luce.